Governare un popolo vuoto è assai complicato anche per i vertici del Partito Comunista cinese (Pcc). A Pechino si sono accorti di quanto sia inutile riempire le voragini lasciate dal maosimo soltanto con il pensiero politico di Xi Jinping e con intense sessioni di studio del “socialismo con caratteristiche cinesi”. I cittadini hanno bisogno di un retroterra culturale nel quale potersi rispecchiare, piantare le radici e prepararsi per il futuro. Senza avere niente di tutto ciò, il risultato è un popolo che procede alla rinfusa. Che gode sì del miracolo economico sul quale sta prosperando la Cina, ma che al tempo stesso non è capace di offrire al governo adeguate garanzie per il mantenimento futuro dell’armonia sociale. Già, perché senza una fonte alla quale potersi abbeverare, il rischio è che sempre più cinesi possano sviluppare una coscienza intrisa di valori occidentali. Una minaccia per il Pcc, che teme il propagarsi oltre la muraglia di ogni influenza straniera, in particolare l’influsso culturale derivante dalla religione cristiana.

Riscoprire il passato per controllare il presente

Il New York Times ha colto nel segno quando ha scritto che la Cina, per puro guadagno politico, sta facendo rivivere le credenze tradizionali e, parallelamente, sta provvedendo a eliminare alcune fedi potenzialmente nocive. Anche perché il cristianesimo (ma anche l’islamismo) sono religioni che cozzano con l’ideologia socialista abbracciata da Pechino. Dunque è molto meglio recuperare le antiche credenze del passato locali, perché prima di tutto fanno parte del retroterra culturale cinese, poi perché sono perfettamente complementari con la linea politica del Pcc. Il popolo cinese ha bisogno di linee guida morali? Il governo ristruttura un piccolo tempio edificato in onore di Lord Guan, un famoso guerriero cinese divinizzato più di un millennio fa. Oppure riabilita antichi culti e usanze appartenute al passato. Le stesse che Mao e le Guardie Rosse avevano tentato di sradicare dalla Cina con l’intenzione di edificare un uomo nuovo.

La terza fase

La nuova religiosità della Cina guidata dallo Stato non è altro che il prezzo che Pechino deve pagare a causa delle aspre politiche intraprese nei confronti dell’Islam e del cristianesimo. I politici cinesi ritengono che queste due fedi “globali” siano difficili da controllare per via dei loro legami con l’estero. Dunque, constata l’impossibilità di farle convergere all’interno della linea politica ufficiale, il Pcc ha preferito chiuderle dentro un recinto. E ha preferito affidare alle antiche religioni cinesi il compito di accendere la luce nel cuore delle persone. Abbracciare il passato, per la Cina, segna una svolta radicale e rompe due dogmi. Da una parte il Pcc, da sempre impegnato nell’ateismo, ha dovuto cambiare registro riabilitando i vecchi culti del passato; dall’altra anche le élite cinesi, le stesse che hanno sempre considerato le tradizioni del Paese una delle principali cause del declino della Cina del XIX secolo, sono state costrette a ricredersi. L’ascesa al potere di Xi segna dunque una nuova era nella storia delle politiche religiose del Pcc. Dopo la distruzione maoista e il laissez-faire del periodo coincidente con l’apertura economica, ecco la terza fase: il revivalismo altamente curato delle antiche religioni cinesi.

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