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Portare fede e speranza in una terra devastata dall’odio e dal fondamentalismo. È stata questa la missione di monsignor Selwanos Boutros Alnemeh, Arcivescovo siro-ortodosso di Homs. Anche grazie a lui gli orrori del conflitto siriano e le persecuzioni nei confronti della comunità cristiana sono arrivate sotto gli occhi dei politici occidentali, a Bruxelles e a Ginevra.

La guerra lo ha segnato nel corpo e nell’anima. Ha visto suo fratello morire per le ferite riportate durante l’esplosione che nel 2014 ha devastato la cattedrale di Homs. E ha assistito al massacro di 45 cristiani a Sadad, la sua città natale. Decine di donne e bambini uccisi e buttati nelle fosse comuni dalle milizie ribelli che volevano rovesciare il presidente siriano Bashar al Assad.

“Per una settimana, 1.500 famiglie sono state tenute come ostaggi e scudi umani”, denunciava monsignor Alnemeh nell’ottobre del 2013. “Abbiamo gridato soccorso al mondo ma nessuno ci ha ascoltati. Dov’è la coscienza cristiana? Dov’è la coscienza umana? Dove sono i miei fratelli? Penso a tutte le persone sofferenti, oggi nel lutto e nel disagio: ho un nodo alla gola e mi piange il cuore per quanto è successo nella mia arcidiocesi”, gridava contro quell’Occidente che allora sembrava ancora sordo e cieco di fronte alle atrocità del conflitto.

Anche tu puoi aiutare i cristiani (Qui tutti i dettagli).

Per sostenere i cristiani che soffrono potete donare tramite Iban, inserendo questi dati:

Beneficiario: Aiuto alla Chiesa che Soffre ONLUS
Causale: ILGIORNALE PER I CRISTIANI CHE SOFFRONO
IBAN: IT23H0306909606100000077352
BIC/SWIFT: BCITITMM

Oppure tramite pagamento online a questo link

Oggi è la Siria a piangere per lui, nel giorno in cui viene seppellito nella stessa Sadad. Monsignor Selwanos è morto lunedì scorso a Damasco, stroncato a soli 52 anni da una grave malattia. “Grazie al suo zelo abbiamo potuto realizzare quasi 40 progetti, in tempi di terribili sofferenze e di guerra”, spiega Regina Lynch, responsabile dei progetti della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, che lo ricorda come “un baluardo di resistenza contro la disperazione, un combattente per la salvezza della comunità cristiana e un esempio di ecumenismo”.

Le atrocità vissute durante gli anni più duri della guerra siriana non hanno scalfito la sua fede. Quando, dopo il cessate il fuoco, le famiglie cristiane hanno iniziato a fare ritorno ad Homs, è stato uno dei primi a rimboccarsi le maniche per riedificare una città e un’intera comunità dalle macerie. Alla “speranza”, che evidentemente non ha mai perso, ha intitolato l’asilo aperto ad Hama, e un’iniziativa che ha coinvolto i bambini della città vecchia di Homs, che hanno colorato con i graffiti i muri delle case distrutte. Un messaggio forte per chi avrebbe voluto cancellare la comunità cristiana da quella terra.

E poi l’impegno per garantire borse di studio ai giovani studenti per proseguire la loro formazione nonostante le difficoltà. La devozione agli orfani, ai poveri e a quei sacerdoti che si sono ritrovati al fronte, a dover curare le ferite del corpo oltre a quelle dell’anima. “È un uomo che ha sofferto con il suo popolo e per il suo popolo”, prosegue Regina Lynch.

“Sono stato cresciuto da orfano, la Chiesa era mia madre. Ora tutti in Siria si sentono orfani”, diceva monsignor Selwanos durante la fase più dura degli scontri, quando tutto sembrava perduto. Oggi è la Siria ad essere rimasta orfana di un grande sacerdote. Ma è anche grazie alla sua eredità che può sperare in futuro di pace.