Il cristianesimo è la prima religione al mondo per numero di fedeli e, anche, per numero di perseguitati. Il livello delle violenze anticristiane è tale che, secondo un rapporto del 2019 commissionato dal parlamentare britannico Jeremy Hunt, si starebbe progressivamente giungendo ad una situazione genocidiale: ogni dieci persone perseguitate nel pianeta a causa della fede professata, otto appartengono ad una confessione cristiana.

È piuttosto lungo l’elenco dei Paesi in cui i cristiani sperimentano le discriminazioni e violenze più gravi, perché trattasi di un fenomeno di natura globale; tuttavia, la maggior parte degli atti e dei crimini cristianofobi avviene tra Africa subsahariana, Medio Oriente, Asia meridionale e Sudest asiatico. Essendo che si tratterebbe di operare in aree ad alto rischio, come contesti di guerra, dittature e regimi simil-teocratici, la missione di proteggere i cristiani perseguitati nel mondo continua ad essere un’esclusiva di Vaticano, Chiese ortodosse – in particolare quella russa –, internazionale evangelica e di pochi Stati arditi, come ad esempio Polonia, Ungheria e Russia.

Lo scoppio della pandemia, strumentalizzata più o meno in tutto il mondo per legittimare forme di sorveglianza di massa, ha aggravato ulteriormente le condizioni di vita dei cristiani in tutti quei Paesi in cui la loro persecuzione rappresentava la norma nel pre-Covid19. La tendenza è stata denunciata da Porte Aperte (Open Doors), una delle più importanti associazioni missionarie cristiane, nel suo ultimo rapporto sull’evoluzione della cristianofobia nel mondo.

Il rapporto, che cosa dice

Il rapporto di Porte Aperte sulla persecuzione dei cristiani nel mondo nel 2020 è liberamente scaricabile sul sito ufficiale dell’associazione, ed è meritevole di una lettura attenta. L’apertura è indicativa degli argomenti trattati e delle conclusioni raggiunte: “La pandemia è stata l’evento di una generazione. In aggiunta al dolore percepito dalle persone in tutto il mondo, ha anche esposto la bruttura della persecuzione Cristiana in un nuovo modo”.

Funzioni religiose vietate e luoghi di culto chiusi con il pretesto di evitare gli assembramenti, discriminazione nell’accesso ai servizi ospedalieri e alla catena di distribuzione dei beni essenziali (come il cibo), ricorso aumentato agli strumenti di repressione e sorveglianza per ridurre a zero il dissenso di clero e fedeli, e molto altro. La pandemia, in alcuni luoghi del pianeta, si è rivelata una calamità nella calamità per i cristiani: doppiamente vittime, doppiamente colpevolizzati, doppiamente perseguitati.

In India, ad esempio, “degli oltre centomila cristiani che hanno ricevuto aiuto dai collaboratori di Porte Aperte durante la pandemia, l’80% ha riportato di essere stato escluso dai punti di distribuzione di cibo”. Episodi generalizzati di discriminazione sotto forma di rigetto dai sistemi e meccanismi di aiuti, sociali ed umanitari, sono stati registrati anche “in Myanmar, Nepal, Vietnam, Bangladesh, Pakistan, Asia centrale, Malesia, Nord Africa, Yemen e Sudan”.

Restando in Asia meridionale, Porte Aperte denuncia di aver registrato l’accentuazione di un altro fenomeno pre-esistente: i rapimenti di donne cristiane a scopo di matrimonio coatto con annessa conversione all’islam. Questo è accaduto, anzi sta accadendo, “a causa dell’aumentata vulnerabilità” delle comunità cristiane in determinati luoghi, marginalizzate dalle autorità e lasciate alle mercé di fanatici e fondamentalisti.

Dove si concentrano le persecuzioni?

Nord Africa, Africa subsahariana, Medio Oriente, Asia meridionale e Sudest asiatico; queste le regioni geografiche in cui Porte Aperte ha registrato le persecuzioni più gravi durante la pandemia. Le prime posizioni vengono ricoperte, in maniera oramai rituale, da Corea del Nord, Somalia, Afghanistan e Pakistan, ma spiccano e dovrebbero provocare riflessioni i casi di Libia (quarta), India (decima), Iraq (undicesimo), Siria (dodicesima), e ancora Turchia, Messico e Colombia.

