Le ultime settimane hanno mostrato un aumento della proattività politica di papa Francesco nei confronti del suo continente d’origine, il Sud America. Rilanciando la proiezione diplomatica del Vaticano nella regione, Bergoglio si è messo idealmente in polemica con la linea evangelico-liberale incarnata dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro e, al contempo, ha “benedetto” la svolta politica argentina. Il ritorno al governo dei peronisti con l’elezione di Alberto Fernandez alla Casa Rosada ha infatti raffreddato le relazioni tra Buenos Aires e l’Oltretevere, dopo che nel quinquennio di presidenza di Mauricio Macri Bergoglio era stato più volte definito il “capo dell’opposizione” al presidente liberale, salvo brevi intese ideali sul tema della lotta all’aborto. Ma andiamo con ordine.

La sponda con Fernandez

Il 31 gennaio scorso Fernandez è stato ricevuto in Vaticano dal Papa in un’udienza di circa tre quarti d’ora, nel corso della quale il pontefice e il neo-presidente hanno affrontato un’ampia rosa di temi, evitando quelli più divisivi come l’interruzione di gravidanza o il tema della futura visita del Papa nel Paese natale. Nel colloquio Bergoglio e Fernandez hanno affrontato temi come la crisi economico-finanziaria, la lotta contro la povertà, la corruzione e il narcotraffico, la promozione sociale. Circa una settimana dopo, il 6 febbraio, il Papa ha offerto una sponda a Fernandez su un tema decisivo per il governo: la rinegoziazione del debito argentino di fronte alle istituzioni finanziarie internazionali. In particolar modo i 120 miliardi di dollari di prestiti pendenti e la rata di 57 miliardi concessi a Buenos Aires dal Fondo monetario internazionale lo scorso anno.

In quella giornata la Pontificia accademia delle Scienze sociali ha organizzato un incontro in cui si sono potuti confrontare, alla presenza del Papa, la bulgara Kristalina Georgieva, direttrice operativa del Fondo monetario internazionale, e Martin Guzman, ministro argentino dell’Economia e delle Finanze. Un’occasione unica per un confronto informale ma strategicamente importante, a cui il Papa ha voluto offrire il massimo sostegno. Come scrive Il Sole 24 Ore, in occasione dell’incontro “papa Francesco si è appellato ai leader finanziari e agli esperti economici affinché prestino maggiore attenzione alle ingiustizie che pervadono la nostra attuale economia, lavorare insieme per porre fine alla disuguaglianza globale. Non solo, pur non citando esplicitamente l’Argentina, papa Bergoglio ha menzionato l’idea di nuove forme di solidarietà e, con riferimento ai Paesi indebitati, ha chiesto che non siamo condannati alla diseguaglianza universale”.

Amazzonia e Lula: sfida a Bolsonaro

Ancor più pervasiva l’attenzione di papa Francesco per il gigante del continente sudamericano, il Brasile. Bergoglio e la diplomazia vaticana sanno che la Chiesa deve sopportare, nel Paese, la dura concorrenza politico-religiosa dell’evangelismo pentecostale, dei “teologi della prosperità” che provano, forzosamente, a leggere il Vangelo in chiave individualista-liberale e hanno rappresentato una sponda politica fondamentale per l’elezione del presidente Jair Bolsonaro.

Bergoglio e l’apparato guidato dal cardinale Pietro Parolin studiavano da tempo le modalità più consone per smarcarsi dal leader del Paese con il maggior numero di cattolici al mondo dopo lo schiaffo subito nell’ottobre scorso, quando Bolsonaro si era rifiutato di partecipare alla canonizzazione di Irma Dulce, prima brasiliana onorata dalla Chiesa con l’elevazione al rango di santa. Evento simbolico che però ha portato all’emersione della radicale alterità tra la visione del mondo della destra liberista, filo-atlantica e occidentalista brasiliana e la visione del mondo propria di papa Francesco.

Papa “imperiale” nella leadership, ma con forti sfumature comunitariste nella visione della società e del ruolo della Chiesa al suo interno

Comunitarista e, per usare una forzatura, addirittura “sovranista” potremmo in tal senso definire l’appello del Papa Querida Amazzonia, pubblicato nelle scorse settimane, in cui il pontefice sfida apertamente Bolsonaro, la sua idea di aprire l’Amazzonia allo sfruttamento economico e, soprattutto, il suo atteggiamento polemico verso i popoli indigeni. “La lotta sociale implica una capacità di fraternità, uno spirito di comunione umana. Ora, senza sminuire l’importanza della libertà personale, va sottolineato che i popoli originari dell’Amazzonia possiedono un forte senso comunitario”, si legge nell’esortazione. “Le relazioni umane”, prosegue il Papa, “sono impregnate dalla natura circostante, perché gli indigeni la sentono e la percepiscono come una realtà che integra la loro società e la loro cultura, come un prolungamento del loro corpo personale, familiare e di gruppo sociale”. Uno schiaffo alla visione di Bolsonaro secondo cui gli indigeni sarebbero, in realtà, ingenuamente abbindolati da ong ambientaliste anti brasiliane e desiderosi di passare a uno stile di vita urbanizzato.

A conclusione del processo di distacco politico tra Brasilia e l’Oltretevere è giunta, nella giornata del 13 febbraio, la notizia che l’ex presidente brasiliano Lula era stato ricevuto in Vaticano dal Papa per un colloquio privato. Lula vive in aperta polemica con Bolsonaro, che sulle problematiche giudiziarie dell’ex presidente e sull’inchiesta “Lava Jato” ha costruito la sua piattaforma politica per le presidenziali del 2018. Sergio Moroil discusso pm dell’inchiesta, è oggi ministro della Giustizia di Bolsonaro. Incontrando Lula, Bergoglio compie un atto politico di forza notevole e, al tempo stesso, mette il cappello sull’opposizione brasiliana: il Partito dei Lavoratori lulista nasce, infatti, dalla Teologia della Liberazione del secondo dopoguerra, e potrebbe in futuro rappresentare la punta di lancia con cui il Vaticano potrebbe ricostruire il capitale politico nel gigante sudamericano.

Tra Argentina e Brasile, dunque, il Vaticano si muove come attore autonomo: fede, diplomazia, politica e questioni ambientali si intersecano, sovrappongono e influenzano reciprocamente. Il Papa, dall’Oltretevere, tira le fila: il successore di Pietro è un capo di Stato con una capacità esecutiva sconosciuta a molti leader politici della Terra, e in dossier come quello latinoamericano mira a rilanciare l’influenza del cattolicesimo attraverso la sua proiezione personale.

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