La fine dell’Unione Sovietica ha rappresentato un punto di svolta per le relazioni internazionali, ma anche e soprattutto per la Russia, che da quel momento ha iniziato un lento e tortuoso percorso di rinascita sociale, economica, religiosa, culturale e politica. L’eredità sovietica continua ad aleggiare nel paese, permeando anche il discorso politico, come palesato dalle battaglie delle narrative sulla seconda guerra mondiale, ed è visibile nell’architettura di città, strade, monumenti ed edifici, ma c’è un campo nel quale è stata estirpata alla radice: la religione.

Mosca ha cessato di essere il cuore pulsante della rivoluzione comunista per riabbracciare uno status ben più antico, quello della Terza Roma, e la chiesa ortodossa, la pietra angolare della civiltà russa, è tornata a rivestire lo storico ruolo di collante fra stato e società, di elemento identitario e, ultimo ma non meno importante, di attore diplomatico con ambizioni proprie e al tempo stesso instrumentum regni del Cremlino. La resurrezione dell’ortodossia russa può essere pienamente compresa soltanto guardando ai numeri, oltre 25mila le chiese costruite e/o ricostruite dal 1991 al 2017 e raddoppiati i credenti nello stesso periodo, e guardando ai successi conseguiti in politica estera, soprattutto in Estremo oriente.

La chiesa ortodossa russa in Cina

Il governo cinese riconosce in maniera ufficiale, e ha rapporti bilaterali, soltanto con gli organismi di rappresentanza di quattro religioni: buddismo, cristianesimo, taoismo e islam. All’interno del mondo cristiano viene riconosciuta la divisione fra cattolici e protestanti, ed entrambi possiedono entità riconosciute da Pechino che gestiscono la vita dei fedeli e i rapporti con lo stato, mentre l’ortodossia è stata tradizionalmente esclusa e costretta ad operare nelle poche e ristrette aree grigie lasciate e permesse dalle autorità. Questo fatto è legato anche a questioni numeriche: mentre protestanti e cattolici, insieme, sarebbero fra i 70 e i 130 milioni, gli ortodossi non supererebbero quota 15mila.

La fine della guerra fredda e la conseguente normalizzazione dei rapporti bilaterali hanno sancito l’inizio di un dialogo, ancora in corso, che sta gradualmente migliorando la posizione della chiesa ortodossa russa all’interno del paese. I risultati di questo dialogo sono particolarmente visibili nella città di Ergun, nella regione autonoma della Mongolia interna, che ospita una delle comunità ortodosse più cospicue e vivaci del paese.

Quest’anno, per la prima volta nella storia della Cina comunista, i fedeli di Ergun hanno potuto celebrare una vera Pasqua, presenziando alla messa di mezzanotte officiata da padre Pavel Sun Ming, il secondo prete ortodosso ad essere ordinato in Russia. Il primo è stato Alexander Yu Shi, ordinato nel 2015 ed oggi in servizio ad Harbin.

Le ordinazioni, il diritto ad importare artefatti religiosi dalla Russia, l’apertura di seminari per aspiranti chierici e la maggiore libertà di culto sono il frutto degli intensi sforzi del dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca, la cui influenza è aumentata in maniera repentina a partire dal 2009, con l’entrata in scena del carismatico e abile metropolita Hilarion. L’agenda cinese della chiesa ortodossa russa ha raggiunto l’apogeo nel maggio 2013, con la storica visita a Pechino di Cirillo I, l’attuale patriarca di Mosca e di tutte le Russie, l’evento spartiacque durante il quale sono state gettate le fondamenta per la concretizzazione dei punti suscritti. Nel corso della visita, Xi Jinping aveva anche espresso la speranza di assistere ad un ruolo crescente della chiesa ortodossa russa all’interno della Cina.

Da allora, per continuando a non godere di alcun riconoscimento ufficiale, la chiesa ortodossa russa ha iniziato a ricevere un trattamento privilegiato rispetto alle controparti protestante e cattolica. Infatti, mentre nei loro confronti viene portata avanti una politica alternante collaborazione e repressione, negli ultimi anni è stato dato semaforo verde alla costruzione di nuove chiese ortodosse, e alla ristrutturazione di quelle esistenti, le cui spese sono spesso coperte dai governi locali.