Iraq e Siria sono due Stati che, prima di essere travolti da stagioni di instabilità eterodirette da forze esteriori, erano esempi di antica e sedimentata convivenza multiconfessionale; un aspetto venuto meno causa guerre, occupazioni militari straniere e terrorismo. Un ragionamento comparabile potrebbe valere per la Libia, anch’essa connotata da un lungo trascorso (seppure più fragile) di coesistenza fra fedi.

Anche tu puoi aiutare i cristiani (Qui tutti i dettagli).

Per sostenere i cristiani che soffrono potete donare tramite Iban, inserendo questi dati:

Beneficiario: Aiuto alla Chiesa che Soffre ONLUS
Causale: ILGIORNALE PER I CRISTIANI CHE SOFFRONO
IBAN: IT23H0306909606100000077352
BIC/SWIFT: BCITITMM

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Vi è poi la Turchia, candidata ad entrare nell’Unione Europea e membro dell’Alleanza Atlantica, che fra il 2018 e il 2020 ha scalato ben sei posizioni, passando dal 31esimo al 25esimo posto, avvicinandosi pericolosamente alla fascia rossa delle realtà statuali caratterizzate da “persecuzione molto alta”. Sul caso turco, lo scorso dicembre si erano espresse due organizzazioni nongovernative, International Christian Concern e Middle East Concern, raggiungendo le medesime conclusioni e concordando sulle origini del fenomeno: la politica di re-islamizzazione accelerata avviata da Recep Tayyip Erdogan all’indomani del tentato colpo di stato del luglio 2016.

L’India, che, come la Turchia, è anch’essa legata all’Occidente da un’alleanza di ferro, nello stesso periodo di riferimento ha consolidato il proprio posizionamento nell’area rossa, salendo dall’undicesimo al decimo posto e diventando un luogo in cui “può risultare difficile per alcuni cristiani avere accesso alla Bibbia”.

Prossimità al mondo libero a parte, Nuova Delhi e Ankara posseggono un altro elemento in comune: la loro “identità religiosa è legata in maniera crescente all’identità nazionale, il che significa che, per essere un vero indiano o un bravo turco, si debba essere rispettivamente un induista o un musulmano. Spesso, ciò è implicitamente, quando non esplicitamente, incoraggiato dal governo al potere”.

La pandemia non ha fermato l’odio

Telecamere per il riconoscimento facciale e applicazioni telefoniche basate sulla geolocalizzazione; a questi strumenti hanno fatto principalmente ricorso vari governi nel mondo per aumentare la morsa persecutoria sui cristiani nel corso della pandemia. Le applicazioni sono state utilizzate perlopiù in India, raccogliendo dati sensibili facilmente estraibili dalle autorità per via della vigente legislazione su sorveglianza e riservatezza, mentre le telecamere e lo spionaggio da remoto hanno trovato ampio uso e giustificazione in Cina.

Neanche l’implementazione di misure di contrasto alla pandemia, in primis gli stati di quarantena parziali o totali, ha condotto ad una riduzione uniforme delle persecuzioni fisiche perché, ad esempio, “nell’Africa subsahariana […] i cristiani hanno fronteggiato livelli di violenza più elevati del 30% rispetto all’anno precedente”; fatto, questo, imputabile sostanzialmente agli accadimenti che hanno scosso la Nigeria, “dove sono stati uccisi più cristiani che in ogni altro Paese [del mondo]”.

Nel complesso, la pandemia non ha fermato né rallentato la tribolazione: oltre 340 milioni i cristiani perseguitati in tutto il mondo (in aumento rispetto ai 260 milioni stimati nell’ultimo rapporto), 309 dei quali vittime di persecuzioni estreme, e 4.761 gli assassinati in odium fidei, ossia una media di tredici al giorno. La Nigeria è il Paese in cui ha avuto luogo il maggior numero di martirizzazioni, e l’Africa detiene lo stesso titolo a livello di competizione fra continenti.

Da non trascurare, infine, il caso-studio sui generis dell’America Latina: unica regione geografica a maggioranza cristiana in cui le violenze su clero e fedeli vengono compiute dal crimine organizzato, a volte con la possibile/probabile complicità delle autorità. Qui, nel fu continente cattolicissimo, le persecuzioni hanno registrato un’impennata straordinaria nei mesi della pandemia; eloquente è, a tal proposito, la Colombia, che ha scalato undici posizioni rispetto all’anno precedente, passando dal 41esimo al 30esimo posto, inframmezzandosi fra Qatar e Bangladesh.