Vuoi diventare giornalista d'inchiesta?
ULTIMI POSTI

Negli ultimi mesi il governo della Repubblica Popolare Cinese ha rivolto numerose volte il suo interesse verso la regione dello Xinjiang, vasta e scarsamente popolata, abitata dalla minoranza musulmana degli uiguri. Fondamentale per la proiezione globale del Paese e per l’estensione della “Nuova Via della Seta”, lo Xinjiang è al tempo stesso un ventre molle della Cina, in quanto Pechino teme che possa divenire terreno fertile per un’insorgenza jihadista, dopo che migliaia di uiguri sono partiti per Siria, Iraq e Afghanistan come foreign fighter, e vuole approfittare dell’emergenza antiterrorismo per rafforzare l’accentramento di potere nella regione.

Necessità geopolitiche e logica di potenza hanno portato la Cina a sviluppare una strategia su due binari: da un lato, Pechino ha investito miliardi di dollari nello sviluppo economico della regione, riducendo il gap che la divide dal resto del Paese e potenziandone le infrastrutture, dall’altro ha fatto calare la cappa di piombo del controllo centrale sulla sua società. Oltre alle controverse accuse di campi di rieducazione per i cittadini uiguri, Pechino è stata imputata di una serie di politiche discriminatorie volte a condizionare lo stile di vita degli abitanti dello Xinjiang. L’ultima di queste riguarderebbe nientemeno che le tradizioni alimentari dei musulmani cinesi, basate sul cibo “puro” (halal).

La campagna contro l’halal

Come segnala l’Agi, “le autorità cinesi hanno avviato una campagna contro i prodotti islamici halal nelle città principali dello Xinjiang […] I funzionari locali sono stati portati dai dirigenti del Partito comunista cinese (Pcc) a prestare giuramento per “combattere fino in fondo la moda halal”. “Credo nel marxismo-leninismo, alzo lo stendardo e combatto fino alla fine la moda di halal, fermo nella mia convinzione fino alla morte”.

Le motivazioni di un giro di vite tanto drastico su una questione di costume sono spiegate dal Global Timesil quotidiano controllato dal  Pcc, che in un editoriale ha definito la diffusione dell’halal come “una tendenza che annebbia la distinzione tra sfera religiosa e sfera secolare, aprendo la strada all’estremismo religioso”.

[Best_Wordpress_Gallery id=”1212″ gal_title=”Uiguri in Cina”]

Parla con termini che era difficile sentire dalla Rivoluzione Culturale ad oggi il rappresentante del Pcc presso la procura della capitale dello Xinjiang, Urumqi, Liu Ming, che ritiene necessario estirpare i residui del pensiero “tradizionale” dalla minoranza uigura. Mesi fa Ai Jen, firma del Global Timesaveva addirittura citato le parole del cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che aveva denunciato il pericolo della creazione di “società parallele dell’Islam politico”, per giustificare la scelta del governo dello Xinjiang di applicare restrizioni su altri costumi culturali tradizionali come le barbe lunghe e il velo delle donne.

Come scrive Alessandra Benignetti sul Giornalela campagna anti-halal di Liu Ming è stata promossa anche attraverso WeChat, teatro di una “vera e propria “chiamata alle armi” contro la “halalizzazione” dei prodotti cinesi. L’appello a tutti i funzionari di partito è quello a “non avere religione, riferirsi soltanto all’ideologia marxista e parlare in pubblico soltanto in cinese mandarino” per evitare la diffusione della religione islamica”.

Il difficile tema della libertà religiosa in Cina

I segnali che giungono dallo Xinjiang contrastano con quelli, positivi, sul versante della riappacificazione tra la Cina e la Santa Sede ufficializzata da un’intesa sulle nomine episcopali che apre la strada a un fondamentale dialogo di civiltà. Quello tra  Pechino e Roma è stato un dialogo ai massimi livelli, condotto sui canali diplomatici, ma lascia in sospeso il tema dell’applicazione concreta dell’intesa. Come i milioni di cattolici cinesi saranno toccati dall’accordo, è ancora tutto da verificare.

Ma ciò che accade nello Xinjiang spinge a restare dubbiosi. La Cina ha importanti interessi securitari, ma la minaccia potenziale di un possibile jihadismo di ritorno dal Medio Oriente è sproporzionata a un’azione di ampio respiro che sta avendo importanti ripercussioni sulla vita quotidiana degli uiguri. Le intese ad alto livello poco lasciano in quanto a garanzie per la sicurezza religiosa dei fedeli o per il rispetto della diversità culturale: la campagna contro l’halal appare il contraltare, per i musulmani cinesi, della recente battaglia contro la vendita online della Bibbia. Un ricordo ai fedeli religiosi dell’onnipervasività dello Stato cinese. E un’ulteriore colpo alle speranze di chi vede il cammino verso la reale libertà religiosa nell’Impero di Mezzo come privo di ostacoli.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.