Il Kazakistan è una realtà ancora semisconosciuta in Italia, un po’ per disinteresse e un po’ per analfabetismo geografico, ma che l’evoluzione delle relazioni internazionali rende necessario scoprire e conoscere. Perché il Kazakistan indipendente, che quest’anno compie esattamente trent’anni, è tante cose simultaneamente: motore economico dell’Asia centrale, capofila del movimento mondiale per il disarmamento nucleare, forza trainante del progetto di un’Eurasia unita e insospettabile collaboratore-chiave dell’Italia.

Come Nur-Sultan (ex Astana) abbia tagliato quei traguardi, e molti altri ancora, è storia nota, perlomeno per chi segue le dinamiche sociali, politiche ed economiche dello spazio postsovietico: a differenza degli altri –stan postsovietici, ancora oggi afflitti da episodiche insurgenze e instabilità, qui si è manifestata una combinazione unica di attenzione ai diritti, dirigismo, pace sociale, orientamento al lungo termine e stabilità politica. Combinazione che, oltre ad aver consentito al Kazakistan di distinguersi in termini di prestigio diplomatico, autonomia strategica negli affari esteri e vitalità economica, ha reso possibile che la terra di Abai e dei leggendari fratelli Janibek e Kerei Khan potesse aspirare al titolo di stato-guida nel campo del dialogo tra civiltà.

Le origini della diplomazia spirituale kazaka

Il dialogo tra culture, grandi religioni e blocchi civilizzazionali è stato per lungo tempo una prerogativa esclusiva del Vaticano, paciere e costruttore di ponti per eccellenza, ma nuovi giocatori hanno fatto ingresso nella scena dell’ecumenismo all’alba del Terzo Millennio. Giocatori come l’Azerbaigian, che non a caso è legato al Vaticano da un rapporto solido e sintonico, gli Emirati Arabi Uniti, che hanno ospitato lo storico incontro tra il Papa e il Grande Imam di al-Azhar, e il Kazakistan, proiettato sul palcoscenico del dialogo tra civiltà dall’ex presidente Nursultan Nazarbaev.

L’entrata di Nur-Sultan nel panorama delle potenze orientate alla promozione dell’ecumenismo e della pace mondiale è avvenuta con largo anticipo rispetto a Baku e Abu Dhabi, e in un’epoca radicalmente differente a quella odierna, per certi versi ostile all’idea di alleanze interreligiose e intercivilizzazionali, perché plasmata dai lavori di Samuel Huntington, il celebre teorico dello scontro di civiltà.

Le idee di Huntington, popolarizzate ulteriormente dagli attentati dell’11 settembre 2001, in Kazakistan sarebbero state accolte con freddezza, scetticismo e diffidenza. Perché l’Asia centrale, che in quegli anni era in pieno fermento identitario e testimone di un crescendo di radicalizzazione religiosa e del dilagare di partiti islamisti e organizzazioni terroristiche, aveva bisogno di cure per la piaga dell’estremismo, non di letture deterministiche in odore di suprematismo occidentale. Cure che avrebbe trovato il Kazakistan, guidato dal proprio padre fondatore e suggerito dall’allora pontefice Giovanni Paolo II, come il Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali, il Palazzo di Pace e Riconciliazione e il Centro Nursultan Nazarbaev per lo sviluppo del dialogo interreligioso e intercivilizzazionale.

Kazakistan come potenza ecumenica, parla Sarsenbaev

Gli uffici del Centro Nursultan Nazarbaev per lo sviluppo del dialogo interreligioso e intercivilizzazionale si trovano all’interno di quel mastodontico edificio a forma piramidale che è il Palazzo di Pace e Riconciliazione, che dal 2006 adombra lo sconfinato centro della capitale kazaka. È uno dei think tank più influenti del Kazakistan, è attualmente guidato dall’ex diplomatico Bulat Sarsenbaev e svolge una serie di impotanti funzioni, dall’allestimento del Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali all’erogazione di consulenze in patria e all’estero.

