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Religioni

La guerra all’Iran e i fondamentalisti della teologia politico-militare. Massimo Faggioli: “Con Trump sono nella stanza dei bottoni”

La guerra all'Iran e i fondamentalisti della teologia politico-militare. Massimo Faggioli: "Con Trump sono entrati nella stanza dei bottoni".

Il tema del fondamentalismo religioso nell’amministrazione Usa di Donald Trump e del saldarsi tra esso e lo spirito accelerazionista di molti magnati della tecnologia, uniti ai più radicali conservatori nell’ostilità allo Stato, ai valori progressisti e allo status quo, è tornato alla ribalta nel contesto dell’attuale guerra all’Iran, condotta da un lato con mezzi innovativi e potenti e “benedetta” da molte figure di spicco del governo americano, a partire dal capo del Pentagono Pete Hegseth, con richiami religiosi e quasi messianici.

Nonostante gli ammonimenti di Papa Leone XIV, primo pontefice di origine statunitense della storia, circa il rischio di sfruttare Dio per benedire le guerre, nel Trump 2.0 questa tendenza prosegue. Per approfondirla abbiamo avuto un confronto col professor Massimo Faggioli, docente di Historical and Contemporary Ecclesiology al Loyola Institute della School of Religion, Theology, and Peace Studies del Trinity College di Dublino. Faggioli è tra i principali studiosi del connubio tra dinamiche religiose e politiche nell’America contemporanea.

Massimo Faggioli

Lei ha studiato la tendenza del trumpismo a strutturarsi come movimento dai connotati che dal politico sfociano al religioso. Cosa ci racconta dell’America e del fenomeno Trump queste dinamiche?

“Come ho scritto nel mio libro Da Dio a Trump, è un mondo religioso in fase di scomposizione. Un protestantesimo classico che sta scomparendo sociologicamente a favore di un neo-protestantesimo teologicamente vuoto o tecnicamente eretico. Un cattolicesimo di destra che è diventato la stampella ideologica di MAGA. Una grande divisione all’interno del mondo ebraico sulla questione Israele. Ma anche una nuova America, molto meno europea e molto più latino-americana, asiatica, africana anche dal punto di vista religioso. Il trumpismo non nasce dal nulla”.

“Da Dio a Trump”, il libro di Massimo Faggioli

C’è un grande iato tra la figura personale di Trump, il suo vissuto, e i valori di cui si ritiene portavoce. Come si è creato, a suo avviso, questo ruolo del presidente come figura di sintesi?

“Il carisma di Trump è una forma di messianismo politico, in cui i difetti personali del leader sono molto meno importanti della missione salvifica che si è intestato e che gli è stata riconosciuta da molti americani. In effetti, Trump è praticamente ateo non solo rispetto al cristianesimo ma ateo anche rispetto ai dogmi di fede dell’America (democrazia, diritti umani). Ma come ha detto Peter Thiel nelle sue lezioni sull’Anticristo a Roma a metà marzo, Trump è quello che ci può salvare dalla fine del mondo. Lo pensano molti americani”.

La guerra Usa-Iran è stata “benedetta” da molti attori vicini all’amministrazione Trump come un conflitto dai toni esistenziali e religiosi. Cosa ci racconta delle dinamiche del potere in atto?

“Una volta erano solo voci estremiste nel cristianesimo negli USA, i fondamentalisti che votavano repubblicano ma erano fuori dalle stanze del potere, ad articolare questa teologia politica e militare del “Dio con noi”. Con Trump sono entrati nelle stanze del potere e queste avrà effetti devastanti sulla credibilità morale globale del cristianesimo americano e occidentale – con effetti possibili anche sul cattolicesimo”.

Il millenarismo e la teleologia dei conservatori più radicali spesso si salda alla visione del mondo, accelerazionista e spesso futuristica, dei tecno-oligarchi. Come convivono questi due fenomeni?

“Convivono perché una volta la tecnodestra e le tecnocrazie in generale erano atee, agnostiche o secolariste. Oggi invece a Silicon Valley c’è un proliferare di nuove ideologie religiose di vario tipo, ma c’è specialmente una visione salvifica e religiosa della tecnologia, come la sola cosa che ci può salvare. Questo ha implicazioni enormi non solo sull’idea del divino, ma anche dell’umano e dei rapporti umani e col cosmo”.

L’America ha sempre cercato di legittimarsi con una missione esistenziale nel mondo. Possono questi fenomeni radicali apparire come un tentativo di colmare una mancanza di senso e prospettiva di un’ampia fetta della popolazione?

“Non c’è ateismo più radicale dell’ateismo rispetto alla fede nell’America, che non è solo una entità politica ma anche un oggetto di fede. Agli americani è richiesto di credere nell’America (le sue promesse, la sua storia sacra, i suoi santi) in modo molto diverso dal modo in cui gli italiani si rapportano all’Italia. Questa fede è andata in crisi dai primi anni duemila in poi (l’elezione di Obama, il post-coloniale nelle università, il woke, il multiculturalismo per cui oggi nelle case degli immigrati non si parla più soltanto inglese come facevano anche gli italo-americani fino agli anni Sessanta). Il trumpismo è una risposta, aberrante ed estremista, ma che si può spiegare”.

Papa Leone XIV è oggi espressione di un’America molto diversa da quella del combinato disposto tra Trump e i tecno-oligarchi: su IA, migranti, pace, le visioni del pontefice sono spesso distanti da quelle brandite dai tradizionalisti. Possiamo dire che oggi l’altra America è quella che, seppur nel quadro della missione pastorale, incarna Leone con la sua storia?

“Quella incarnata da Leone XIV è sicuramente un’America diversa da quella di Trump e dei tecno-oligarchi, ma è chiaro che chi domina il sistema informativo è Trump. Poi, una parte della chiesa negli USA guarda ideologicamente con favore a questa “seconda rivoluzione americana”, e infine ci sono altri che sono legati in vari modi, anche a prescindere dalla loro volontà, al successo di questo nuovo motore dell’innovazione tecnologica. Il futuro economico dell’America dipende anche da queste nuove tecnologie e non è facile, per una Chiesa così grande e ricca come quella negli USA, staccarsi oppure opporsi completamente a questi nuovi padroni dell’universo”.

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