Una tendenza apparentemente inevitabile e inarrestabile sta riscrivendo ex novo il volto e l’anima del mondo occidentale: la trasformazione della secolarizzazione in scristianizzazione. Si tratta di un fenomeno che sta toccando e travolgendo ogni singolo Paese della civiltà occidentale – dalla Francia ai Paesi Bassi, dalla Germania all’Irlanda, dalla Polonia agli Stati Uniti – e che culminerà nell’avvento di un’epoca post cristiana, ossia nel superamento definitivo di due millenni di storia durante i quali il cristianesimo ha determinato in maniera fondamentale l’identità dei popoli europei e dei loro cugini al di là dell’Atlantico.

La scristianizzazione, che ovunque sta procedendo ad un ritmo sostenuto e continuativo, sta assumendo una moltitudine di forme: dalla scomparsa letterale dei luoghi di culto, perché vittime di roghi dolosi o riconvertiti ad uso profano a causa dell’assenza di fedeli, alla diffusione di “persecuzioni morbide” nel nome del laicismo, un cavallo di Troia utilizzato per portare avanti disegni antireligiosi e ateistici.

Una delle configurazioni più importanti della scristianizzazione, la cui perniciosità deriva dal fatto di avere una natura astratta e intangibile, ha a che fare con l’evoluzione del linguaggio. Il cristianesimo, infatti, non sta svanendo soltanto dall’orizzonte dei popoli occidentali, sta venendo rimosso, molto sottilmente e impercettibilmente, anche dai dizionari e dalla lingua di tutti i giorni.

Il potere delle parole

La lingua non è un semplice mezzo di comunicazione tra individui, essa è il tratto distintivo di un popolo e una delle piattaforme più efficaci di costruzione della realtà. Sulla base del vocabolo che si sceglie di utilizzare, e del significato attribuitogli, la percezione di un determinato fenomeno può essere alterata sino al punto dello snaturamento integrale, della distorsione.

Il potere rivoluzionario delle parole è stato spiegato e illustrato in maniera esaustiva da esperti del linguaggio del calibro di Edward Bernays, il padre dell’ingegneria del consenso e tra le menti del colpo di stato in Guatemala del 1954, Noam Chomsky, il celebre neurolinguista che ha spiegato il funzionamento della manipolazione dell’opinione pubblica da parte dei media, e Uwe Porksen, critico antelitteram del politicamente corretto e della dittatura invisibile imposta dalle “parole di plastica”.

Porksen ha spiegato, ad esempio, come le classi politiche liberali dell’Europa di fine anni ’70 e inizio anni ’80 abbiano ottenuto il consenso delle masse attraverso la costruzione di un’immagine identificata con il benessere e con un futuro utopico, appropriandosi di termini quali “progresso”, “modernità” e “sviluppo”, i quali, una volta investiti di nuovi significati, sono stati poi utilizzati a detrimento delle forze sociali, culturali e politiche di stampo conservatore.

Alterare il contenuto delle parole, oppure censurarle, equivale a mutare la percezione della realtà e condizionare il modus cogitandi et agendi delle persone: Chomsky e Porksen hanno illustrato la teoria, Bernays ha dato una prova pratica. In breve, tutto quel che al tempo uno è considerato naturale, ordinario e persino perenne – situazioni, convinzioni e valori –, attraverso un lavoro accorto di manipolazione semantica può diventare innaturale, anacronistico e condannabile al tempo due: la semantica applicata alla teoria della finestra di Overton sul condizionamento degli atteggiamenti dell’opinione pubblica.

La manipolazione semantica scristianizzante

La rimozione del cristianesimo dal vocabolario dei popoli occidentali è iniziata da almeno un decennio, ma il fenomeno è stato notato soltanto negli anni recenti e continua ad essere più marcato ed esteso nei Paesi a tradizione protestante del mondo anglofono e del cosiddetto “Occidente profondo” (Benelux, Germania e Scandinavia).

