La Chiesa ortodossa serba, orfana di una guida dallo scorso 20 novembre, ha un nuovo patriarca: Porfirio, ex metropolita di Zagabria e Lubiana. Eletto durante una seduta-lampo del Consiglio dei Vescovi avvenuta il 18 febbraio, la cerimonia di intronizzazione del nuovo sovrano si è svolta il giorno dopo.

Autore prolifico, poliglotta e con esperienza diretta nel dialogo tra i popoli della ex Iugoslavia, in particolare tra serbi e croati (e quindi tra ortodossi e cattolici), Porfirio sta venendo descritto come un seguace dell’ecumenismo ed un patriota moderato che potrebbe (e vorrebbe) rompere i ponti con il passato, ovvero con l’intransigenza tipica dei suoi predecessori.

L’elezione e l’intronizzazione

Lo scorso 20 novembre il Covid19 mieteva una vittima eccellente in Serbia: lo storico patriarca-patriota Irinej, seduto sul trono di Belgrado dal 2010. La sua prematura scomparsa aveva gettato la nazione nello sconforto, determinando l’inizio di una fase depressiva di lutto che ha avuto fine soltanto a metà febbraio, ovvero con l’avvio dei lavori per l’elezione del 46esimo patriarca.

La procedura è iniziata ed è finita il 18, giorno della prima (e unica) riunione del Consiglio dei Vescovi della Chiesa ortodossa serba. Trenta i papabili al vaglio dell’assemblea di chierici, ma alla prova delle prove accedono, come da rituale, soltanto in tre – tre come la Trinità. Quest’anno, i tre che avevano ottenuto il numero maggiore di voti erano stati Porfirio di Zagabria e Lubiana, Irinej di Backa ed Efrem di Banja Luka.

Terminata la prima fase della procedura d’elezione, una fase puramente umana in cui sono i presenti a selezionare il loro candidato preferito, segue quella metafisica, nella quale il fato dei tre finalisti viene affidato al Divino. Dopo una preghiera comune, i nomi dei tre vengono inseriti tra le pagine del Vangelo dal monaco più anziano che, poi, è chiamato ad aprire il testo sacro e ad estrarne uno. È convinzione della Chiesa ortodossa serba che non sia il caso a guidare la mano del cerimoniere, ma Dio. E Dio, quest’anno, avrebbe scelto Porfirio di Zagabria e Lubiana quale suo rappresentante in Serbia.

La cerimonia di intronizzazione ha avuto luogo il giorno dopo l’elezione presso la Cattedrale di San Michele, a Belgrado. La caratura dei presenti è indicativa dell’importanza dell’evento, o meglio del potere e dell’influenza del sovrano della Chiesa ortodossa serba nei Balcani occidentali; hanno partecipato, infatti, il presidente serbo Aleksandar Vucic, il presidente di turno della Bosnia ed Erzegovina, Milorad Dodik, il presidente dell’entità serba di Bosnia, Zeljka Cvijanovic, il principe Filip Karadordevic e il nunzio apostolico in Serbia, Luciano Suriani.

Chi è Porfirio

Porfirio, al secolo Prvoslav Perić, nasce a Becej (Serbia settentrionale) il 22 luglio 1961. Sin da giovane attratto dall’ascetismo ortodosso, viene ordinato monaco nel 1985, all’età di soli 24 anni. L’anno successivo si laurea in teologia ortodossa a Belgrado, partendo poi alla volta di Atene, dove avrebbe proseguito gli studi sino al 1990. Fa ritorno in patria con un curriculum particolarmente forte e parlando quattro lingue straniere: inglese, tedesco, greco e russo.

Una volta in Serbia, oltre ad occuparsi di promuovere il dialogo e la cooperazione tra le fedi e le etnie dell’ormai defunta Iugoslavia, assume rapidamente notorietà presso l’opinione pubblica per via delle sue numerose attività caritatevoli e di utilità sociale, tra le quali risaltano l’erogazione di borse di studio per studenti meritevoli e le comunità di recupero e reinserimento sociale per tossicodipendenti.

Nel 2010 gli viene affidato l’incarico di sovrintendere la vita religiosa nelle forze armate serbe, e quattro anni più tardi viene investito dall’allora patriarca Irinej del ruolo di metropolita di Zagabria e Lubiana; ruolo, quest’ultimo, mantenuto sino all’elezione al trono di Belgrado.

Cosa attendersi da lui

Porfirio è un volto noto dentro e fuori la Serbia, in particolare nelle stanze dei bottoni di Slovenia, Croazia, Kosovo e Vaticano, essendo l’eminenza grigia che ha diretto e sceneggiato il timido riavvicinamento tra ortodossi e cattolici, ovvero tra serbi e croati. È un frequentatore dei circoli diplomatici prossimi alla Santa Sede, spesso viene invitato nelle università e in televisione per parlare di fede, dialogo interreligioso e dei suoi progetti sociali, e nel 2019 ha ottenuto un riconoscimento dall’Associazione per la libertà religiosa della Repubblica croata per il contributo dato alla causa della riappacificazione dei due popoli.

Porfirio è, in sintesi, l’uomo giusto al momento giusto: un seguace dell’ecumenismo che potrebbe aiutare la presidenza Vucic a migliorare le relazioni bilaterali di Belgrado con gli stati cattolici dei Balcani occidentali, ovvero Lubiana e Zagabria, e quindi con il loro garante informale, ossia il Vaticano, il quale, a sua volta, alla luce dell’influenza esercitata su Tirana e Pristina, potrebbe rivelarsi determinante nella risoluzione della questione kosovara.

Non è un caso, in ragione dei punti di cui sopra, che la sua elezione sia stata accolta negativamente nei circoli più oltranzisti del nazionalismo serbo, dove Porfirio viene dipinto come un burattino di Vucic e/o un agente al servizio di cattolici e albanesi, e celebrata con frugalità negli ambienti vaticani, il cui potente e capace uomo in loco, monsignor Suriani, da tempo sta lavorando al concretamento di due missioni (im)possibili: un viaggio apostolico di papa Francesco in Serbia e la trasformazione della Santa Sede in un mediatore tra Belgrado e Pristina.