I cristiani della Terra Santa, divisi fra Israele e Palestina, stanno scomparendo. Nell’ultimo secolo, il lento e graduale processo di fuoriuscita dai territori palestinesi e israeliani è andato crescendo, ed oggi si rischia la scomparsa dei fedeli della seconda religione più antica di quelle terre. Sembra paradossale, ma purtroppo è un dato di fatto che nella culla del cristianesimo, i cristiani siano sempre di meno. Secondo gli ultimi dati, fra territori palestinesi e Israele, il numero totale dei cristiani si aggira intorno alle 170mila anime. Di queste 170mila persone, 120mila vivono in Israele, mentre gli altri 50mila vivono divisi fra Gerusalemme Est, Gaza e Cisgiordania. I dati, forniti dal pastore luterano Mitri Raheb, fondatore e presidente dell’Università “Dar al-Kalima” di Betlemme, fanno parte di uno studio pubblicato dal sito Christian Media Centre e condotto proprio dalla stessa università Dar al-Kalima, dal titolo “Emigrazione cristiana dalla Terra Santa, ragioni e numeri”. Un popolo diviso come sono divisi i luoghi sacri, sperati da confini e muri che costringono molti cittadini di fede cristiana a dover chiedere permessi speciali per recarsi in pellegrinaggio o a pregare nei posti del Vangelo e nelle chiese più antiche di quella terra.

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I numeri della diaspora cristiana sono molto seri. Nel 1850, i cristiani di Palestina, intesa come regione storica, erano più dell’11 per cento della popolazione locale. Oggi, i cristiani sono circa l’1.7 per cento degli abitanti. Un crollo vertiginoso che ha radici economiche, sociali, politiche e religiose e che ormai caratterizza sia il presente che il futuro del cristianesimo della Terra Santa. A questo crollo delle presenze, si aggiunge, infatti, anche quello già prevedibile nel futuro: un quarto degli intervistati ha dichiarato di considerare la possibilità di lasciare il proprio Paese nei prossimi 10 anni. In particolare, il problema lo vivono i cristiani palestinesi, che condividono con gli abitanti dei territori di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est, tutti i problemi economici e politici legati alla difficile situazione di quelle aree. Tra i mille individui intervistati, 500 cristiani e 500 musulmani, in pochissimi hanno inserito la discriminazione religiosa come problema per cui i cristiani potrebbero cambiare Paese. Quasi tutti considerano la mancanza di case e di lavoro come vero e proprio ostacolo alla loro permanenza in quelle terre. Mentre in Israele, dove le condizioni di vita e di lavoro sono nettamente migliori, molti denunciano il sentirsi dei cittadini di seconda classe, non riconoscendosi in uno Stato che fa dell’ebraismo il pilastro della propria esistenza.

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Nella grave situazione che vive la Terra Santa, divisa fra Israele e Palestina, i cristiani ora sono la minoranza più debole. Per il reverendo Raheb, nato 55 anni fa a Betlemme, “la nostra semplice esistenza come cristiani è un inconveniente che rende impossibile etichettare il conflitto come guerra religiosa tra ebrei e musulmani. Non è un problema religioso, è un conflitto su terra e risorse”. Un messaggio che deve far riflettere tutti quelli che vogliono assegnare facili definizioni alle parti contendenti. I cristiani palestinesi oggi sono una minoranza oppressa al pari dei cristiani di altri Paesi. Con l’unica differenza che vivono in una condizione del tutto peculiare per cui non sono mai considerati dalle cronache della regione, neanche come vittime. Esistono anche comunità cristiane che si stanno mobilitando per costruire villaggi per sfuggire a questa logica. Sono in particolare i cristiani aramei, che nel nord della Galilea, sotto la guida di Shadi Jalul, difendono la loro alterità rispetto agli arabi e difendono la loro appartenenza allo Stato di Israele. Idee del tutto diverse rispetto a coloro che vivono nei territori occupati e che dimostrano come questo conflitto divida anche una comunità così piccola e a rischio come quella cristiana.L’unità d’intenti dei leader cristiani di Palestina nei confronti della scelta di Trump su Gerusalemme, ha evidenziato come siano ormai tutti consapevoli che in questa disputa sulla città santa, i cristiani, pur come minoranza, possono essere un fattore di stabilità. La loro terzietà rispetto a ebrei e musulmani, ma anche la loro tradizionale presenza in quel territorio, sono fattori che giocano a favore dell’importanza dei credenti delle varie confessioni cristiane, E non è un caso che tutti i cristiani del mondo, ad eccezione degli evangelici più affini tradizionalmente all’ebraismo (e grandi sostenitori di Donald Trump in campagna elettorale), si siano uniti per appellarsi al presidente Usa. In gioco non c’è solo il futuro di Gerusalemme come capitale, ma quello di Gerusalemme come città santa anche dei cristiani. E che, come hanno detto i capi cristiani, deve essere “città di tutti”.