Il campanello d’allarme che ha svegliato i cristiani dal lungo sonno è stato suonato soltanto un anno fa, a scristianizzazione del linguaggio ormai inoltrata. Barack Obama e Hillary Clinton, il 21 aprile 2019, esprimendo il proprio cordoglio per i sanguinosi attentati dello Sri Lanka, avevano suscitato scalpore – e indignazione – nel rivolgersi alle vittime con l’appellativo di “adoratori della Pasqua”, utilizzato in luogo e in sostituzione di “cristiani”. La reazione di sdegno era lecita, ma tardiva: quei detrattori hanno scoperto con un decennio di ritardo che negli Stati Uniti, e più in generale nel mondo anglofono, i riferimenti al cristianesimo stanno venendo soppressi dalla politica, dalla cultura, dallo spazio pubblico e dall’intrattenimento.

Anche tu puoi aiutare i cristiani (Qui tutti i dettagli).

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Hollywood è il caso più eloquente: aumentano le case cinematografiche che optano per la trasposizione su schermo di copioni rigorosamente neutri da un punto di vista religioso. I cinefili che sono abituati alla visione di film doppiati non hanno potuto notare, ovviamente, il cambiamento, ma la scristianizzazione semantica ha riguardato una miriade di modi di dire, imprecazioni ed espressioni tipiche della lingua inglese, oggi scomparse quasi o del tutto dalla bocca degli attori.

Si tratta di micro-modifiche a livello di comunicazione verbale apparentemente irrilevanti, eppure significative nel modo in cui stanno rimodulando l’intero vocabolario dei volti di Hollywood e in cui stanno contribuendo a popolarizzare tale tendenza tra il pubblico. Tra i casi più emblematici di questa manipolazione semantica scristianizzante figurano le trasformazioni di “Oh, my God!” in “Oh, my gosh!”, “God almighty” in “Gosh almighty”, “Christmas” in “X-Mas”, “Holy Christ!” in “Holy cow!”, “Holy Mary!” in “Holy moly!”, “For God’s sake!” in “For goodness sake – ma l’elenco è molto più lungo.

La musica e la politica – rimanendo nell’ambito anglofono – hanno dimostrato di appoggiare tale evoluzione linguistica, trasformandosi in casse di risonanza per l’amplificazione, lo sdoganamento e la normalizzazione di tale tendenza.

Il caso britannico

Dapprima che l’intellighenzia liberal e il Partito democratico degli Stati Uniti cominciassero a scristianizzare il vocabolario del popolo americano, nel Regno Unito di fine ’90 venivano organizzati i primi “Winter Festival” per favorire la “ri-brandizzazione” in chiave laica e neutra del Natale. La trasformazione della nascita di Cristo in un evento puramente commerciale, associato al consumismo e al riposo dal lavoro, ha funzionato: sullo sfondo dei vari “Christmas” divenuti “X-Mas” o “WinterFests”, si è assistito alla riconfigurazione sistemica del meccanismo pubblico di auguri natalizi a livello locale.

Nel 2014, secondo il The Independent, “un sondaggio riguardante i biglietti festivi inviati dalle autorità locali in tutta la [Gran Bretagna] ha rilevato che soltanto uno su 182 menzionava la nascita di Cristo. Quel biglietto proveniva da Banbridge, Irlanda del Nord. [La parola] Natale è stata ignorata da quasi la metà dei biglietti, dove si sono preferite frasi come ‘Auguri stagionali’ o ‘Felici vacanze’. Alcuni [biglietti] presentavano a fronte degli uffici comunali, uno mostrava la fermata dell’autobus”.

Lo stesso sistema capitalistico si è adeguato rapidamente e armoniosamente al cambio di paradigma: nel Regno Unito è da diversi anni che le principali catene della distribuzione organizzata hanno eliminato dai loro scaffali tutti quei prodotti pasquali non conformi all’etica post-cristiana, ossia quei dolci e quelle uova in cui i produttori hanno inserito riferimenti alla reale natura della festività. Nel 2018, secondo i risultati di un’indagine ad hoc del The Sun, circa 70 milioni di uova di cioccolato pasquali – il 90% del totale – erano state immesse nel mercato, ossia distribuite e commercializzate, prive di indicazioni e riferimenti alla Pasqua nel fronte della confezione.

La Pasqua sta venendo snaturata del suo significato originario, allo stesso modo del Natale, mentre i vocabolari stanno venendo silenziosamente riscritti con l’aiuto prezioso di forze dall’elevato impatto culturale quali sono la musica e il cinema; l’incamminamento dell’Occidente verso un’epoca post-cristiana comporta anche questo: l’espulsione di Cristo non soltanto dall’orizzonte, ma anche dai vocaboli delle persone.