“Battetevi anche per noi che abbiamo subito violenza in nome della fede, date voce alle tante di noi che sono state mercificate nell’indifferenza generale”. È questo l’appello di Dalal, una ragazza yazida di 21 anni rapita e violentata dai jihadisti dello Stato islamico, alle donne del movimento #metoo.

La settimana scorsa dalle pagine del settimanale Vanity Fair la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre ha lanciato un appello provocatorio ad Asia Argento, Meryl Streep, Sharon Stone e a tutte le attrici hollywoodiane che si sono schierate contro le molestie, in particolare nel mondo dello spettacolo, perché prendano a cuore anche chi ha subito violenza a causa della propria fede.

“Not just you” (non solo tu), recita il cartello che tiene fra le mani Dalal. Catturata dagli islamisti e sequestrata per nove lunghi mesi. Per lei non si è indignato nessuno. Non c’è stata nessuna campagna mediatica. Nessun hashtag virale sui social. Eppure non c’è stato un giorno della sua prigionia in cui non sia stata stuprata e picchiata. È lei stessa a raccontarlo, fra le lacrime.

Quando è finita nelle mani dei suoi aguzzini era poco più di una bambina. Diciassette anni, gli occhi neri e un sogno nel cassetto: diventare avvocato, sposarsi e mettere su famiglia ad Handar, un villaggio del Sinjar, dove viveva con i genitori e i fratelli. Un sogno che si spezza all’improvviso nell’estate del 2014. I miliziani dell’Isis invadono il nord dell’Iraq. Saccheggiano le abitazioni, rastrellano i villaggi. Ad Handar sono in venti a cadere prigionieri dei jihadisti. Tra loro ci sono Dalal, assieme a sua madre e ai suoi quattro fratelli.

Le tre donne vengono vendute mentre i due ragazzi vengono spediti al fronte per rimpolpare le file dell’esercito del terrore. “Non la smettevano di insultarci, di dirci che eravamo degli infedeli”, racconta la giovane alla fondazione pontificia che da settant’anni sostiene i cristiani perseguitati nel mondo. Dalal viene subito obbligata a convertirsi: “Ci hanno detto immediatamente che noi eravamo musulmane, ci costringevano a pregare rivolte alla Mecca, e se non lo facevamo ci picchiavano duramente e ci privavano del cibo”. “Il dolore e l’orrore erano costanti e indescrivibili – ricorda la donna – quando non violentavano me, assistevo agli stupri delle altre ragazze. Era orribile essere stuprate e vendute, ma l’essere obbligate a pregare era ancora più insopportabile. Perché nel mio cuore vivevo e vivo ancora la mia religione”.

Passa nelle braccia di nove uomini diversi, Dalal. Venduta al miglior offerente al mercato delle schiave. Dopo qualche anno riesce a fuggire. Ma la sua libertà ha un caro prezzo. Gli islamisti non le perdonano l’affronto e per vendetta uccidono uno dei suoi fratelli. Gli altri, uno di dodici e l’altra di quattordici anni, troveranno il modo di scappare soltanto a dicembre dello scorso anno. La madre e un’altra sorella di Dalal, invece, sono ancora prigioniere del Califfato.

Ora è lei a battersi per restituire loro la libertà, raccontando la sua storia per cercare di aumentare la consapevolezza della comunità internazionale sul genocidio della comunità yazida. Rivivere quei momenti, dice convinta Dalal, è “doloroso” ma “essenziale per impedire che questo orrore accada ad altre donne, ragazze e perfino bambine”. Donne verso le quali c’è ancora troppa indifferenza. Un esercito di invisibili davanti al quale il mondo continua a rimanere in silenzio.

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