È da quando l’umanità ne ha memoria storica che la Turchia e la Grecia si sono affrontate per il dominio territoriale e cultura dell’area orientale del Mar Mediterraneo, con gli scontri che ne sono nati che hanno sempre cambiato radicalmente il corso della Storia. Nonostante ciò – a quattromila anni dal primo conflitto conosciuto e tramandato dalla letteratura greca – anche ai giorni nostri la Grecia ha deciso di ergersi come estremo difensore dei valori culturali e cristiani del vecchio continente contro le prese di posizione nette della Turchia di Recep Tayyip Erdogan. E ancora una volta, la sfida è giocata sotto il piano culturale, a seguito della decisione portata avanti dal presidente di Ankara di convertire la cattedrale di Santa Sofia in una moschea, nonostante le posizioni contrarie anche di molti musulmani dell’Anatolia.

“La Grecia condanna categoricamente la posizione della Turchia circa la conversione in moschea della cattedrale di Hagia Sophia”. Con queste parole, come riportato dal quotidiano ellenico Kathimerini, il premier conservatore della Grecia Kiriakos Mitsotakis ha denunciato la scelta di Erdogan circa le sorti della chiesa monumentale di Istanbul, parte integrante della storia cristiano-ortodossa dell’Oriente europeo. In una situazione che – assieme a tutte le altre tensioni in atto tra Ankara ed Atene – sembra allontanare ancora di più i due alleati della Nato, ormai schierati in due posizionamenti totalmente agli antipodi.

Nonostante in Europa siano state molteplici le voci che hanno intimato alla Turchia di non convertire la chiesa di Santa Sofia in una moschea, l’unico Paese che si è categoricamente schierato contro la scelta è stata proprio la Grecia. In parte per l’eterna conflittualità tra penisola ellenica e penisola dell’Anatolia e in parte poiché i greci più di tutti gli altri si sono sentiti attaccati dalla decisione turca, Mitsotakis ha assunto il vero e proprio ruolo di paladino difensore dei valori culturali, storici e cristiani dell’Europa contro il neo-ottomanesimo di Erdogan. In una situazione che, ancora una volta, rischia di creare una rottura diplomatica tra Ankara ed Atene che ormai pare davvero inconciliabile.

Certo non potrebbe essere altrimenti: il sottile lembo di terra attraversato dal fiume Evros è la linea naturale di demarcazione del mondo cristiano con quello legato alle vestigia dell’ultimo grande impero di matrice islamica e la regione di Istanbul è l’unica testimonianza fisica dell’espansione ottomana in Europa nel corso dello scorso millennio. Un territorio di conseguenza sempre conteso e nel quale entrambi gli schieramenti culturali hanno sempre voluto esercitare il proprio potere e al quale un nazionalista come Erdogan non poteva che volgere il proprio sguardo. Sul suo cammino, però, questa volta ha incontrato un nemico alquanto ostico, un greco radicato sui valori culturali classici e non intenzionato a farsi scavalcare dallo storico nemico, con la “promessa” che Atene non cederà ancora una volta.

I fatti che stanno avendo luogo attorno alla cattedrale di Santa Sofia devono essere un monito verso il mondo occidentale. A differenza del cristianesimo, l’islam professato da Erdogan tollera molto poco le strutture di altre religioni in territori a maggioranza musulmana. Tuttavia, da questo contesto la Turchia è sempre sembrata esclusa, mostrando un grado di tolleranza religiosa superiore rispetto agli altri Paesi musulmani. Concetto che comunque ha subito una drastica inversione di tendenza con la salita al potere di Erdogan e che, posizionato alle porte d’Europa, dovrebbe far riflettere intensamente la popolazione del vecchio continente.

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