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In quelle zone del mondo dove i cristiani sono perseguitati la prima vittima è la donna. E questo non solo perché è vista come l’obiettivo più facile da colpire, ma anche perché, in quanto appartenente al genere femminile, è il simbolo pulsante di una determinata comunità. Quindi colpirla vuol dire affondare l’intera comunità. Le varie vicende degli ultimi anni emerse da Paesi dove i cristiani appaiono come una minoranza perseguitata, l’hanno tragicamente confermato.

Le sofferenze inflitte alle donne cristiane

Violenze, mutilazioni, stupri e tanto altro. Porre in essere azioni che possano causare un dolore fisico permanente con ripercussioni tangibili anche a livello psicologico, è l’obiettivo dei gruppi islamisti che perseguitano le donne cristiane. Spinti dall’obiettivo di affermare la loro religione quale unica fede da professare, gli estremisti sono mossi anche da un profondo odio verso i cristiani. Con queste azioni cruente umiliano, torturano e “puniscono” gli infedeli e le donne, in questo caso, rappresentano la mira maggiormente simbolica. Lo stupro e la conversione forzata delle donne è un “dovere” per i miliziani. Sono gli stessi leader dei gruppi che incitano alle violenze e agli stupri verso le donne cristiane. Diventa facile colpire il sesso femminile e questo perché le donne in alcuni Paesi, come il Pakistan, rischiano di essere addirittura condannate per adulterio.

Anche tu puoi aiutare i cristiani (Qui tutti i dettagli).

Per sostenere i cristiani che soffrono potete donare tramite Iban, inserendo questi dati:

Beneficiario: Aiuto alla Chiesa che Soffre ONLUS
Causale: ILGIORNALE PER I CRISTIANI CHE SOFFRONO
IBAN: IT23H0306909606100000077352
BIC/SWIFT: BCITITMM

Oppure tramite pagamento online a questo link

Quindi cosa succede? Chi è vittima di stupro preferisce la via del silenzio e tenere il dolore dentro perché sa che raccontare quanto subito vuol dire rischiare di andare incontro a condanna sicura. Dal momento che provare di aver subito una violenza in alcuni paesi è pressoché impossibile, è quasi scontato che la donna venga arrestata, fustigata o condannata a morte per lapidazione. Solamente in Pakistan, l’88% delle donne in carcere sono quelle che hanno denunciato uno stupro che non hanno potuto provare.

Una vita in sottomissione

Se la fortuna è quella di non essere vittime di abusi e violenze fisiche, non mancano però le torture psicologiche per le donne professanti il credo cristiano. Dall’obbligo di indossare un certo tipo di abbigliamento ai matrimoni forzati, fino alla rinuncia dell’affidamento dei figli. Sono questi gli scenari che fanno parte della quotidianità delle donne per rimarcare il loro ruolo di inferiorità “causato” dal fatto di appartenere al sesso femminile e di essere cristiane. Impossibile in alcuni Paesi pensare di andare in giro senza indossare il velo che copra il volto, mettere dei pantaloni o più semplicemente, poter cospargere il corpo di profumi. Il “mancato rispetto” del “codice di abbigliamento” è causa certa di violenze o stupri. E che dire allora dei matrimoni forzati dove le donne vengono rapite dalla loro famiglia cristiana per essere convertite all’Islam? Ci sono poi anche i paradossi: le donne convertite al cristianesimo vengono date in spose agli islamisti per ricondurle sulla “retta via”. Se una donna si converte al cristianesimo già da sposata e, nelle migliori delle ipotesi, il marito chiede il “divorzio forzato”, lei perderà l’affidamento dei figli. Una vita di sottomissione in tutti i sensi.

A raccontare su InsideOver quello che accade in questi Paesi è Cristina Merola, specialista sulla persecuzione di genere di “Porte Aperte Onlus”: “La violenza sessuale – afferma la specialista – e il matrimonio coatto, sono i principali strumenti per perseguitare le donne cristiane che hanno una vita da noi definita “morte vivente” perché sono donne invisibili e isolate dal momento che queste violenze si consumano dentro la loro famiglia”.

“La condizione di donne cristiane ha forti ripercussioni nella vita giornaliera – prosegue Cristina Merola – basti pensare che nei loro confronti viene applicato il divieto di attingere l’acqua da sorgenti che si trovano nel raggio di pochi chilometri dal villaggio perché si pensa che possano contaminare ciò che toccano proprio perché cristiane. Il caso di Asia Bibi ne è un esempio, ma ci sono tante Asia Bibi in Pakistan. Le donne sono quindi obbligate a ricorrere a sorgenti più lontane con tutti i rischi di violenza che ne derivano durante il tragitto. E i casi di persecuzione delle donne ma anche dei cristiani in genere è notevolmente aumentata nel corso di questo 2020”.

