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Lo Xinjiang, la grande e scarsamente popolata regione dell’estremo Ovest della Cina popolata dalla minoranza musulmana degli uiguri e cruciale per le strategie geopolitiche del Paese, ha rappresentato negli ultimi tempi un problema complesso per la Repubblica Popolare. Regione largamente in ritardo in quanto a sviluppo economico e integrazione rispetto al resto della Cina, lo Xinjiang è inoltre reso ulteriormente problematico dalla differenza etnica tra i suoi abitanti e la maggioranza della nazione, appartenente all’etnia Han, che ha portato i locali a percepire con sospetto ogni piano stabilito a Pechino per la regione, compresi quelli incardinati nella Nuova Via della Seta.

Dai primi anni del XXI secolo ad oggi lo scontro tra centro e periferia si è ulteriormente esacerbato. Pechino teme che lo Xinjiang possa divenire terreno fertile per un’insorgenza jihadista, dato che migliaia di uiguri sono partiti per Siria, Iraq e Afghanistan come foreign fighter, e vuole approfittare dell’emergenza antiterrorismo per rafforzare l’accentramento di potere nella regione. L’ultima legge antiterrorismo della Repubblica Popolare, datata luglio 2015, riportava, come segnalato da The Diplomat, misure eccezionali per lo Xinjiang, blindato come un territorio occupato attraverso la limitazione dell’attività civica e l’introduzione di un sistema di premi per le segnalazioni di sospetti terroristi a cui, pare, si sia aggiunto di recente un nuovo strumento, ufficialmente negato: il ricorso a veri e propri campi di rieducazione per i locali.

“Campi di rieducazione nello Xinjiang”

Emily Rauhala ha pubblicato sul Washington Post un dettagliato reportage in cui segnala le presunte violazioni dei diritti umani compiute dai cinesi nello Xinjiang, nel quale sarebbe stato allestito un vero e proprio sistema da Stato di polizia. “Coloro che hanno raggiunto di recente lo Xinjiang dalla Cina parlano di villaggi assiepati di checkpoint e da un’infinità di telecamere di sicurezza e scanner, in cui le persone sospettate di avere legami con l’estero possono essere interrogati, trattenuti senza alcuna accusa e inviati nei centri di rieducazione per un periodo indefinito”.

L’autrice cita poi le dichiarazioni di Laura Stone, funzionaria del Dipartimento di Stato, che ritiene che i cittadini di etnia uigura o kazaka detenuti illegalmente ammontino a decine di migliaia. La Cina, ricorda la Jamestown Foundation, ha abolito ufficialmente i campi di rieducazione nel 2013, ma secondo i suoi accusatori continuerebbe a utilizzarli per assimilare forzatamente la minoranza uigura. Il giro di vite contro quest’ultima sarebbe confermata da recenti dati riportati da China Human Rights Defenders, che ha segnalato come nello Xinjiang gli arresti per reati penali siano cresciuti di otto volte tra il 2016 e il 2017, passando da 27.000 a oltre 227.000, il 21% del totale nel Paese in una regione abitata solo dall’1,5% della popolazione cinese.

Senza lo Xinjiang la Cina non è più impero

La Cina, effettivamente, porta avanti da tempo una campagna ad hoc nell’instabile regione occidentale, preoccupata da possibili offensive jihadiste di ritorno e, soprattutto, di perdere il controllo di un’area che, del resto, rappresenta la punta di lancia della sua proiezione sull’Eurasia. Lo Xinjiang è regione geopolitica fondamentale dai tempi della Via della Seta classica, fu importante nel “Grande Gioco” ottocentesco tra Russia e Gran Bretagna e, ora, è la porta della Cina all’Eurasia, lo sbocco sulla regione dell’Heartland centroasiatico su cui si svilupperà la Belt and Road Initiative.

La struttura geografica, demografica e sociale della Repubblica popolare del resto ha portato alla costituzione di un Paese in cui la parte preponderante della popolazione e dello sviluppo economico è concentrato in un’area relativamente ristretta, corrispondente alle zone prossime alla costa pacifica, mentre le aree periferiche risultano meno sviluppate, più scarsamente popolate e, fattore più importante, abitate principalmente da minoranze. Il Tibet e lo Xinjiang, in questo contesto, sono centrali per la proiezione della Cina come “Impero di Mezzo” e funzionali all’unità di uno Stato già messo in discussione dall’esistenza della secessione taiwanese. Per la Cina il controllo dello Xinjiang è strategicamente importante, e Pechino, oltre a cercare una difficile assimilazione, sa che deve puntare fortemente sulla carta dello sviluppo.

I media cinesi celebrano lo sforzo di Pechino nello Xinjiang

I media statali di Pechino, del resto, veicolano una percezione diversa dell’azione governativa nello Xinjiang, trasmettendo l’immagine di uno Stato che si impegna a fondo per lo sviluppo e il progresso della periferica regione. Ed è doveroso ammetterlo che ciò non corrisponde solo a mera propaganda, dato che l’industrializzazione e il rafforzamento dell’infrastruttura dello Xinjiang saranno cruciali per realizzare compiutamente la Belt and Road Initiative.

Alla fine del 2017 lo Xinjiang aveva una rete stradale di 186mila chilometri che connetteva il suo ampio territorio, mentre l’agenzia Xinhua non ha mai lesinato di celebrare la costruzione di nuove reti viarie come quella attraversante il deserto del Taklamakan e ricordare il ruolo giocato nello sviluppo delle campagne anti-povertà del governo dalle aziende di Stato con base a Pechino “che hanno investito oltre 100 milioni di yuan (15 milioni di dollari) nella regione nel solo 2017”.

Anche lo sport appare un mezzo per avvicinare lo Xinjiang al resto del Paese: lo Xinjiang Tianshan Leopard, principale squadra di calcio della capitale regionale  Urumqi, compete nella seconda divisone del campionato nazionale e ha un progetto ambizioso finanziato da capitali provenienti dalla rivierasca Shenzhen. Il recente ingaggio dell’ex ala di Real Madrid e Arsenal José Antonio Reyes è stato celebrato come un segno della nuova apertura dello Xinjiang al mondo. Apertura che la Cina pare davvero intenzionata a incentivare, nel momento stesso in cui sulla società locale cala la cappa della repressione e dell’assimilazione. Contraddizioni quotidiane per un grande Paese come la Cina intenta, ancora, a plasmare il suo ruolo nel mondo.

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