L’Armenia è un paese che ospita oltre 35mila curdi yazidi, insediati nelle regioni caucasiche meridionali più di un secolo fa. Come la dottrina alawita, anche la religione professata dagli yazidi viene considerata “eretica” dalle correnti principali dell’Islam: storicamente infatti le due correnti sono sempre state ostracizzate e perseguitate. L’esoterismo visibilmente presente nelle loro dottrine e nei loro riti ha, fin dalla loro apparizione, disturbato coloro che si ritengono appartenenti all’Islam puro.Il nord-ovest dell’Iraq è l’area originaria dello yazidismo insieme all’Anatolia sud-orientale. Anche se la maggior parte dei residenti in Turchia che professavano lo yazidismo è emigrata in Germania negli anni ‘80. La comunità più popolosa è presente in Iraq, con circa 400mila yazidi che vivono tra l’area della catena montuosa del Gebel Singiar, al confine con la Siria, e nei distretti nordoccidentali del paese. Nell’agosto del 2014 lo Stato Islamico, durante la sua avanzata, ha iniziato ad attaccare la minoranza presente nell’Iraq settentrionale: i report delle Nazioni Unite ci dicono che solo in quell’anno sono stati massacrati 5mila membri della minoranza e che almeno 7mila donne sono state prese schiave come prostitute. Anche se, tenendo in considerazione il protrarsi dei combattimenti, i numeri dovrebbero essere sicuramente aggiornati.Più di 50 famiglie irachene sono fuggite cercando rifugio in Armenia, dove vive una grande comunità che professa la loro stessa religione. Nonostante la popolazione armena abbia espresso la sua vicinanza nei confronti dei loro cugini massacrati nella regione del Sinjar – regione da anni schiacciata a sud dall’avanzata dell’Isis, e a nord dai bombardamenti turchi anti-curdi – sia iracheni che armeni hanno espresso in più occasioni la loro insofferenza per le difficoltà che stanno sorgendo durante i tentativi di accoglienza alle famiglie yazide scappate dall’Iraq.Infatti, da quando i curdi hanno ripreso il controllo dell’area prima occupata dai miliziani di Daesh, la maggior parte delle famiglie fuggite ha iniziato a tornare nella sua patria. Secondo Ekurd , dal gennaio 2016 il governo armeno ha speso più di 100mila dollari per aiutare a velocizzare il processo di ricollocamento delle famiglie yazide nel Sinjar.Molti funzionari armeni , ma anche la stessa popolazione, continuano a dire che l’integrazione si rivela sempre più ardua: da entrambe le parti – dicono – ci sono “continue accuse e frequenti tensioni”. Secondo gran parte degli yazidi armeni, gli yazidi iracheni “sono tutti musulmani ormai” – come ha affermato un cittadino intervistato da un giornalista di Ekurd – e le differenze nei modi di pregare e dei riti religiosi contribuisce ad aumentare le perplessità e la diffidenza della popolazione armena. Popolazione armena che da una parte ha dimostrato grande solidarietà verso i cugini dell’Iraq, ma che dall’altra sta facendo di tutto perché tornino il più presto possibile nelle loro case nel Sinjar.A lungo andare, altrimenti, il governo armeno dovrebbe provvedere a una forma di rappresentanza politica per la minoranza irachena che, in caso contrario, si ritroverebbe posta ai margini della società armena, senza rappresentanti né possibilità di interagire nella vita politica, non essendoci le basi amministrative e legali che possano permettere una loro partecipazione effettiva. Situazione il cui solo pensiero già fa immaginare un perfetto recipiente per l’innesco di nuove tensioni.Non può essere messa in dubbio la volontà degli yazidi iracheni di riportare le loro famiglie “a casa”. Però, se le condizioni di integrazione in Armenia si fossero rivelate maggiormente favorevoli, c’è da credere che la maggior parte delle famiglie, che lì hanno cercato rifugio, non starebbero ora tornando in Iraq. Come accennato l’Iraq occidentale è un teatro di guerra incandescente molto lontano dal trovare una forma di pace o stabilità. Considerando l’aumento delle tensioni tra i curdi della Regione autonoma dell’Iraq e il governo di Baghdad per le richieste di indipendenza della minoranza, e considerando l’aumento della presenza delle truppe americane, che sono state schierate in questi giorni come deterrente ai bombardamenti dell’aviazione turca sui curdi, ma anche per mettere pressione su Teheran, testimone allarmata da una sempre maggiore cooperazione tra Washington e i peshmerga, la regione prima abitata da 400mila yazidi non sembra essere un luogo sicuro dove tornare, nonostante, gli yazidi, lo considerino la loro “casa”.

Articolo di Guido Dell'Omo