Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

Il Financial Times l’ha definita la “vincitrice a sorpresa” della guerra dei chip tra Stati Uniti e Cina. Nel 2023 ha attratto 68,9 miliardi di dollari di investimenti stranieri, in aumento del 23% rispetto al 2022, 12,8 miliardi dei quali soltanto in ambito tecnologico, e cioè più del totale di quanto registrato tra il 2013 e il 2020. Il contesto geografico nel quale è inserita rappresenta un altro punto a favore, visto che si trova nel cuore dell’Asia, a due passi da Singapore e dalla Repubblica Popolare Cinese, e, più in generale, in una delle regioni economicamente più dinamiche del mondo. La Malesia ha teoricamente tutto per diventare la prossima protagonista dell’economia globale.

Persino i dati diffusi dalla Bank Negara Malaysia, la banca centrale del Paese, certificano il ruggito di Kuala Lumpur. Nel 2023 l’economia è infatti cresciuta del 3,7% su base annua. Si tratta di un valore inferiore all’obiettivo del governo, che puntava su uno scatto del pil compreso tra il 4 e il 5% (lo stesso ipotizzato per il 2024), ma comunque promettente. Gli investimenti esteri e la domanda estera soffiano sempre di più sulle vele della Malesia. Che deve però fare i conti con un contesto socio-culturale altamente infiammabile.

Tensioni sociali e religiose

Gli eccellenti risultati economici conseguiti dalla Malesia rischiano di essere eclissati da alcune, preoccupanti, “tensioni religiose-culturali“. Piccola premessa: la religione di Stato è l’islam, praticato da circa i due terzi dei quasi 34 milioni di malesiani.

Pochi giorni fa, nel bel mezzo del Ramadan, un mese normalmente calmo e tranquillo durante il quale i musulmani digiunano e si dedicano alla preghiera e alla meditazione, è scoppiato un mezzo scandalo nazionale. Una catena locale di minimarket, KK Super Mart, ha avuto l’infelice idea di ordinare dalla Cina e mettere in commercio dei paia di calzini da ginnastica riportanti la scritta “Allah“.

Per i musulmani, la parola “Allah” non dovrebbe assolutamente essere presentata o proposta in modo inappropriato in nessuna forma. I netizen malesi musulmani hanno quindi lanciato una valanga di attacchi verbali contro i negozi, chiedendo punizioni pesanti e persino il loro boicottaggio. Alcuni punti vendita sono stati addirittura colpiti da molotov.

La questione è presto diventata politica. Il proprietario della catena, Chai Kee Kan, è stato ricevuto dal sultano della Malesia, Ibrahim Iskandar di Johor, scusandosi ufficialmente di quanto accaduto. In un post pubblicato sulla pagina Facebook del sovrano si precisa che Chai ha chiesto il perdono del monarca e di “tutti i musulmani”.

Lo spettro di una guerra culturale

Non c’è stato neppure il tempo di digerire il dossier KK Super Mart che, nel giro di pochi giorni, è emerso un nuovo “scandalo”. Un’azienda calzaturiera della Malesia, Vern, è finita nell’occhio del ciclone per il logo impresso sulla suola di un suo modello di scarpe con tacchi a spillo. Un logo che ricorderebbe il nome “Allah” scritto in lingua araba.

Contro il produttore delle scarpe sono state presentate varie denunce, mentre la polizia ha annunciato l’avvio di un’indagine. Vern ha formulato scuse pubbliche, facendo presente che il presunto logo blasfemo non era altro che una rappresentazione stilizzata della scarpa stessa. Razarudin Husain, ispettore generale della Polizia malesiana, ha confermato l’avvio di un procedimento a carico dell’azienda ai sensi della Sezione 298 del Codice penale malesiano, relativo all’offesa deliberata della sensibilità religiosa, e della Sezione 233 della Legge sulla comunicazione e i media del 1998.

In un simile scenario, il primo ministro Anwar Ibrahim si è distinto per il suo relativo silenzio. A parte le dichiarazioni procedurali che rimandavano la questione alle indagini della polizia e qualche frase di circostanza, Anwar, alla guida di una coalizione multiculturale, non si è speso più di tanto per spegnere i due incendi. Scatenando così sia l’insoddisfazione dei non musulmani, sia l’ira della maggioranza musulmana (che considera questo relativo silenzio come un sacrilegio imperdonabile).

Ebbene, è forse per lo spettro di questo eccessivo radicalismo religioso-culturale che la Malesia non è ancora riuscita ad imitare la traiettoria di sviluppo di Indonesia e Singapore. A Kuala Lumpur le potenzialità non mancano. Ma la sua società è ancora troppo infiammabile.  

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto