Una superficie di 27 ettari, un’enorme sala destinata alla preghiera di 20 mila metri quadrati, in grado di ospitare fino a 120 mila persone, un minareto alto 267 metri, 43 piani, ascensori panoramici, una biblioteca con un milione di libri, un centro culturale di 8mila metri quadrati: sono questi i numeri fastosi della neonata Grande Moschea di Algeri, la terza moschea più grande del mondo dopo quella della Mecca e di Medina, inaugurata dal primo ministro Abdelaziz Djerad lo scorso 28 ottobre.

I significati dietro la Grande Moschea

Come per tutte le opere faraoniche, in particolar modo quelle legate alla fede, non si tratta semplicemente di vanità architettonica, di mero luogo di preghiera, ma di simboli ben precisi, di messaggi poco subliminali inviati al resto del mondo islamico, e al mondo con cui l’Islam si incontra e si scontra, per dirla alla Samuel Huntington.

L’inaugurazione avviene il giorno del compleanno del Profeta, nel bel mezzo del dibattito in corso in Francia sull’estremismo islamico che ha fatto da prequel all’attentato di Nizza. E poi ancora c’è la rabbia popolare in Algeria e in altri paesi arabi e islamici per la posizione del presidente francese, Emmanuel Macron, sulla ripubblicazione delle caricature del Profeta Muhammad nella rivista Charlie Hebdo. Come se non bastasse, c’è un altro simbolismo, quello dei luoghi: ad esempio, il distretto in cui la moschea nasce, Muhammadiyah, è il luogo che durante l’era coloniale fu segnato dalla predicazione dell’arcivescovo d’Algeria, Charles Lavigerie. È come se si chiudesse un cerchio, quello dell’indipendenza coloniale, che segna con quest’opera faraonica la sconfitta cristiana in terra d’ Algeria e ne rimarca la sua identità islamica. L’Algeria lo fa in un momento complesso della storia africana e mondiale, ed in cui altri perseguono nuovi sogni universali per l’Islam: non è un caso che Erdogan nel giro di un anno abbia inaugurato la più grande moschea di Turchia e re-islamizzato Santa Sofia. Sono messaggi a colpi di minareti di rimarcazione dell’identità verso l’Europa e il resto del mondo.

Il messaggio alla Francia e i tumulti del Paese

Il progetto, però, ha suscitato un vespaio di polemiche. Innanzitutto, perché ci sono voluti ben otto anni per completare l’edificio e oltre 1,5 miliardi di dollari di denaro pubblico per costruirlo: la costruzione della moschea è iniziata nel 2012, durante l’era del dimissionario presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, ed è stata completata un anno e mezzo fa. A sostenere Algeri in questa ardita impresa, Pechino: la moschea, infatti ha la firma della China State Construction Engineering Corporation (Cscec) che, attirata dall’ambizioso obiettivo di realizzare la più grande moschea in Africa e la terza più grande del mondo, vinse la gara d’appalto e portò qui la squadra di settemila operai specializzati per tirar su questa celebrazione dell’Islam contemporaneo. Ossimori della globalizzazione. Di questo vespaio di polemiche il mondo politico algerino accusa Parigi e i media francesi, presunti rei di averle inventate dal nulla per sminuire una celebrazione condivisa.

I rapporti, oggi, tra le due nazioni, al di là dei momenti cerimoniali obbligati sono ancora intrisi di nostalgia, da parte di Parigi, e di rivalsa e livore, da parte algerina: certe animosità non muoiono nel giro di pochi decenni. L’Algeria post-indipendenza si è forgiata, come è ovvio che fosse,  sul sentimento anti-francese, lo stesso che la politica algerina utilizza per pretendere rispetto ed ottenere benefici nei suoi rapporti con l’Europa, pur essendo ancora molto vacillante in politica estera.

Rapporti così infiammati che, la scorsa estate, è bastato il dramma di George Floyd a migliaia di km di distanza per riaccendere il fuoco sotto la cenere, con il presidente Abdelmadjid Tebboune pronto a chiedere nuovamente le pubbliche scuse da parte di Macron (che già nel 2019 aveva affermato che “il colonialismo è stato un grave errore”).

L’Algeria è un Paese in tumulto. È riuscita a sfuggire agli esiti tristi delle (presunte) primavere arabe, alla violenza e alla severa repressione che queste hanno innescato, ma dallo scorso anno vive una perenne agitazione di popolo e continua ad essere nelle piazze (a dispetto dell’emergenza coronavirus) sul tema del referendum. Per strada continua ad esserci Hirak, che tuttavia non è riuscito a raggiungere il suo obiettivo di una completa revisione del sistema politico sclerotico algerino. Il governo è sotto pressione e sotto lo scacco del dramma petrolifero, della gioventù disoccupata e della pandemia: lo stesso Tebboune è stato trasferito dall’ospedale di Algeri in Germania mercoledì, pochi giorni dopo essersi autoisolato in seguito alle segnalazioni di casi sospetti di Covid-19 nel suo staff.

Così, come la storia insegna, quando le tensioni si moltiplicano serve un collante, un elemento che cementi e plachi la piazza: la fede è il migliore degli strumenti ed una moschea scintillante, altrettanto. Un panem et circenses per la patria, un faro per l’ Africa ed un telegramma per Macron.

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