La Siria e la Nigeriacontinuano ad essere  tragicamente accomunate dalla persecuzione operata ai danni dei cristiani. Due nazioni differenti e distanti, ma all’interno delle quali la professione di fede in Cristo viene presa di mira con la stessa violenza. “Estinzione” è diventata una parola ordinaria, un rischio concreto, al quale si cerca di fare fronte moltiplicando le occasioni di professione di fede. L’ ultima circostanza utile per parlarne è stata una conferenza svoltasi il 27 gennaio scorso nella Maternushaus di Colonia, che è stata organizzata per la quindicesima edizione della “Giornata commemorativa di Padre Werenfried van Straten”, il fondatore di “Aiuto alla Chiesa che Soffre”.

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Due i partecipanti di spessore: monsignor Matthew Man-Oso Ndagoso, che è l’ arcivescovo della Diocesi di Kaduna, in Nigeria, e monsignor Joseph Tobji, che è invece l’arcivescovo maronita di Aleppo, in Siria. “Negli scorsi quattro anni – ha sottolineato l’arcivescovo Ndagoso  – ho inaugurato ogni anno almeno tre nuove parrocchie” Boko Haram, insomma, non può nulla contro l’aumento esponenziale delle vocazioni che sta riguardando il paese africano. I cattolici battezzati nel continente nero, secondo un rapporto del 2015, sono aumentati del 19%. La persecuzione, quindi la polarizzazione delle istanze, sta aumentando il numero di nigeriani che si avvicinano alla Chiesa cattolica. 

“Nel 2012 – ha  raccontato monsignor Ndagoso come riportato dall’ACI – un attacco ad una chiesa nella parte settentrionale di Kaduna ha causato diversi morti e oltre un centinaio di feriti. Fino all’attentato venivano celebrate tre messe a settimana. Ora invece si celebra la santa messa ogni giorno e il numero di fedeli si è triplicato”. La straziante opera persecutoria, insomma, non solo non spaventa i cristiani, ma alimenta la necessità di questi ultimi di restare ancor più uniti, anche pubblicamente, in Cristo. La sharia, però, continua a vietare l’insegnamento della religione cattolica. Gli insegnanti islamici – ha ribadito l’arcivescovo nigeriano – sono sostenuti dal denaro pubblico, mentre ai cristiani viene perfino negato il diritto al possesso di un terreno. Gli attentati continuano e anche la casa dell’arcivescovo di Kaduna è stata interessata dagli attacchi dei terroristi. Le moschee continuano ad essere finanziate pubblicamente. Di costruzione di Chiese, invece, neppure è lecito parlare. “I cristiani, specie nel nord – ha aggiunto ancora Ndagoso – vogliono essere trattati e giudicati secondo criteri di giustizia, indipendentemente dal credo religioso, l’appartenenza etnica o politica, o lo stato sociale. Vogliono solo che i loro fondamentali diritti umani e la loro libertà venga rispettata e garantita”, ha chiosato.

Il sangue versato dai cristiani ha macchiato anche la Siria, dove si calcola che sia rimasto solo un terzo dei fedeli presenti prima dell’inizio della guerra. “A molti cristiani – ha specificato monsignor Tobji, si legge sempre sul sito dell’ACI – i terroristi hanno puntato il coltello alla gola. Naturalmente molti hanno perso la loro fede: si sono chiesti dove era Dio di fronte a guerra e dolore. Ma quelli che sono riusciti a reinterpretare la loro fede come sequela nella via crucis sono rimasti fedeli a Cristo. Io stesso come pastore sono stato messo alla prova. La mia missione è fare la volontà di Dio e servire il mio popolo. Se non avessi ubbidito, se avessi abbandonato il mio gregge lasciando il Paese, mi sarei caricato di una grossa colpa”. L’arcivescovo di Aleppo ha attribuito la responsabilità del conflitto siriano a “sporchi giochetti”, agli interessi legati alle armi e alla spartizione delle risorse naturali. Niente di cristiano, insomma. In Siria, differentemente che in Nigeria, non si assiste ad un aumento delle celebrazioni: troppi cristiani, specie tra i giovani e tra le persone istruite – ha svelato Tobji – hanno abbandonato la loro patria a causa della guerra. Siriani cristiani destinati a non tornare più nella loro nazione.