Il curioso caso nordcoreano

In Corea del Nord, dove la morsa governativa sulla religione dovrebbe essere teoricamente più estesa, la situazione è, invece, paradossalmente migliore che in Cina. I rapporti hanno iniziato ad essere sviluppati nei primi anni 2000 per volontà ed iniziativa di Kim Jong-il, spinto in parte dalle velleità di riavvicinarsi alla Russia e in parte da un’attrazione mai nascosta verso l’ortodossia, aumentata sensibilmente in seguito ad un viaggio nell’Estremo oriente russo nel 2002, che fu l’occasione per visitare la chiesa di Sant’Innocenzo di Irkutsk.

Nel dopo-visita, Kim Jong-Il istituì il Consiglio Ortodosso Coreano, che a sua volta entrò in contatto con il patriarcato di Mosca per elaborare un piano di studio inerente l’importazione della fede ortodossa nel paese. Il piano si concretizzò in due fasi, nel 2003 e nel 2006. La prima riguardò l’invio di quattro aspiranti preti nel seminario ecclesiastico di Mosca, provenienti dai servizi segreti, battezzati, sottoposti a formazione teorica e pratica e infine rimandati a Pyongyang per dare vita al primo clero ortodosso del paese.

La seconda fase vide la costruzione della costruzione della chiesa della Santa Trinità a Jongbaek-dong, nel distretto della capitale, inaugurata e consacrata nel 2006 con una cerimonia alla quale presero parte anche diplomatici russi. Da quella data ad oggi, le relazioni fra il patriarcato di Mosca e Pyongyang sono migliorate in maniera significativa: scambi di doni, rapporti epistolari fra l’alta gerarchia ecclesiastica e il comando del partito, missioni diplomatiche.

Il dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca funge da intermediario fra la presidenza russa e quella nordcoreana, il suo ruolo non è relegato alla semplice sfera religiosa. Il metropolita Hilarion ha colto l’opportunità dell’apertura all’ortodossia per approfondire l’impronta della chiesa nel paese e riconferma spesso il proprio ruolo da protagonista con viaggi e regali. L’ultima visita è avvenuta negli ultimi giorni di novembre 2018, durante la quale ha incontrato una delegazione guidata da Kim Yong Sae, il vicecapo del Presidio dell’Assemblea suprema del popolo.

L’interesse ortodosso per la Corea del Nord non è dato dal semplice, quanto arduo, proposito dell’evangelizzazione, ma da ragioni ben più pragmatiche: Cina e Corea del Sud. L’approdo dell’ortodossia russa a Pyongyang sembra infatti aver giocato un ruolo importante nell’apertura di Xi Jinping avvenuta nella decade successiva, poiché ritenuta fonte di valori non esiziali per la stabilità e la coesione sociale e, soprattutto, essenziale nel quadro del miglioramento dei rapporti con Mosca.

Inoltre, Pyongyang rappresenta la testa di ponte ideale per Seul, luogo-chiave per i destini delle relazioni internazionali della regione e che, non a caso, è diventata la seconda tappa obbligata delle missioni diplomatiche che visitano periodicamente la penisola. Nel novembre del 2018, Hilarion non aveva limitato la sua visita alla capitale nordcoreana, ma si era fermato anche a Seul per partecipare ad un evento organizzato per promuovere la cooperazione fra i paesi dell’Estremo oriente.

Più recentemente, il 29 maggio dell’anno scorso, a Mosca ha avuto luogo un incontro fra Cirillo I e Moon Hee-sang, il portavoce dell’assemblea nazionale sudcoreana, emblematicamente avvenuto all’interno del monastero di san Daniele. I due avevano discusso la ramificazione della chiesa ortodossa russa in Corea del Sud e nell’Estremo oriente, ma anche la questione della riunificazione, fortemente auspicata dal capo del patriarcato di Mosca.

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