Il 18 agosto 1974 la polizia israeliana ferma una Mercedes. La guerra dello Yom Kippur si è conclusa da meno di un anno e i controlli, all’interno dello Stato ebraico, sono all’ordine del giorno. Non appena si apre la portiera, spunta il volto di un vescovo: Hilarion ben Bashir Capucci. Da tempo è nel mirino delle forze dell’ordine di Tel Aviv perché si sospetta stia aiutando i palestinesi ad armarsi. La polizia apre il bagagliaio dell’auto e trova pistole, esplosivi, bombe a mano e munizioni. Un vero e proprio arsenale che il presule si era fatto consegnare in Libano e ora stava cercando di trasportare in Cisgiordania. Capucci viene condannato e finisce in carcere. Verrà liberato solamente quattro anni dopo, in seguito all’intervento diretto della Santa Sede. Ma come è possibile che un vescovo cattolico, come tanti in Medio Oriente, potesse sentire così forte la causa palestinese? 

Dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, aiutati da La croce e la kefiah. Storia degli arabi cristiani in Palestina (Salerno editrice) di Paola Pizzo. Cristo, come è noto, si fa uomo in Israele, all’epoca denominato Giudea romana. Una provincia che, col passare del tempo, viene prima rinominata Syria Palaestina e, in seguito alla sua divisione, Palaestina prima e secunda. È qui che Gesù e i suoi discepoli muovono i primi passi. È qui che avverrà la crocifissione ma, soprattutto, la resurrezione di Cristo. I seguaci del Figlio di Dio predicano ovunque possono. San Paolo si converte a Damasco e, poco dopo, entra in contrasto con la comunità ebraica locale, che tenta di ucciderlo. È quindi costretto a spostarsi prima a Gerusalemme, poi a Tarso (nell’attuale Turchia) e in altre città, fino a quando non arriva a Roma dove viene ucciso in circostanze ancora misteriose. Il cristianesimo, dopo esser stato inizialmente perseguitato, riesce a far breccia nell’impero e, nel 313, diventa la religione ufficiale di Roma, alla quale sopravvivrà. Anzi, saranno proprio i Papi a riprendere il meglio della tradizione dell’Urbe, come sintetizzò Dante nel Purgatorio: “E sarai meco sanza fine cive / di quella Roma onde Cristo è romano”.

Nel VII secolo una nuova religione appare in Medio Oriente, l’islam. “Dopo la morte di Maometto” – si legge in La croce e la kefiah – “con l’avanzata dell’espansione araba verso nord, le zone orientali dell’Impero bizantino furono inglobate nel nascente Stato islamico. A distanza di pochi anni, Gerusalemme, Damasco e le altre città della Siria passarono sotto il dominio islamico. Damasco divenne la sede della dinastia omayyade, alla fine di una terribile guerra intestina che aveva diviso la prima comunità musulmana e originato il primo scisma nell’Islam con la nascita della fazione sciita”. Mentre i musulmani avanzano, impongono le loro leggi: “La complessità organizzativa degli imperi cui essi andavano sostituendosi li obbligò, per un certo tempo, a mantenere in vigore i sistemi amministrativi e fiscali praticati in precedenza o la stessa moneta”.

I cristiani reagiscono. Prima con le crociate, pellegrinaggi armati volti a riprendere i territori su cui Cristo e i suoi discepoli misero piede, e poi con la Reconquista in Spagna. Si apre un periodo di forti contrasti, ma anche di incontri tra le due religioni. Sono infatti i califfi abbasidi a chiedere a degli arabi cristiani di tradurre “in volgare” molte opere greche. “Etnicamente siriaci o arabi, – si legge ne La croce e la kefiah – essi conoscevano il greco per motivi religiosi. Ad essi si rivolsero i primi sovrani abbasidi per avere traduzioni affidabili”.


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La convivenza tra ebrei, cristiani e musulmani non è affatto facile. Le tre religioni si contendono non solo le anime degli arabi, ma anche il controllo di ampie porzioni di terra. Soprattutto quelle sacre, a cominciare da Gerusalemme, per tutti città sacra. Secondo Rashid Khalidi, “tutte le narrazioni relative alla Palestina – religiose e laiche, ebraiche, cristiane e musulmane, palestinesi e israeliane – ruotano intorno alla città di Gerusalemme, che è stata per lungo tempo il centro geografico, spirituale, politico e amministrativo della Palestina. Ed è proprio a Gerusalemme, e a proposito di Gerusalemme (…) che le contrastanti narrazioni sulla Palestina entrano più aspramente in conflitto tra loro”. Ed è proprio questa la miccia che innesca una fiamma in Medio Oriente tra la fine dell’Ottocento e, soprattutto, l’inizio del Novecento.

Da una parte, i movimenti sionisti reclamano una terra per il popolo ebraico. Dall’altra, nascono le Associazioni cristiano-musulmane di Palestina: “Sebbene le principali componenti cristiane vi fossero rappresentate, ognuna portava con sé la propria visione o sensibilità sulla causa nazionale palestinese”, scrive Paola Pizzo. La Seconda guerra mondiale e l’Olocausto cambiano radicalmente la concezione dell’umanità nei confronti del popolo ebraico e, nel 1948, nasce lo Stato di Israele. Per gli arabi è la Nakbah, la catastrofe: “La nascita dello Stato di Israele era uno shock a partire dal quale gli arabi dovevano avviare un’autocritica severa, riconoscere l’arretratezza delle loro società e intraprendere un deciso rinnovamento”, si legge ne La croce e la kefiah.

Inizia così uno dei periodi più tormentati del Medio Oriente. Che continua ancora oggi. In una terra dove non è possibile fare distinzioni tra religioni. In un’intervista di qualche anno fa, monsignor Jacques Behnan Hindo, arcivescovo siro-cattolico di Hassaké-Nisibi (diocesi che comprende anche Raqqa, che a lungo è stata la capitale del sedicente Stato islamico), mi disse: “La Siria è prima di tutto mia. Perché io sono siriaco. E Siria deriva da siriaco. Io sono la Siria. I siriani sono la Siria”. Ma in quella fetta di terra, un cristiano può tranquillamente sostituire la parola “Siria” con “Palestina” o “Israele”. Perché è lì che il figlio dell’Uomo ha deciso di venire al mondo. Nel posto più bello, e disperato, di questa terra.