Nel Sud globale è in corso uno scontro geo-religioso fra l’internazionale dell’evangelicalismo atlantico con base a Washington e la chiesa cattolica che sta riscrivendo l’identità storicamente consolidata di numerosi paesi, dalle Filippine all’America latina. Ed è proprio in quest’ultima regione che la lotta per la conquista delle anime di milioni di persone è particolarmente accentuata ed il Brasile rappresenta il caso più emblematico.

Da terra cattolicissima a terra promessa degli evangelici

Dal 1980 al 2019 il numero dei cattolici sul totale della popolazione si è ridotto in maniera impressionante, passando dal 90% al 50%; nello stesso periodo gli appartenenti alla galassia del protestantesimo, come evangelici e neopentecostali, sono aumentati dal 9% al 31%, ossia da 7,8 milioni a 26,2 milioni di persone.

Nel periodo 1991-2010, il cattolicesimo è diminuito ad un tasso annuale dell’1%, controbilanciato da una crescita annuale degli evangelico-protestanti dello 0,7%. Se la tendenza dovesse protrarsi, e così sembra, il Brasile cesserà di essere a maggioranza cattolica nel 2032.

La rivoluzione religiosa è stata resa possibile da una serie di fattori, in primo luogo l’arretramento della chiesa cattolica nelle favelas, nelle fabbriche e nelle periferie. Lo “stato sociale” tradizionalmente fornito dalle parrocchie si è eroso per ragioni endogene, come la riduzione del capitale a disposizione, ed esogene, come l’attivismo accanito delle chiese evangeliche. Queste ultime sono penetrate efficacemente in ogni settore che, fino agli anni della dittatura militare, era stato monopolizzato dai cattolici, attraendo nella propria orbita soprattutto donne, giovani e afrobrasiliani.

Secondo uno studio del 2017 dell’Associação Nacional de Medicina do Trabalho, una delle principali ragioni dietro il successo delle chiese evangeliche è proprio il supporto da esse fornito alle “vittime” dei ritmi asfissianti del sistema capitalistico, ossia i lavoratori afflitti da forme di stress acuto, depressione, ansia, dipendenze nocive da alcol e droghe e disturbi psicofisici. Queste persone trovano conforto e soluzione ai loro problemi proprio nelle chiese che, servizi religiosi a parte, sono coinvolte nell’erogazione di numerose attività ricreative utili al recupero del benessere mentale.

Nel 2018, l’influente chiesa del regno universale di Dio gestiva 15 programmi di aiuto sociale, seguiti da quasi 11 milioni di persone. Questi programmi sono estremamente importanti, perché non soltanto servono a consolidare l’immagine delle chiese evangeliche come nuovi aiutanti dei poveri e degli emarginati ma, soprattutto, creano delle comunità coese in cui pastori e fedeli sono un tutt’uno, riuscendo nell’ardua impresa di contrastare l’atomizzazione sociale, la fluidità delle relazioni interpersonali e l’iper-individualizzazione dell’era contemporanea.

I riflessi sulla politica

Nel 1982 i parlamentari di fede evangelica erano soltanto 12 mentre oggi, nell’era Bolsonaro, sono saliti a quota 90. La maggior parte di essi appartiene alla chiesa universale del regno di Dio, per la quale svolge anche attività pastorali ed organizzative di primo piano che, almeno a livello teorico, dovrebbero creare un conflitto di interessi con il ruolo politico ricoperto.

Contrariamente ai cattolici che, pur continuando a rappresentare la maggioranza della popolazione sono al tempo stesso non praticanti e secolarizzati e mostrano preferenze elettorali variegate, gli evangelici si pongono sempre di più come un monolite che, al momento del voto, forma un blocco elettorale dall’impatto decisivo. A titolo esemplificativo, stando ai sondaggi ufficiali, alle scorse presidenziali Macedo, che era sceso in campo supportando Bolsonaro con ogni mezzo di diffusione culturale e mediatica possibile e disponibile, sarebbe riuscito ad influire sulle intenzioni di voto del 70% dei fedeli evangelici del paese.

Gli evangelici con incarichi di governo nell’attuale presidenza Bolsonaro sono essenzialmente presenti in due settori: cultura e affari esteri. L’egemonia nel primo campo ha dato slancio all’inaugurazione di guerre culturali, soprattutto dirette contro l’ideologia di genere, mentre nel secondo ha fortificato il partenariato con l’asse Stati Uniti-Israele e sta promuovendo l’espansione del paese nell’Africa lusofona proprio attraverso il supporto delle chiese evangeliche attive nel continente, fra le quali la chiesa universale del regno di Dio. Sono di fede evangelica, infatti, i capi-gruppo dei comitati responsabili per le relazioni con Angola, Capo Verde e Mozambico.

Nel Congresso è inoltre presente, ed è una fonte costante di progetti ed iniziative di legge, il Fronte Parlamentare Evangelico, il cui peso significativamente accresciuto negli ultimi anni incide profondamente sulla stabilità dell’esecutivo e sulla tenuta generale del legislativo.

Un altro fenomeno recente, e che è destinato ad avere riflessi profondi sulla divisione del potere nel paese, è l’arrivo della chiesa universale del regno di Dio nella polizia militare e nelle forze armate. Macedo ha, infatti, patrocinato la nascita del “Gruppo Universale delle Forze di Polizia“, che periodicamente organizza eventi dedicati agli appartenenti delle forze dell’ordine e della sicurezza che sono fedeli della sua chiesa. Quest’ultimo evento merita di essere analizzato attentamente, perché Macedo non ha mai nascosto di avere un progetto preciso per la riscrittura completa dell’identità del paese, delineato nel libro “Plano de poder” (let. “Piano di potere”), e basato sull’infiltrazione degli organi-chiave del sistema-paese con l’ambizione di abbattere la democrazia e costruire un regime teocratico.

Cosa cambia nella società?

Gli evangelici, rispetto ai cattolici, si differenziano per numerose caratteristiche: maggiore conservatorismo sui temi etici, famiglia, sesso e diritti lgbt, preferenze elettorali verso partiti di destra che domesticamente promuovono politiche liberiste e a livello internazionale supportano in toto l’agenda estera di Washington, maggiore partecipazione alle funzioni religiose e adesione ai dogmi biblici, forte simpatia verso il sionismo cristiano controbilanciata da altrettanta diffidenza verso il cattolicesimo ed ogni suo distintivo, dal papismo fino al culto mariano e per i santi.

Non è un caso, quindi, che i primi paesi ad aver seguito l’amministrazione Trump nel riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele, e annunciare lo spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv, siano anche scossi dalla rivoluzione evangelica, come Guatemala, Honduras e Brasile. Negli stessi paesi, è inoltre andato diradandosi il supporto dell’opinione pubblica alle cause anti-imperialiste e della sinistra antiamericana, una tendenza che ha permesso l’apertura di un nuovo fronte, quello contro Iran e Hezbollah.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME