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Gettato dagli altari nella polvere, insultato e umiliato con la più grave delle accuse che può travolgere un alto esponente della Chiesa, la copertura della pedofilia, portata avanti con una durezza esasperata nella sua terra natale, l’Australia, anche in base a un’offensiva mediatica e giudiziaria a cui non è risultato estraneo un sensibile pregiudizio anti-cattolico. Il cardinale George Pell, dal 2014 al 2019 primo prefetto della Segreteria per l’Economia voluta da Papa Francesco per fare ordine nell’ircocervo finanziario del Vaticano ha visto franare, con l’inizio dei processi a suo carico, non solo una consolidata carriera nelle gerarchie episcopali ma anche un grande progetto di rinnovamento della gestione economica delle casse pontificie, troppo spesso vittima di operazioni spericolate o di avventurose sortite da parte di finanzieri quali Raffaele Mincione.

Pell, che secondo le ricostruzioni più accreditate avrebbe convogliato su Bergoglio diversi consensi conservatori nel 2013, dichiarò al momento della nomina di voler fare piazza pulita. Il Vaticano, disse, deve diventare ‘modello di management finanziario anziché occasionale causa di scandali” quali quelli che hanno travolto l’Obolo di San Pietro a inizio anno e quello, ad esso indirettamente connesso, che ha provocato l’inaspettata caduta del cardinale Angelo Becciu. Becciu e Pell erano stati a lungo rivali nel momento in cui il cardinale sassarese affiancava Pietro Parolin come secondo uomo più importante alla Segreteria di Stato e il porporato australiano portava avanti un’azione di revisione troncata dall’inizio dei processi in Australia.

All’origine dello scontro, nota con precisione Il Messaggero, “due diverse visioni della gestione dell’Obolo di San Pietro. Becciu e Parolin difendevano l’autonomia finanziaria della Segreteria di Stato, come è sempre stato dai tempi di Pio XI, mentre Pell puntava ad un controllo centralizzato di tutte le risorse finanziarie esistenti, da quelle della Segreteria di Stato a quelle dell’Apsa”.  A questo modello Pell opponeva “come obiettivo una riforma totale del sistema economico all’interno del Vaticano, puntando sulla totale trasparenza secondo i moderni criteri aziendali” e alla coerente gestione di fondi troppo spesso destinati al personalismo o ai favoritismi della Curia. Fumo negli occhi per Becciu, che da titolare della gestione della “banca riservata” dei papi, ovvero la cassa della sezione Affari Generali della Segreteria di Stato, forte di circa 700 milioni di euro di disponibilità avrebbe in questo modo perso rilevanza e potere nei Sacri Palazzi.

L’operazione dell’immobile londinese di Sloane Avenue portata avanti in cooperazione con Mincione è solo l’ultima e la più grande delle problematiche azioni condotte dal Vaticano con i fondi dell’Obolo di San Pietro e la connivenza, secondo quanto risulta delle più recenti inchieste giornalistiche, di numerosi finanzieri amici. Pell si era scagliato duramente contro la prassi di destinare i fondi della carità ad attività for-profit e, secondo quanto riportato da Massimo Franco sul Corriere della Sera,la sua convinzione è che sussista un collegamento tra le inchieste alla base dell’offensiva giudiziaria portata avanti a cavallo tra 2019 e 2020 da parte delle autorità dello Stato australiano di Vittoria e la sua caduta in Vaticano.

Dopo un lungo calvario, infatti, Pell ha potuto in due occasioni cantare vittoria. Dopo una condanna a sei anni nel dicembre 2018 e una conferma in appello nell’agosto 2019, tra fine 2019 e inizio 2020 il processo per pedofilia è gradualmente franato sotto le sue contraddizioni. Tempi ha a lungo sottolineato l’incoerenza delle prove, la durezza dell’accanimento mediatico e anche alcune equivoche mosse della polizia e della magistratura, intente più a cavalcare l’emotività del caso che a garantire a Pell un giusto processo, che sommandosi tra di loro hanno portato nello scorso aprile l’Alta corte di Canberra ad assolvere il cardinale con formula piena. 400 giorni in carcere e una lunga serie di umiliazioni sopportate non hanno scalfito la combattività di Pell, che anzi è tornato alla carica in occasione del siluramento di Becciu dal ruolo di prefetto della Congregazione delle cause dei santi e ai diritti e dalle prerogative del cardinalato, con conseguente rinuncia del porporato sassarese alla possibilità di partecipare a un futuro conclave, imposto da Papa Francesco.

Pell si è congratulato con Bergoglio per la decisione e, stando a quanto riportano fonti vaticane sentite da Franco, avrebbe detto che “il Santo Padre venne eletto per pulire le finanze vaticane” e nel corso degli anni “ha fatto un lungo lavoro e deve essere ringraziato e congratulato per i recenti sviluppi. Spero che la pulizia nelle stalle prosegua sia in Vaticano che a Vittoria”. Una presa di posizione clamorosa ed estremamente dura: Oltretevere si sta aprendo una partita politica connessa alle istituzioni decisive per il futuro della Santa Sede come istituzione protagonista del contesto internazionale. La credibilità finanziaria e la razionalizzazione delle strutture decisionali si prefigurano come obiettivi chiari: la riforma interrotta di Pell ha in questo senso dettato la strada. E bisogna capire se ora Francesco avrà la capacità di percorrerla con rinnovata energia.

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