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Continua la lotta della Cina al terrorismo islamico. Fa discutere l’ultima trovata di Pechino per contenere il rischio di possibili attentati nel Paese. I poliziotti dello Xinjiang – regione autonoma dove vivono gli uiguri, la minoranza cinese turcofona – hanno installato sul loro cellulare una particolare applicazione per controllare i cittadini locali. L’intera vita di ogni singolo uigurofinisce nei terminali governativi sotto forma di dati. Se questi combaciano con un profilo tipo a rischio estremismo, il soggetto entra nel mirino delle autorità. Le critiche delle associazioni contro la violazione dei diritti umani degli uiguri non sono mancate. Ma la Cina si difende e rispedisce al mittente ogni accusa.

La app che scheda gli uiguri

La nuova applicazione utilizzata nello Xinjiang è una sorta di Grande Fratello. Necessaria, ci tengono a sottolineare le autorità cinesi, non a spiare i cittadini ma a prevenire eventuali attentati in una regione già focolaio di tensioni religiose. Ogni volta che un poliziotto controlla un cittadino, i dati di quest’ultimo vengono forniti dalla app. Si va dall’etnia all’altezza, da acquisti particolari a donazioni a moschee, da viaggi all’estero a rapporti particolari con il vicinato. Un sofisticato algoritmo elabora i dati ed emette un verdetto in tempo reale. Quando il sospettato rientra in uno dei 36 profili tipo a rischio estremismo, la polizia ha il dovere di seguirne gli spostamenti quotidiani.

Violazione dei diritti umani

Human Rights Watch ha attaccato la pratica cinese dichiarandola illegale. Oltre alla violazione dei diritti individuali, la Cina raccoglierebbe i dati delle persone in modo non conforme alla legge. Dati, tra l’altro, che deriverebbero da comportamenti legali. Ma la app è solo la punta dell’icerberg della ferrea lotta della Cina contro l’estremismo islamico. Secondo le Nazioni Unite oltre un milione di musulmani si troverebbe in campi di rieducazione.

“Gli Stati Uniti smettano di interferire nei nostri affari”

La risposta di Pechino non si è fatta attendere. Come riporta Agenzia Nova, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, non si è risparmiato intimando agli Stati Uniti di “smettere di interferire negli affari interni della Cina”. Geng ha poi bollato cme false le affermazioni statunitensi. Quelli accusati di essere centri di detenzione non sarebbero altro che centri di formazione professionale “realizzati per combattere il terrorismo”. Il funzionario cinese ha concluso invitando “gli esponenti delle istituzioni Usa a rispettare i fatti, abbandonare i pregiudizi, esercitare prudenza nelle loro dichiarazioni e condotte”.

Dal 2016 demolite oltre 20 moschee

Intanto un’inchiesta del Guardian sottolinea come dal 2016 a oggi siano stati demoliti – del tutto o in parte – più di 20 siti religiosi islamici nel solo Xinjiang. La Cina è stata chiara anche in materia di religioni. Il Partito tollera soltanto i culti che rientrano nelle associazioni patriottiche. Gli altri sono considerati illegali e quindi repressi. Il motivo è mantenere ordine all’interno del Paese evitando destabilizzazioni da parte di forze straniere. La Cina ha inoltre più volte definito le politiche attuate nello Xinjiang come necessarie per fermare il radicalismo islamico. Una piaga che recentemente è riesplosa con vigore in tutta l’Asia.

Le proteste degli Stati Uniti

Dagli Stati Uniti c’era chi proponeva altre sanzioni alla Cina per punire la repressione musulmana portata avanti da Pechino. Nonostante diversi funzionari del Dipartimento di Stato e del Consiglio alla Sicurezza Nazionale fossero favorevoli al pungo duro, Washington non darà il via libera a nuove sanzioni. Lo afferma il New York Times, secondo cui Trump vorrebbe dedicarsi soltanto alla guerra commerciale. Ma le ultime dichiarazioni del presidente americano potrebbero cambiare le carte in tavola.

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