In queste giornate caratterizzate dalle festività natalizie, c’è chi da una parte può liberamente professare la propria fede cristiana, dall’altra chi non può vivere questo momento spirituale in modo aperto, per non parlare di coloro i quali subiscono lo spettro della condanna a morte. Caso emblematico in quest’ultima fattispecie è la storia di Asif Pervaiz il quale è tra le 80 persone in prigione, in Pakistan, dopo una condanna per blasfemia.

La storia di Asif Pervaiz

Fino al 2013 Asif Pervaiz conduceva una vita normale. Sposato e padre di quattro figli, il giovane lavorava in una fabbrica di calzature a Lahore, capoluogo del Punjab. A un certo punto però qualcosa ha iniziato a cambiare. Il suo datore di lavoro, Muhammad Saeed Khokhar, avrebbe iniziato a fargli pressioni per convertirsi all’Islam. Asif infatti appartiene a una famiglia dalla lunga tradizione cristiana, minoranza che in Pakistan ha sempre dovuto difendersi dalle istanze islamiste. Il ragazzo allora trentenne ha rifiutato la conversione e, nel farlo, secondo il suo datore di lavoro avrebbe inviato dei messaggi offensivi contro l’Islam. È scattata quindi la denuncia per blasfemia, una legge controversa per la quale in Pakistan sono state inflitte negli anni numerose condanne a morte.

Asif ha subito intuito il pericolo e ha cercato di nascondersi. Ma la Polizia è riuscita a trovarlo il 10 ottobre 2013. Come si evince dalla ricostruzione di Asia News, il ragazzo è stato rintracciato dopo che i poliziotti avevano arrestato e picchiato alcuni amici e parenti. Da allora Asif non è più uscito di galera. Secondo il suo avvocato, il musulmano Saif-ul-Malook, le accuse del suo datore di lavoro oltre ad essere false sarebbero figlie della volontà di vendetta per la sua mancata conversione all’Islam. La corte di Lahore lo scorso 8 settembre ha condannato Asif alla pena di morte. È stato presentato un ricorso contro questa decisione, ma la battaglia legale si preannuncia ancora molto lunga e difficile.

Il reato di blasfemia colpisce “tutti”

Come più volte sottolineato da alcuni vescovi intervenuti contro questi drammatici episodi, i cristiani in Pakistan sono molto rispettosi dell’Islam e di Maometto. A chi professa la fede cristiana interessa solamente la possibilità di poter vivere la propria spiritualità senza condizionamenti esterni e nel rispetto delle altrui credenze. Ma di fatto quello che emerge è non solo la difficoltà nell’esercitare liberamente il proprio credo, ma anche l’impossibilità di poter vivere la propria quotidianità senza andare incontro a minacce e persecuzioni legate al mancato rispetto, secondo gli estremisti, dei precetti islamici. Una drammatica circostanza questa che attanaglia non solo i cristiani ma anche gli stessi musulmani.

Per sostenere i cristiani che soffrono potete donare tramite Iban, inserendo questi dati:

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In Pakistan basta un non nulla per essere accusati di blasfemia. Questo reato, contrariamente a quanto si pensi, colpisce anche chi, nonostante osservi la legge di Maometto, commetta degli “errori”. Il reato di blasfemia in questo Stato dell’Asia meridionale è così arbitrariamente interpretato che risulta difficile non essere colpiti da accuse e condanne: i musulmani in prigione accusati di tale reato rappresentano il 98% del totale. Al contrario di quanto si pensi, sono spesso gli stessi musulmani ad essere vittime di soprusi assieme ai cristiani.

La legge sulla blasfemia è davvero accettabile?

Nei Paesi più all’avanguardia risulta inconcepibile assistere al racconto di gente che viene perseguitata e condannata a morte per aver commesso il reato di blasfemia. Che peso può avere questa legge ai giorni di oggi? A rispondere a questa domanda su InsideOver è l’avvocato Elisabetta Aldrovandi: “Innanzitutto- dice l’avvocato- bisogna interrogarsi se la blasfemia possa considerarsi, nella società del terzo millennio, una legge accettabile. Sottoporre a torture fisiche e condannare a morte chi non professa la religione ‘giusta’, usando come copertura la legge sulla blasfemia per nascondere altri interessi collide pesantemente con i diritti universalmente riconosciuti all’uomo, tra i quali rientra anche quello della libertà religiosa”.

Elisabetta Aldrovandi analizza per InsideOver  la drammatica situazione di Asif Pervaiz spiegando che in base all’attuale legge sulla blasfemia, risulta difficile poter pensare ad una svolta positiva del caso: “Purtroppo- afferma l’avvocato- la posizione di Asif deve essere valutata ed eventualmente riconsiderata alla luce della legge in vigore, che poco spazio lascia alla possibilità di una assoluzione, per quanto il suo avvocato sostenga che non sia oggettivamente dimostrato che i messaggi siano stati inviati da lui. Forse –conclude- un ragionevole dubbio potrebbe sussistere, ma ripeto: è la legge in quanto tale, che punisce chi offende la religione ‘ufficiale’ o rifiuta di convertirsi, a dover essere messa in discussione, e in questo dovrebbe essere la comunità internazionale a far sentire la propria voce.”

Il confronto con Asia Bibi

Il caso di Asif Pervaiz non è certo stato l’unico che ha coinvolto i cristiani in Pakistan. L’attenzione mediatica sulla condizione delle minoranze religiose nel Paese è salita alla ribalta con la vicenda legata ad Asia Bibi. Anche lei è stata accusata di blasfemia, anche lei per non aver voluto convertirsi all’Islam è stata trattenuta in carcere per diverso tempo e con lo spettro di una condanna a morte revocata soltanto a quasi dieci di distanza dall’arresto. La lezione di Asia Bibi però purtroppo non è stata imparata. E questo né in Pakistan e né all’estero. In Europa ad esempio, quel silenzio che ha spesso contraddistinto il caso di Asia Bibi si è ripetuto per Asif.

La donna pakistana è stata sì al centro dei riflettori, ma alla fine ha dovuto trovare asilo in Canada. Nessun Paese europeo si è concretamente mosso per attivarsi e porre fine quanto prima a quella drammatica vicenda. E ora il copione si sta ripetendo per Asif. E, oltre che per lui, anche per i tanti cristiani imprigionati soltanto per la loro fede. Il ragazzo pakistano sta rischiando seriamente la vita, ma dagli anni di Asia Bibi non è purtroppo cambiato nulla. Stesse accuse, stesso fanatismo e stesso colpevole silenzio internazionale.