Settarismo evangelico e wahhabismo apparentemente non hanno nulla in comune. Eppure i legami fra queste due forme di fondamentalismo religioso si sono intensificati negli anni recenti, raggiungendo un picco storico con l’avvento, rispettivamente, dell’era Trump e dell’ascesa del principe ereditario Mohammad bin Salman.

I primi hanno fatto propria la retorica dello scontro di civiltà di huntingtoniano ricordo. I secondi aderiscono ad una scuola di pensiero ritenuta eterodossa dalle principali correnti islamiche che, negli anni recenti, si è rivelata particolarmente pericolosa in quanto leitmotiv di radicalizzazione religiosa e terrorismo.

Ciononostante, questi due mondi tanto distanti hanno trovato il modo di comunicare poiché spinti alla collaborazione da un nemico comune, l’Iran, che dal 1979 è retto da una giunta rivoluzionaria ispirata agli insegnamenti dell’ayatollah Ruhollah Khomeini.

11/09/2019

A 18 anni esatti di distanza dai tragici attentati dell’11 settembre 2001, una delegazione di nove persone proveniente da Washington si è recata a Gedda per discutere con il principe ereditario di libertà religiosa, dell’agenda riformista saudita, della lotta all’islam radicale e di altri temi, fra cui l’Iran e il piano del secolo di Jared Kushner.

Il gruppo era guidato da Joel Rosenberg, un influente lobbista con doppia cittadinanza israeliana e statunitense che appartiene alla galassia del cosiddetto giudaismo messianico – una corrente dell’ebraismo che crede nella divinità di Gesù e che l’umanità stia vivendo nella fine dei tempi. Rosenberg è un esperto di questioni mediorientali e ha scritto diversi libri sulla relazione tra islam e religione. È anche noto per le sue posizioni anti-iraniane e per il malumore nutrito nei confronti dell’amministrazione Obama per via dell’accordo sul nucleare, da lui fortemente osteggiato.

Tra i presenti c’era anche il reverendo Johnnie Moore, che è ritenuto il potere dietro la corona dell’evangelicalismo politico statunitense ed è il punto di collegamento tra destra religiosa e Casa bianca.

La visita si è conclusa con una dichiarazione finale da parte delle due delegazioni, nella quale Rosenberg ha tenuto a sottolineare sia gli sforzi del principe ereditario nell’aprire il paese alla modernità che l’importanza da esso rivestita per gli Stati Uniti in quanto “alleato strategico nella lotta al terrorismo islamista e alla minaccia iraniana”.

A rendere la visita ulteriormente importante è stata la co-partecipazione di rappresentanti di alto livello del mondo islamico, fra i quali il segretario generale della Lega musulmana mondiale, Mohammed Al-Essa.

La tre-giorni è stata marcata da dichiarazioni roboanti e molto significative, che dicono molto sullo stato di salute dell’asse Washington-Riad ma anche, e soprattutto, di quello con Tel Aviv. Rosenberg ha, infatti, spiegato al principe ereditario che attende una sua visita a Gerusalemme e la fine del tabù sul riconoscimento di Israele per poter dar vita ad un partenariato fruttuoso.

Nonostante i due paesi non abbiano alcuna relazione diplomatica ufficiale, è noto che collaborino da più di un decennio nel campo della sicurezza con il comune obiettivo di contenere l’espansionismo iraniano nella regione.

I precedenti

Rosenberg era stato a capo di una precedente delegazione nel novembre dello scorso anno. In quel caso si era trattato della prima visita in assoluto in Arabia saudita di emissari statunitensi chiaramente provenienti dal mondo religioso e legati a gruppi di pressioni israeliani, come la repubblicana Michele Bachmann e il fondatore del Jerusalem Prayer Team, Mike Evans.

I temi trattati durante l’evento erano pressoché gli stessi: questione palestinese, Iran, riforme domestiche, consolidamento dell’alleanza con gli Stati Uniti e del partenariato con Israele. Anche in quell’occasione la delegazione era stata accolta dai più importanti membri del governo saudita e del segretario generale della Lega musulmana mondiale.

Ancora prima della storica visita, fra il 27 e il 28 marzo, MbS aveva partecipato ad un congresso a New York con esponenti di punta del fondamentalismo evangelico e dell’ebraismo statunitense, fra cui i rabbini Rick Jacobs, presidente dell’Unione per il giudaismo riformato,  Steven Wernick, capo della Sinagoga unita del giudaismo conservatore, e Allen Fagin, vice-presidente esecutivo dell’Unione ortodossa. Praticamente, in un solo incontro, il principe ereditario saudita ha conosciuto i rappresentanti delle principali correnti dell’ebraismo contemporaneo nordamericano.

La visita di MbS era stata contraddistinta da alcune sue dichiarazioni molto forti sulla questione palestinese, che sono leggibili come un posizionamento definitivo della casa regnante sul tema. Il principe aveva infatti dichiarato che non solo Israele aveva il diritto ad avere la propria terra, ma anche che la responsabilità per la situazione attuale della Palestina era dei palestinesi e che un’apertura ufficiale delle relazioni sarebbe stata un guadagno per entrambi i paesi, poiché legati da diversi interessi. Inoltre, MbS aveva accusato l’attuale guida suprema iraniana, Hassan Rouhani, di essere l’Adolf Hitler di quest’epoca poiché desideroso di conquistare il mondo intero.

I risultati

Evangelici e wahhabiti stanno perseguendo delle agende molto precise, in cui la religione è un semplice mezzo per un fine. I primi stanno tentando di utilizzare l’elevato potere di pressione attualmente detenuto per convincere la famiglia reale saudita a legarsi ulteriormente agli Stati Uniti e al loro alleato più prezioso, Israele. Se i due paesi mettessero da parte le ostilità rimanenti, gli Stati Uniti potrebbero finalmente uscire dal Medio oriente e dedicarsi a fronti più importanti, come la Cina, in quanto i loro interessi nazionali sarebbero difesi da una nuova politica dei due pilastri.

Il principe ereditario sta invece tentando di ripulire la propria immagine e quella del proprio paese agli occhi degli Stati Uniti. Un’immagine che è stata macchiata dal caso Khashoggi e dalle accuse di complicità nel finanziamento al terrorismo islamista internazionale, arrivando fino al presunto coinvolgimento negli attacchi dell’11 settembre 2001 – per via della nazionalità degli attentatori.

Entrambe le parti stanno ottenendo risultati eccelsi: il principe sta lentamente aprendo il paese alla modernità e le indiscrezioni che la libertà religiosa possa essere il futuro tema toccato dall’agenda riformista sono sempre più forti, mentre l’apertura ad Israele ha prodotto un effetto domino sulle altre petromonarchie della penisola e altri paesi a maggioranza islamica, come l’Egitto, che stanno adottando una postura sempre più anti-iraniana e pro-israeliana.

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