Il cristianesimo europeo e quello mediorientale si schierano contro la scelta di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme capitale dello Stato di Israele. Con diverse sfumature e diverse modalità, le reazioni delle varie chiese cristiane hanno tutte un denominatore comune, e cioè la consapevolezza che questa mossa di Washington arrecherà ancora più danno a quella terra, che è santa anche e soprattutto per i cristiani. La mossa più eclatante l’ha compiuta il Papa copto, Teodoro II, che ha annullato un incontro in programma nei prossimi giorni al Cairo con il vice presidente Usa, Mike Pence. La decisione del presidente Usa, Donald Trump, “ha ignorato i sentimenti di milioni di arabi”. Questo è quanto si legge nella dichiarazione pubblicata dall’antichissima chiesa egiziana che riporta il pensiero del suo Papa. Una dichiarazione che arriva proprio da una delle chiese più colpite dal terrorismo di matrice islamica e che deve dunque fare ancora più riflettere sulla profondità del suo messaggio.

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Ma non c’è stato solo il gesto del Papa dei copti a manifestare apertamente il “no” dei cristiani alla mossa americana. Appena saputo della decisione, i patriarchi e i leader cristiani di Gerusalemme hanno inviato una lettera al presidente Trump in cui lo esortavano a evitare “un danno irreparabile”. “Siamo certi che un simile passo farà crescere odio, conflitti, violenza e sofferenza a Gerusalemme e nella Terrasanta, allontanandoci ulteriormente dall’obiettivo dell’unità e sprofondandoci verso una divisione distruttiva”, si legge nell’accorato appello dei patriarchi al presidente degli Stati Uniti. “È nostro consiglio solenne e richiesta agli Stati Uniti che si continui a riconoscere l’attuale status di Gerusalemme. Ogni cambiamento improvviso provocherebbe un danno irrimediabile”. L’appello è stato firmato dai patriarcati greco, armeno, siriaco, etiopico, ortodosso, dalla Chiesa latina, dai francescani della Custodia di Terra Santa, dal patriarcato greco-melchita, dai maroniti, dalla Chiesa armena e da quella siro-cattolica. Anche la Chiesa episcopale e gli evangelici si sono uniti all’appello. “La pace non può essere raggiunta senza che Gerusalemme sia considerata la città di tutti”, questo il messaggio lanciato dalle chiese del Medio Oriente. E sono arrivate anche le parole di fuoco dell’arcivescovo greco-cattolico di Gerusalemme, Atallah Hanna, il quale ha gridato contro la scelta di Trump dicendo che “l’annuncio statunitense su Gerusalemme capitale d’Israele non modificherà lo status della nostra Città Santa, che noi consideriamo capitale spirituale e nazionale del nostro popolo palestinese”.

Anche in Vaticano la mossa di Trump è stata accolta con profonda preoccupazione e ha mosso la diplomazia della Santa Sede. In udienza generale nell’aula Paolo VI, Francesco aveva espresso subito il suo disappunto sulla decisione del presidente degli Stati Uniti. “Il mio pensiero va ora a Gerusalemme. Al riguardo, non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite”.  “Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i luoghi santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti”. Un appello apprezzato anche dallo stesso presidente turco, Erdogan, che ha voluto telefonare immediatamente al pontefice per esprimere la sua gratitudine e il suo apprezzamento per quanto detto in udienza. E anche Abu Mazen ha telefonato al Santo Padre per parlare della crisi di Gerusalemme.

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Silenzio per ora dalle Chiese ortodosse europee. Da Mosca e dagli altri patriarcati non sono arrivate comunicazioni ufficiali su Gerusalemme, ma questo potrebbe essere dovuto anche alla particolare condizione di autonomia delle chiese nazionali ortodosse. Infatti, se in Russia e in altri Stati europei non ci sono prese di posizioni, almeno fino a ora, dal patriarcato ortodosso di Gerusalemme è stata spesso ribadita la volontà di mantenere lo status quo sulla Terra Santa. La chiesa ortodossa di Gerusalemme non ha con lo Stato di Israele rapporti molto sereni e il patriarca, Teofilo III, ha denunciato anche nel suo incontro con Papa Francesco in Vaticano il tentativo “sistematico di “minare la presenza cristiana in Terra Santa” da parte di Israele.

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