Ogni croce spezzata, piegata, demolita o semplicemente danneggiata, ha voluto significare la fine fisica di molti cristiani e, al tempo stesso, il declino di comunità che da secoli hanno vissuto in una regione storica ed importante, quale quella del Medio Oriente; le cicatrici inferte dal califfato al tessuto sociale di Siria ed Iraq, da quando Al Baghdadi ha proclamato la nascita dello Stato Islamico nel luglio 2014 presso la grande moschea di Mosul, hanno visto proprio i cristiani come prime vittime di ferite che anche oggi, con il ritiro dell’ISIS dalla Mesopotamia, è difficile guarire. Lo sanno nella stessa Mosul, la ricordano molto bene i cristiani fuggiti dal nord  dell’Iraq, al pari di chi ha assistito alla distruzione del Monastero di Mar Elian nella cittadina siriana di Qaratyan; l’obiettivo dei seguaci del califfato, era subito risultato molto chiaro: creare una grande entità tra Siria ed Iraq dove ogni minoranza potesse essere schiacciata ed allontanata.

La vita dei cristiani a Mosul

La terza città irachena è stata, dal luglio 2014 fino alla scorsa estate, l’unica vera metropoli in mano all’ISIS: Mosul è sorta sull’antica Ninive, il suo territorio ha una storia millenaria ed antica e da sempre è stato simbolo della diversità culturale ed etnica presente in Iraq. Curdi, yazidi, sunniti ma anche molti cristiani da secoli abitano la piana antistante la città, resa fertile dal passaggio del Tigri, un nome quest’ultimo che inevitabilmente richiama ai Testi Sacri delle principali religioni monoteiste; un equilibrio ed un’armonia che l’avvento dell’ISIS ha da subito visto come ostile ai propri piani e su cui il califfato è intervenuto con la sua scure di morte e distruzione. Come ha scritto Alessandra Benignetti in un articolo dello scorso anno, una data simbolo per i cristiani di Mosul è stata quella del 7 agosto 2014: Bartella, Qaraqosh, Karamless, Teleskof, Baqofa, Batnaya, sono state tutte cittadine della piana di Ninive conquistate dall’ISIS in quella drammatica notte e dove abitavano in tutto 150mila cristiani.

C’è chi è stato ucciso, chi invece è stato fatto fuggire, di certo da quel giorno ciò che ha fatto maggiore impressione è stata la fine del suono delle campane in questa regione della Mesopotamia, dopo secoli in cui i rintocchi hanno scandito buona parte della quotidianità; il piano di espulsione dei cristiani dai territori dello Stato Islamico non è stato però repentino, bensì graduale: non tutti sono stati espulsi quella notte, altri sono rimasti ed hanno cercato di far sopravvivere il cristianesimo sotto le bandiere nere del califfato. Organizzandosi come uno Stato, l’ISIS ha anche previsto delle leggi valevoli per le minoranze: non poteva, in particolare, essere esercitata un’altra religione e dunque se non si sceglieva la conversione all’Islam sunnita allora era necessario pagare una tassa piuttosto esosa ma, se scoperti a praticare la fede allora si rischiava l’espulsione dai territori dello Stato Islamico oppure, come accaduto purtroppo in molti casi, la condanna a morte spesso eseguita brutalmente ed in pubblica piazza come monito per altri cristiani.

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L’ISIS ha sempre avuto bisogno di soldi per mantenere dei territori che, dal luglio 2014 specialmente, sono diventati via via più vasti prima di subire l’offensiva irachena e siriana che ne ha portato alla capitolazione; i cristiani, in tal senso, spesso sono serviti come vero e proprio mezzo per ottenere maggior danaro: non solo la tassa da pagare per non essersi convertiti all’Islam, ma anche espropri forzati dei propri beni e di quello delle varie comunità e parrocchie, oltre che la vendita di opere d’arte trafugate dalle Chiese della piana di Ninive e di quelle delle altre città irachene e siriane occupate dai miliziani jihadisti. La distruzione di croci e di ogni simbolo del Cristianesimo, a Mosul come nel resto della Mesopotamia caduta nelle grinfie dell’ISIS, ha voluto significare anche un ‘auto finanziamento’ dello Stato Islamico mentre, sotto le bandiere nere, la vita dei cristiani era stata ridotta ad un vero e proprio supplizio il quale, alla lunga, ha portato all’allontanamento di quasi tutti i 150mila fedeli presenti nel nord dell’Iraq e nel resto del paese.

Il califfato in Siria

Come in ogni guerra ed in ogni battaglia, anche quella combattuta per eliminare l’ISIS dalla Siria non è stata esente dalla presenza di episodi simbolici che ne hanno caratterizzato alcuni degli eventi più importanti e che, ancora una volta, hanno sottolineato come il cristianesimo sia ben inserito nel tessuto sociale e storico del territorio; ad esempio, la spinta definitiva alla caduta dello Stato Islamico in Siria è partita grazie alla conquista, nello scorso mese di giugno, di Rusafa: questa città era anticamente nota con il nome di Sergiopoli, essendo stato il luogo in cui secondo la tradizione è stato martirizzato il soldato romano Sergio, il quale si era rifiutato di effettuare sacrifici in onore di Giove. E’ proprio mettendo gli scarponi sulle rovine romane di Sergiopoli, meta nel passato di numerosi pellegrini proprio per il monumento dedicato al Santo Sergio, che i soldati siriani hanno potuto prendere possesso di un luogo strategico e cruciale che ha permesso loro di spingersi, da un lato, verso il lago Assad e, dall’altro lato, verso il cuore del deserto di Homs e Deir Ez Zour determinando da lì a pochi mesi il collasso dello Stato Islamico.

Ma prima della fine dell’ISIS, anche in Siria la vita dei cristiani sotto le insegne nere è stata difficile e problematica; davanti i propri occhi, i fedeli di Qaratyan hanno visto la demolizione nell’agosto 2015 dell’antico monastero di Mar Elian edificato nel V Secolo e considerato dal governo siriano come uno dei principali monumenti nazionali. Ma oltre alla distruzione delle Chiese, anche qui tasse ed espropri forzati hanno caratterizzato l’assurda e nefasta quotidianità dei cristiani; Qaratyan, cittadina della provincia di Homs a sud di Palmyra, ne è stato un esempio vista la sua popolazione prevalentemente di fede cristiana e le atrocità perpetuate in questa lande del deserto siriano da parte dell’ISIS. Molti abitanti di Qaratyan, durante l’occupazione del califfato, hanno vissuto a Damasco od in altre zone del paese; dopo la presa da parte dei soldati governativi nella primavera 2016, le insegne nere sono ritornate per qualche settimana a seguito di un’offensiva dei miliziani, adesso si sta provando a rimettere in piedi tanto le Croci quanto la comunità.

Ci sono diversi modi di sostenere i cristiani che soffrono. 
Questi sono tre progetti, tutti con un unico obiettivo: non lasciare soli i cristiani di Aleppo

Iban: IT67L0335901600100000077352 Banca Prossima
Causale: ilgiornale per i cristiani

 

La vita quindi, in Siria ed Iraq, sta lentamente tornando anche per i cristiani; c’è chi è rientrato a casa, chi ha rimesso a posto le poche Chiese ancora in piedi, chi in qualche modo sta provando a riportare l’identità cristiana nelle terre dove l’ISIS ha cercato di cancellare ogni segno di diversità religiosa. Per tutti, vi è la consapevolezza che non sarà semplice ripartire dopo aver subito una delle più feroci persecuzioni che una terra come il Medio Oriente, pur se da secoli caratterizzata da scontri e rivalità, possa ricordare; ma per i cristiani che stanno provando a ripartire in Mesopotamia vi è anche un’altra certezza che, negli anni, rappresenterà sempre più un punto fisso importante per la riconciliazione con questi territori: ad aiutare a rimettere a posto le Croci ed a ricostruire le case sono stati, militarmente e non solo, gli eserciti composti in gran parte da musulmani di Siria ed Iraq mentre, dall’Europa e dall’occidente, è spesso arrivato un complice silenzio che ha rischiato di cancellare un’intera comunità di fedeli.

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