Papa Francesco ha di recente fatto molto scalpore con le sue parole nette sulla richiesta di pace sul conflitto russo-ucraino. Ricordando che “il negoziato non è una resa” il Santo Padre si è, in questo caso, rivolto soprattutto a Kiev affinché pensi a una via realistica per uscire da una guerra che appare ormai strategicamente congelata.
Il Santo Padre non crede nell’ineluttabilità della “Terza guerra mondiale a pezzi”, come ha definito la somma di crisi, scenari complessi e guerre locali e regionali che dal suo innalzamento al soglio pontificio nel 2013 si sono moltiplicate. Jorge Mario Bergoglio, Papa arrivato dalla fine del mondo, non ha mai inteso essere il pontefice chiamato ad assistere alla fine del mondo per come lo conosciamo.
Una “dottrina Bergoglio” per la pace
In occasione del decimo anniversario dell’elezione di Francesco, su queste colonne ricordavamo che “alla continuità con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sul fronte del rafforzamento della dottrina sociale cristiana, della critica agli eccessi della globalizzazione e della difesa di un mondo pacifico e fondato sul dialogo e il rispetto tra i popoli Francesco, il cui pensiero è fondato su sovrastrutture diverse rispetto a quelle dei pontefici che lo hanno preceduto, ha aggiunto una vocazione da molti definita “post-occidentale” all’ecumenismo. Una spinta alla centralizzazione delle periferie che lo ha portato a comprendere, in anticipo su molti leader, che proprio dalle ferite sanguinanti delle aree dimenticate del mondo può nascere il seme della divisione e del conflitto”.
Passo dopo passo, crisi dopo crisi, dal ruolo nel 2013 per lo stop ai raid occidentali sulla Siria a quello nel 2015 per la distensione cubano-americana, dalla mediazione in Repubblica Centrafricana e Sud Sudan a quella cercata ostinatamente in Ucraina Francesco ha varato la “dottrina Bergoglio”, una via cattolica alla diplomazia, una “geopolitica della misericordia” proiettata alla Pace che unisce al portato della visione cattolica delle relazioni internazionali (vocazione universalistica, impegno per la compensazione delle rivalità, apertura trasversale al dialogo) un sostanziale realismo fondato su pochi e chiari capisaldi.
La “Guerra Fredda 2.0”
La certezza, in primo luogo, che la rivalità internazionale sottostante alla guerra in Ucraina è qualcosa di paragonabile in intensità e pericolosità alla Guerra Fredda. Una Guerra Fredda 2.0 o, come la chiama Bergoglio, una “terza guerra mondiale a pezzi” in cui i diversi piani vanno tenuti distinti ma possono sommarsi.
E se dunque da un lato il Papa denuncia la futilità di ogni guerra d’aggressione e sottolinea il martirio del popolo ucraino, dall’altro non manca di sottolineare come la guerra indiretta tra Mosca e l’Occidente, in un mondo privo dei pesi e dei contrappesi dell’era della Guerra Fredda rischi di portare le classi dirigenti del pianeta, come sonnambuli, alla rovina.
La “dottrina Bergoglio”, un messaggio all’Europa
La constatazione, su un secondo livello, che quando a sanguinare è l’Europa per il mondo è tempo di prendere sul serio ogni minaccia. E in un certo senso lo sprone all’Europa perché diventi piattaforma mediatrice. Quando il 14 settembre 2022, in occasione della Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, il Vaticano ha dato il suo imprimatur all’adorazione eucaristica promossa della Conferenze episcopali del continente per la pace,, il messaggio che la Chiesa Cattolica e il Papa hanno voluto dare è stato chiaro. Ovvero l’invito alle classe dirigenti del Vecchio Continente a prendere in considerazione un ruolo più attivo dell’Europa per la pace, per una pace di dignità e che non lasci semi di crisi in un’Europa fragile.
Vaste programme, per citare il generale De Gaulle. Ma ad oggi nessuno in Europa pare avere attenzione per il futuro del Vecchio Continente come centro propulsivo degli affari globali, come area di mondo capace di competere per il portato della sua storia, cultura e influenza quanto l’anziano pontefice venuto “dalla fine del mondo”, spesso considerato dai critici e anche da vari ammiratori come un leader in difficoltà nella comprensione dell’Europa.
Le parole del Papa sull’Ucraina
Le parole del Papa sull’Ucraina, di recente pronunciate alla Radiotelevisione della Svizzera Italiana, si inseriscono su questo solco. E sbaglia chi dice che il Papa si sia concentrato esclusivamente sul sostegno alla negoziazione tramite cedimento da parte ucraina. Il continuum di pensiero del Papa nel condannare l’aggressione russa è chiaro. Così come lo è, però, il rifiuto della guerra a oltranza e della semplificazione delle cause. A cui fa riferimento anche il suo appello al negoziato.