Noi di InsideOver abbiamo avuto l’opportunità di visitare il Palazzo di Pace e Riconciliazione e gli uffici del Centro Nazarbaev ivi localizzati, nonché di incontrare Sarsenbaev, con il quale abbiamo parlato di una vasta gamma di argomenti, tra i quali la diplomazia spirituale di Nur-Sultan, le sfide affrontate (e superate) tra gli anni Novanta e la prima parte del Duemila e la missione sensibile del think tank.

La conversazione con Sarsenbaev comincia dal principio, cioè dal giorno uno, il giorno dell’indipendenza. All’epoca, ci spiega il direttore, “molti credevano che il Kazakistan sarebbe stato il secondo Paese ad implodere dopo l’Unione Sovietica, a causa della composizione etnica molto simile, ma ciò non è avvenuto”. E se non è accaduto, prosegue l’ex diplomatico, i motivi sono principalmente due: l’azione tempestiva del governo, “che si è preso cura delle istanze di ogni gruppo etnico”, e l’assenza di tensioni interetniche particolarmente perniciose; cosa, quest’ultima, che ha differenziato il Kazakistan sia dalla Federazione russa sia dagli altri –stan postsovietici.

I semi per la trasformazione del Kazakistan in una potenza votata all’ecumene, in breve, sarebbero stati piantati nel corso degli anni Novanta, in occasione della ricerca di un modo per prevenire uno scenario sovietico. Ricerca che, tra le varie cose, ha portato alla costituzione di scuole che aiutassero i principali gruppi etnici, dai russi agli uiguri, a non sentirsi né esclusi né marginalizzati nel nuovo Stato kazako-centrico, garantendo la continuazione dell’insegnamento delle loro lingue, delle loro usanze e delle loro culture.

Il Centro Nazarbaev nasce con gli obiettivi di applicare il modello kazako dell’incontro alle relazioni internazionali, come palesato dal ruolo giocato nell’organizzazione del triennale Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali e dalla collaborazione con controparti estere, e di “fornire al governo analisi, informazioni e consulenze utili alla risoluzione di problematiche interne effettive o potenziali”.

Gli specialisti del centro studi, inoltre, lavorano affinché il Kazakistan continui a magnetizzare iniziative multilaterali, grandi eventi e tavole rotonde, nonché a massimizzare il profitto derivante dall’adesione a realtà come l’Organizzazione di Cooperazione Islamica, all’interno della quale la nazione risalta per numero di proposte formulate e qualità dei loro contenuti. Non meno importante, ma sicuramente più recente, Sarsenbaev ci ha spiegato che il centro ha lavorato per anni al fascicolo afghano, cercando di aiutare gli Stati Uniti a forgiare un’identità per la multinazione, sebbene la recente ascesa dei talebani abbia rimescolato completamente le carte sul tavolo e vanificato ogni sforzo precedente.

Sulle orme di Giovanni Paolo II

Il think tank, in estrema sintesi, è uno dei più potenti strumenti di potere (morbido) a disposizione della dirigenza kazaka. Strumento che ha contribuito a trasformare “questo piccolo Paese, diplomaticamente parlando, in una forza capace di incidere nella regione”, come dimostra il caso, oltre che del già citato Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali, dello stabilimento della piattaforma politica di Astana.

Sarà la storia a dare ragione (o torto) al sogno di Nazarbaev di un Kazakistan come katéchon in lotta contro lo scontro di civiltà. Nel frattempo e nel loro piccolo, sullo sfondo della guerra al terrorismo, del proliferare di conflitti etno-religiosi e della polarizzazione del mondo in blocchi, persone come Sarsenbaev lavorano per avverare uno degli ultimi desideri del defunto Giovanni Paolo II, che nel 2001, parlando ad un’affollatissima Piazza dell’Indipendenza, aveva esortato l’intera nazione a prendere atto “di avere la missione di essere un ponte tra religioni, nazioni e continenti”.