Il 12 marzo 2020, l’ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana annuncia la sospensione in via preventiva delle cerimonie religiose, incluse le celebrazioni esequiali, pur non disponendo la chiusura fisica dei luoghi di culto. La Chiesa e lo Stato italiano uniscono così le forze contro il Covid-19, invitando tutti Ii cittadini e i credenti a rispettare con rigore e senso di responsabilità le misure adottate per far fronte alla crisi epidemiologica.

La sospensione delle celebrazioni liturgiche e l’interdizione alla partecipazione fisica dei fedeli alle Sante Messe subordina il diritto a esercitare il proprio credo al diritto alla salute, due interessi garantiti dalla Costituzione a cui in piena pandemia non viene però riconosciuta pari dignità, ritenendo il primo derogabile in un momento di emergenza nazionale.

La decisione di relegare il fenomeno religioso alla sfera meramente intimistica equiparandolo a uno dei tanti servizi pubblici statali, e come tale quindi sospendibile in via eccezionale per far fronte a stati emergenziali, viene accolta con sdegno da migliaia di cittadini cattolici che si sentono lesi nel diritto a esercitare liberamente il proprio credo e a cercare rassicurazione nella fede in un momento di smarrimento spirituale. Anche ai defunti vengono negate pubbliche esequie e concessa solo la benedizione privata in presenza di un numero ristretto di cari.

La decisione della CEI crea un vuoto spirituale senza precedenti, subordinando la cura dell’anima alla salvezza del corpo ritenuta un bene di primaria necessità e riconoscendo in una contingenza sanitaria una deroga al diritto di praticare liberamente il proprio credo.

Negli Stati Uniti invece è stata adottata una strategia diversa. In una nazione in cui il virus non sembra arrestare la propria corsa e continuano giorno dopo giorno ad aumentare il numero dei contagi e dei decessi, in netto contrasto con quanto verificatosi in Italia, il 21 luglio 2020 l’agenzia di stampa dell’Ufficio per il Diritti Civili del Department of Health and Human Services ha accolto due ricorsi a salvaguardia dell’esercizio della libertà di religione e di culto pur nel mezzo di una pandemia.

Nel primo caso è stata accolta la denuncia di discriminazione religiosa presentata nel Giugno 2020 alla Divisione per la Libertà Religiosa e di Coscienza dell’Ufficio per i Diritti Civili da Susanna Marcus che, insieme al marito Sidney, era stata trasportata a seguito di un grave incidente automobilistico al centro ospedaliero Prince George dell’Università del Maryland.

Susanna Marcus, date le gravi condizioni in cui versava il marito, aveva richiesto che l’uomo ricevesse la benedizione di un prete presso il reparto di terapia intensiva in cui era ricoverato, ma tale diritto le era stato negato a causa del divieto di accesso ai visitatori introdotto dall’ospedale per prevenire ulteriori contagi.

In seguito all’accoglimento della denuncia, il Medical System dell’Università del Maryland ha aggiornato le linee guida per le visite di tutti e 13 i suoi ospedali per permettere ai degenti, compresi quelli ricoverati nei reparti di cura COVID-19, di ricevere visite da membri del clero, a condizione che indossino i dispositivi di protezione personale, si sottopongano ai test della temperatura e che la visita non interrompa le cure cliniche.

Nel secondo caso invece l’Ufficio per i Diritti Civili ha accolto il reclamo presentato da uno studente di medicina contro lo Staten Island University Hospital di New York City che aveva imposto al giovane l’obbligo di radersi la barba per garantire un adeguato utilizzo dei sistemi di protezione individuale durante il servizio prestato presso la struttura sanitaria. Lo studente aveva informato l’ospedale della sua impossibilità a tagliarsi la barba, pena una violazione delle sue credenze religiose, comunicando peraltro che se non gli fosse stato permesso di tornare in corsia gli sarebbe stato negato il diritto a completare gli studi per diventare medico.

In applicazione delle leggi federali che vietano qualsiasi forma di discriminazione in base al sesso, alla razza, al colore, alla nazionalità, all’età, alla disabilità, alla religione e all’esercizio di coscienza, la richiesta avanzata dall’ospedale allo studente di radersi per poter tornare a lavorare in corsia è stata dichiarata illegittima, affermando che nessuno debba mai essere posto davanti alla scelta tra esercitare la propria professione e seguire il proprio credo.

Sebbene le strutture sanitarie siano maggiormente esposte ai rischi di contagio da infezione Covid, l’amministrazione Trump ha riconosciuto la priorità assoluta di difendere il diritto degli americani a praticare la propria fede in un momento delicato come quello attuale. Come riportato dal Daily Signal, Roger Severino, direttore dell’Ufficio per i Diritti Civili del Dipartimento di salute e servizi umani, ha infatti affermato che si possa proteggere la salute fisica delle persone contestualmente al loro benessere spirituale anche in un momento di criticità come quello che il mondo intero sta attraversando, non dovendosi rinunciare a un diritto sacro e inviolabile come quello all’esercizio della libertà di culto.

L’insegnamento che possiamo trarre dagli Stati Uniti è che la libertà religiosa non cessa di essere un diritto umano fondamentale durante una pandemia ma, al contrario, deve essere rivendicato come uno dei valori fondanti della civiltà occidentale e di una società democratica degna di chiamarsi tale.

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