Il Pontefice ha chiesto a Vladimir Putin di «fermare, anche solo per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte»; a Volodymyr Zelensky di «essere aperto a serie proposte di pace» e a tutti i «protagonisti della vita internazionale e ai responsabili politici delle nazioni», con implicito riferimento a Stati Uniti e Cina, «di fare tutto quello che è nelle loro possibilità per porre fine alla guerra in corso». Parole chiare, che solo una foga semplificatoria potrebbero portare a ignorare.
Ma da chi si aspetta una mossa profonda e sistemica? Dall’Europa, investita dal conflitto alle sue periferie e a cui è chiesta una risposta proporzionata. Il sostegno alla legittima difesa ucraina, questo il discorso di Bergoglio elaborato soprattutto attraverso le parole del Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, ha un senso se operato con la proporzionalità di un fine politico preciso. In Europa ad oggi sembra prevalere il sonnambulismo riguardo alla crisi ucraina. Ma è proprio al Vecchio Continente che, chiamando alla negoziazione, Papa Francesco sembra chiedere di mostrare le carte con le sue parole all’emittente svizzera.
L’incubo atomico
Terzo e decisivo punto della “dottrina Bergoglio” è la presa di consapevolezza del fatto che le grandi potenze siano, in questa fase, in all-in. E dunque della necessità di sminare il terreno per evitare che si arrivi alla “frontiera dell’Apocalisse” evocata nel 1975 da Giorgio La Pira, il ricorso all’arma atomica. Bergoglio vede nel 2024 alla testa delle grandi potenze gli eredi dei “sonnambuli” che lo storico Christopher Clark indicò negli strateghi politici e militari che nel 1914 si videro arrivare addosso, senza poterlo fermare, il marchingegno infernale della Grande Guerra.
Bergoglio non vuole vedere il mondo dirigersi verso un’inevitabile sorte bellicista e come Papa Benedetto XV ai tempi della Grande Guerra e Papa Giovanni XXIII ai tempi della Guerra Fredda cerca una radicale alternativa. Imperniata certamente sul Vangelo, ma capace anche di essere proiezione diplomatica.
Una breccia nel disordine globale
Cos’è la “dottrina Bergoglio” se non il primo tentativo di fare breccia nel disordine globale proprio di questa fase gramsciana in cui il vecchio mondo unipolare è declinato ma in cui le promesse del cosiddetto “multipolarismo”, dell’architettura policentrica delle relazioni internazionali, tardano a realizzarsi. Più prosaicamente, Bergoglio, assieme a Parolin, constata l’anarchia mondiale che è contraria alla vocazione diplomatica della Santa Sede, fatta di contrapposizione degli opposti e fine tessitura diplomatica volta a consolidare le premesse per pace e dialogo. In questa fase, l’accorato appello del Papa ha un portato ulteriore, quasi profetico, in cui realismo geopolitico (l’Europa non può essere epicentro di possibili scontri tra grandi potenze), visione escatologica (l’atomica, anche solo evocata, è una sciagura) e diplomazia multilaterale (il Vaticano non ha divisioni, ma ha la credibilità di una grande potenza) si fondono.
Consapevole che la “fine della pace” scatenata dal crollo dell’Unione Sovietica può condurre, nel suo deterioramento, a una fine della Storia ben più tragica di quella descritta da Francis Fukuyama e perennemente controcorrente, pontiere prima ancora che pontefice, Bergoglio offre una rotta contro l’inevitabilità della guerra. Ben più articolata della semplice riduzione a pacifismo dottrinale con cui spesso le sue dichiarazioni sono archiviate sui media.
Un vero e proprio “portare la Croce” della propria missione sociale, umana, politica, pastorale. “Per Pietro e gli altri discepoli – ma anche per noi! – la croce è una cosa incomoda, uno scandalo”, diceva Francesco in un Angelus dell’agosto 2020, “mentre Gesù considera scandalo il fuggire dalla croce, che vorrebbe dire sottrarsi alla volontà del Padre, alla missione che Lui gli ha affidato per la nostra salvezza”. Nessun passaggio passato del Papa è tanto saliente quanto questo per descrivere la motivazione per cui la “dottrina Bergoglio” è perseguita dal Papa con ostinazione. E rappresenta non solo una via teologica, ma anche una politica che parla soprattutto all’Europa, su cui Francesco fa particolare affidamento perché nel mondo in guerra possa esser costruttrice di Pace.
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