Rifiuto dell’ideologia economica dominante, spinta a un giubileo del debito, appelli all’inclusività e alla lotta alle disuguaglianze, sotto certi punti di vista anche incentivo a misure come gli Eurobond. Nelle ultime settimane Papa Francesco è stato centrale nel dettare le linee guida delle risposte del mondo alla crisi del coronavirus e alla conseguente tempesta economica che si è scatenata a livello globale. Dalla preghiera di Piazza San Pietro del 27 marzo scorso, quando il pontefice ha rubricato l’uscita di rotta del sistema economico dominante con il celebre “pensavamo di rimanere sempre sani in un mondo malato”, Bergoglio ha agito con incisività, e assieme a lui tutte le strutture della Chiesa cattolica. Attenta a distribuire assistenza spirituale, umana e materiale nei Paesi più colpiti dal virus, a partire dall’Italia. E a presentarsi come istituzione emancipatrice in una fase di acuta crisi.

Nel mirino del Papa c’è in primo luogo l’ideologia neoliberista e la sua pretesa di asservire le società e le regole dello sviluppo alle logiche del mercato e del profitto. La chiave di lettura sviluppata da Bergoglio a partire dall’enciclica Laudato Sì va in parallelo alla visione geopolitica dell’Oltretevere, attento all’inclusione delle periferie globali. Due articoli, in particolar modo, segnalano l’attivismo del Vaticano.

Il 4 aprile 2020 La Civiltà Cattolica, l’organo dei gesuiti, diretta dall’importante consigliere del Papa Armando Spataro, presenta in formato open source un’analisi dell’economista francese Gael Giraud, tratto dal più recente dei suoi numeri, in cui la strada per la ripresa post-crisi è indicata nel sentiero del rafforzamento del welfare, della tutela del lavoro e dell’enfasi sulla spesa pubblica. Cinque giorni dopo, all’inizio del triduo pasquale, L’Osservatore Romano pubblica un’intervista a Stefano Zamagni, economista, presidente della Pontificia accademia delle Scienze sociali, in cui il maggior consigliere economico della Santa Sede parla senza mezze misure: “la lezione principale è che il modello liberista è il nemico numero uno. […] Oggi chi ancora sostiene le posizioni neoliberiste o è un incompetente o lo fa in cattiva fede”. Un cannoneggiamento che riflette la dura presa di posizione di Francesco. Ma anche il risultato di anni di riflessione nella Chiesa Cattolica.

La continuità coi predecessori

Da Papa Paolo VI a oggi la dottrina sociale della Chiesa ha approfondito le sue posizioni critiche nei confronti dell’ideologia economicista, dei lati deteriori e disumanizzanti della società dei consumi, della finanza predatoria. La Popolorum progressio di Paolo VI, in tal senso, ha aperto la strada a una lunga riflessione che  Giovanni Paolo II, con l’enciclica Laborem exercens e diversi interventi pubblici, e Benedetto XVI, autore della Caritas in veritate, uno dei maggiori contributi al pensiero economico del nuovo millennio, hanno approfondito.

La posizione della Chiesa, frutto di uno sviluppo di oltre mezzo secolo, è che l’economia contemporanea rischia di privare l’uomo della sua centralità nel creato, nell’azione sociale e nello sviluppo integrale delle comunità. L’enfasi della dottrina sociale è rivolta alla tutela del lavoro come strumento di nobilitazione individuale e sociale e come parte del processo produttivo non assimilabile a merce. La critica più radicale è forse quella della Caritas in veritate con cui Ratzinger, a detta dell’economista Giulio Sapelli, “ha denunciato la finanza fine a se stessa, la speculazione, la disoccupazione. La Caritas in veritate è animata da un vero e proprio atto d’accusa contro l’accumulazione capitalistica e il profitto fine a se stesso”.

Su questo canovaccio si è mosso Bergoglio inserendo la difesa dell’ambiente nel perimetro della riflessione sociale della Chiesa e acuendo la spinta alla difesa delle comunità contro l’ideologia invasiva della dominazione economica.

La spinta delle ultime settimane è dunque il frutto di un posizionamento della Chiesa ben calibrato e funzionale all’obiettivo dell’istituzione ecclesiale di leggere con attenzione il segno dei tempi.

Il “giubileo del debito” di Bergoglio

Nella giornata del 16 aprile il G20 ha ratificato una decisione ispirata dall’appello pasquale del Papa a mettere “in condizione tutti gli Stati, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui bilanci di quelli più poveri”. Per otto mesi, fino al 31 dicembre, 76 Paesi debitori vedranno condonate le loro obbligazioni nei confronti delle nazioni più industrializzate del pianeta.

Invitando poi l’Europa a “soluzioni innovative” Bergoglio è sembrato essere intenzionato a dare una sponda a quei Paesi che, nell’Unione, vogliono superare la linea egoistica dell’austerità. In entrambi i casi assistiamo a un Papa che rema contro l’ideologia mainstream, si fa portavoce di cambiamenti strutturali, di svolte, di sviluppi.

Da tempo la Chiesa Cattolica e il Vaticano sono, rispettivamente, una delle poche istituzioni e l’unica nazione capaci di portare avanti una critica tanto radicale dell’ideologia dominante, dei limiti della globalizzazione e dei rischi del primato totale dell’economia sulla vita umana e a ricevere la possibilità di incidere sugli scenari e sui loro sviluppi. Come sottolinea Kritica Economica, il Papa “senza troppi giri di parole afferma che “questa economia uccide” e nessuno, dopo il crack della Lehman Brothers, era riuscito a dirlo in modo così chiaro e forte. Francesco unisce allora teoria e prassi economica al centro della sua attenzione, perché non si cambia il mondo senza cambiare la prassi e soprattutto la teoria economica”.

Nel pieno della crisi del coronavirus Bergoglio si rende conto che “il mondo è malato” anche e soprattutto perché dopo il 2008 non ha saputo rimuovere le criticità e le disuguaglianze che hanno creato il terreno di coltura perfetto per il crac finanziario e, a oltre un decennio di distanza, rischiano di amplificare i costi senza precedenti della pandemia. La sfida per il Vaticano sarà trovare nei Paesi avanzati referenti politici e sociali di riferimento per avviare la svolta: nel secondo dopoguerra, in Paesi come l’Italia e la Germania la dottrina e la prassi cattolica seppero ispirare stagioni di crescita e sviluppo. Adattandosi ai tempi nuovi ora l’Oltretevere dovrà cercare di fare altrettanto.

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