Il caso di Boko Haram in Nigeria

Aprile 2014: il mondo sta conoscendo gli orrori dell’Isis in medio oriente, si è infatti alla vigilia della proclamazione dello Stato Islamico tra Siria e Iraq. Ma i riflettori vengono poi puntati improvvisamente sulla Nigeria. Qui, nella città settentrionale di Chibok, 276 studentesse vengono rapite all’interno di un college. L’azione è stata prontamente rivendicata da Boko Haram, il gruppo islamista attivo nel nord del Paese africano e che l’anno dopo giurerà fedeltà all’Isis. Il video mostrato pochi giorni dopo il rapimento ha fatto il giro del mondo: nelle immagini, tutte le ragazze indossavano il velo e vistosi copricapi. Per molte di loro quei vestiti hanno rappresentato una forzatura: almeno 165 erano infatti cristiane. Il rapimento non è stato a scopo estorsivo, bensì intimidatorio. Daniel Agbiboa, professore nigeriano dell’università di Harvard, in un volume del 2014 dedicato a questo fenomeno ha spiegato come la strategia di rapire le donne viene usata da Boko Haram per intimidire governo e popolazione. E, in particolare, costringere i cristiani ad abbandonare il nord della Nigeria.

Delle 276 studentesse rapite a Chibok, alcune sono state rilasciate. Tra queste soprattutto le ragazze musulmane. Altre invece sono riuscite a scappare, mentre di 100 di loro non si è saputo più nulla. A confermare la barbarie perpetuata da Boko Haram contro le ragazze cristiane, è la testimonianza di una studentessa fuggita nel 2017 dal sequestro: “Mi hanno picchiata e violentata fin quando non mi sono convertita forzatamente all’Islam – si legge nel racconto riportato da Cornelia Toelgyes su AfricanExpress – Mi sono dovuta sposare e sono rimasta incinta. Oggi il rientro in società è molto difficile”. Il caso di Chibok è solo uno dei tanti che ha preso di mira le ragazze cristiane in Nigeria. Sono diversi gli episodi di rapimenti, uccisioni, sequestri e violenze attuati da Boko Haram contro le donne a scopo intimidatorio. Nelle zone settentrionali del Paese africano anche questo Natale sarà all’insegna dell’insicurezza: celebrare la festività potrebbe infatti esporre molte comunità cristiane alle persecuzioni del gruppo islamista.

Le violenze contro le donne in guerra

Il Natale potrà festeggiarsi dopo diversi anni anche ad Aleppo e in molte altre parti della Siria. Seppur in tono minore e con addosso le cicatrici di una guerra non ancora finita. Il ritorno di vaste zone del Paese sotto il controllo del governo di Assad ha permesso alla locale comunità cristiana di tornare a vivere. Ma quanto accaduto soprattutto contro le donne negli anni più bui del conflitto, non è facilmente cancellabile. E ha dimostrato come anche nelle persecuzioni attuate durante le guerre, la donna si conferma come il soggetto più vulnerabile. Secondo un rapporto della Caritas dello scorso marzo, dall’inizio del conflitto avvenuto nel marzo del 2011 sono 28.076 le donne uccise, 10.363 quelle scomparse nel nulla. Tra di esse, molte sono cristiane. Quando i gruppi islamisti hanno preso il sopravvento in alcune aree di Aleppo, di Idlib o della stessa Damasco dove erano presenti le comunità cristiane, lo stupro è stato usato come arma di persecuzione.

In tutta la Siria, si legge sempre nel rapporto Caritas, “gli stupri di guerra sono spesso stati intesi come forme di ritorsione verso esperimenti sociali di emancipazione e governo al femminile”. In quelle zone controllate per anni dalle fazioni jihadiste, in alcuni casi le donne cristiane sono state imprigionate e vendute come schiave. Molte di loro non hanno fatto ritorno a casa. E molte famiglie, come nelle intenzioni degli estremisti, si sono viste private del principale simbolo dell’integrità della comunità. Per questo, anche se oggi in buona parte del Paese le armi tacciono, il Natale per i cristiani sarà comunque triste. Con ferite difficilmente rimarginabili.