L’ascesa di Volodymyr Zelensky alla presidenza dell’Ucraina ha accelerato il ritmo con cui il paese sta venendo inglobato nella sfera d’influenza occidentale e, a poco più di un anno dal suo insediamento, l’adesione all’Unione Europea e all’Alleanza Atlantica non sembrano più essere delle tappe raggiungibili nel lunghissimo termine ma dei traguardi prossimi all’orizzonte.

Due sono i paesi che stanno aiutando l’Ucraina nel suo percorso di rinascita politica, culturale ed economica all’interno della galassia occidentale, che comporterà una de-russificazione integrale, e sono Polonia e Turchia. Mentre la collaborazione con la prima si sta rivelando funzionale all’allontanamento di Kiev da Mosca dal punto di vista economico ed energetico, la cooperazione con la seconda è utile ai fini del contrasto dell’influenza russa nel Mar Nero e al mantenimento in essere di un clima potenzialmente incendiario in Crimea e nel Donbass per tramite della minoranza tatara.

Il partenariato turco-ucraino è ormai multisettoriale e multidimensionale, si estende dal commercio alla difesa, e la manifestazione più eloquente della sua salute è la politica del corteggiamento di Zelensky nei confronti dei tatari e dell’islam in generale. Dopo aver dato maggiore spazio pubblico all’islam, riconoscendone alcune festività nel calendario nazionale, adesso si sta discutendo la costruzione della più grande moschea d’Ucraina a Kiev.

Il progetto

La notizia è stata completamente ignorata al di fuori dell’Ucraina ma è estremamente importante in quanto utile a comprendere lo stato di salute del partenariato con la Turchia. L’ambasciatore turco a Kiev, Yagmur Ahmet Guldere, ha recentemente dichiarato che sono in corso delle trattative avanzate per la costruzione di una maxi-moschea nella capitale ucraina.

La questione del terreno è già stata risolta, il luogo di culto dovrebbe sorgere nel centro città, e in questi giorni si stanno discutendo gli aspetti burocratici del progetto. Una volta terminata questa fase, che non è un ostacolo quanto un passo necessario, Ankara potrà chiedere l’avvio formale della procedura di approvazione.

La Turchia è parte in causa perché, come riporta Guldere, sarà il suo governo a finanziare e supervisionare l’edificazione del luogo di culto, che è stato progettato per essere la più grande moschea del paese. L’edificio dovrebbe avere una capienza di almeno 5mila fedeli e il governo turco è pronto a mettere a disposizione cinque milioni di dollari per l’avvio dei lavori.

L’idea di costruire una nuova moschea a Kiev è venuta a Mustafa Dzhemilev, l’influente capo della Mejlis, il corpo di rappresentanza ufficiale dei tatari ucraini, che a novembre dello scorso anno ha iniziato a cercare dei potenziali donatori ed interessati perché l’afflusso massiccio dei tatari in fuga dalla Crimea avrebbe reso insufficiente la capienza della piccola moschea della Misericordia, l’unica attualmente presente ed operante nella capitale.

Sullo sfondo delle trattative per la maxi-moschea, la Turchia sta anche lavorando alla costruzione di appartamenti per i tatari scappati dalla Crimea nelle città di Kharkiv, Leopoli, Odessa, Kherson e Dnipro; un’iniziativa che ha ricevuto grande accoglienza presso la minoranza turcica e che contribuirà a migliorare l’immagine di Recep Tayyip Erdogan quale protettore dei popoli turchi e dei musulmani agli occhi dei tatari e della umma (ndr. la comunità islamica mondiale).

Le iniziative dei mesi precedenti

L’annuncio della prossima costruzione di una grande moschea a Kiev segue di due mesi la decisione storica del presidente Zelensky di introdurre due importanti appuntamenti islamici, la festa del sacrificio (īd al-aḍḥā) e la festa dell’interruzione del Ramadan (ʿīd al-ṣaghīr), nel calendario delle festività nazionali ufficialmente riconosciute dallo Stato.

La mossa era stata proclamata dal presidente in persona il 18 maggio, durante la commemorazione del “giorno del ricordo per le vittime del genocidio dei tatari di Crimea”, ed in presenza di una delegazione ufficiale della comunità tatara guidata da Dzhemilev. Secondo Zelensky, un simile riconoscimento era una tappa fondamentale nella costruzione di una nuova Ucraina, all’interno della quale “chiunque possa sentirsi cittadino”, e nella protezione della minoranza tatara “non solo a parole, ma anche a livello legislativo”. 

Nella stessa occasione, il capo di Stato ucraino aveva anche annunciato la creazione di un gruppo di lavoro, all’interno dell’Ufficio della Presidenza, avente l’obiettivo di mantenere viva l’agenda tatara attraverso la somministrazione periodica di rapporti inerenti le condizioni di vita della minoranza.

L’importanza del fattore tataro

Uno sguardo al bilancio dell’ultimo anno e mezzo di cooperazione bilaterale mostra come siano stati i tatari a guidare l’avvicinamento dei due Paesi: lo scorso agosto, nel corso di una visita ufficiale ad Ankara, Zelensky aveva partecipato all’inaugurazione di un ufficio di rappresentanza dei tatari di Crimea; a febbraio, invece, era stato il turno di Erdogan a Kiev, durante il quale il presidente turco aveva annunciato il finanziamento della risistemazione abitativa di circa 500 famiglie tatare fuggite o espulse dalla Crimea e ribadito l’illegalità dell’annessione della penisola da parte russa.

Giocare la carta tatara è utile sia a Kiev, che può migliorare la propria immagine presso i partner occidentali, che ad Ankara, che può aumentare il proprio spazio di manovra all’interno del paese tentando di colmare il vuoto di potere lasciato dall’estromissione forzata di Mosca. Inoltre, attraverso una simile politica del corteggiamento, entrambi i Paesi stanno consolidando la loro influenza formale ed informale presso i tatari che ancora risiedono in Crimea e quelli che combattono nei battaglioni filo-ucraini nel Donbass, mantenendo elevate le possibilità di destabilizzare la penisola e le repubbliche separatiste per loro tramite.

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