Negli ultimi mesi l’Italia è stata scossa dalle mobilitazioni popolari a favore del disegno di legge Zan sull’omobilesbotransfobia e della legalizzazione della cannabis e dell’eutanasia. Incuriosisce, perché eloquente, il fatto che tutte e tre le campagne – la cui apertura, fino a pochi anni fa, sarebbe stata considerata un tabù – abbiano ottenuto, sebbene in maniera variabile, il sostegno del mondo dell’informazione e delle industrie dell’intrattenimento, della moda e dello spettacolo, sullo sfondo del concomitante attivismo di personaggi pubblici, intellettuali e influencer.

I patrocinatori del disegno di legge Zan hanno riempito le piazze del Bel Paese nella stessa maniera in cui i sostenitori del referendum sulla cannabis legale hanno congestionato la rete, raggiungendo (e superando) le 500mila firme in tempi record, e non è da escludere che anche la battaglia sulla cosidetta morte dolce, in un futuro molto prossimo, riesca a fare breccia nell’opinione pubblica al pari di diritti arcobaleno e droghe leggere.

Un elemento accomuna le tre grandi guerre culturali dell’Italia del 2021: sono contrarie ai valori, alla morale e agli insegnamenti della Chiesa cattolica. Chiesa cattolica che, tra l’altro, oltre a non essere più in grado di pubblicizzare la propria visione presso il pubblico laico – perché non ha saputo trasferirsi dagli oratori alla rete –, con gli anni ha perduto progressivamente la capacità di presa sul mondo politico e ha attratto reclute nocive, le cui malefatte hanno contribuito a screditarne ulteriormente l’immagine.

Scrivere di questa congiuntura di eventi negativi è importante per una ragione molto semplice: se non mitigata, essa condurrà alla fine della Chiesa cattolica quale elemento cardine dell’identità nazionale, istituzione sociale, erogatrice di welfare e motore spirituale dell’Italia, traghettando quest’ultima in quell’era postcristiana che già contraddistingue gran parte del Vecchio Continente.

I numeri di una crisi rivoluzionaria

I numeri dei sondaggi possono tradire e traviare, ma non quando corroborati dalla più importante e valida delle prove: la piazza. E le piazze, quelle fisiche come quelle virtuali, sono state effettivamente riempite dalle cause di Alessandro Zan e dei legalizzatori di eutanasia e cannabis, con questi ultimi due che hanno ottenuto senza difficoltà le firme necessarie ad esigere un referendum.

Tutto sembra indicare, in breve, che la Chiesa cattolica italiana sia destinata a perdere le battaglie culturali dell’attualità – ideologia di genere, cultura della morte e normalizzazione dell’utilizzo di droghe leggere – nello stesso modo in cui, all’epoca della Prima repubblica, perdette quelle su interruzione volontaria di gravidanza e divorzio. Anche perché la società italiana, da quei ruggenti anni Settanta ad oggi, è cambiata ulteriormente e ha assunto la forma per lei desiderata da quella minoranza visionaria, in largo anticipo sui tempi, rispondente al nome di Radicali.

Le cifre possono esplicare ciò che alle parole riesce soltanto in parte. Esplicare perché una nazione come l’Italia, che all’estero continua ad essere dipinta stereotipicamente in termini di baluardo di cattolicità, appoggi in larga parte i disegni culturali, sociali e politici di forze antitetiche al cattolicesimo. E le cifre, che sono le seguenti, parlano di un Paese a metà tra la secolarizzazione e la scristianizzazione:

  • I cattolici sono diminuiti di un quinto dal 2000 al 2019, secondo una ricerca di Community Media Research, passando dal 79,2% al 60,1% della popolazione totale.
  • Nello stesso periodo di riferimento è quasi raddoppiato il numero di coloro che non si identificano in alcuna confessione religiosa, i quali sono aumentati dal 18,8% al 33,4% del totale.
  • Nello stesso periodo di riferimento si è dimezzato il numero dei frequentatori regolari della messa domenicale – dal 49,6% al 25,6% della popolazione totale, cioè da un italiano su due ad uno su quattro –, mentre sono cresciuti coloro che la frequentano saltuariamente (dal 34,9% al 47%) e che non la frequentano mai (dal 15,5% al 27,4%).
  • Nelle regioni del Nord-Ovest i cattolici hanno cessato di rappresentare la maggioranza degli abitanti, scendendo al 49,2% della popolazione totale (dati 2019).
  • Soltanto il 13% degli appartenenti alla fascia d’età 18-29 anni frequenta la messa domenicale con regolarità, cioè poco più di uno su dieci.
  • Solamente il 10,5% degli appartenenti alla fascia d’età 18-29 anni si identifica come “credente convinto e attivo”; una cifra di gran lunga inferiore ai non credenti (28%) e ai credenti per tradizione (36,3%).
  • I genitori credenti hanno gravi problemi nella trasmissione della fede ai figli: soltanto una su cinque (22%) dichiara di avere una prole convintamente e attivamente cattolica.

Il futuro della chiesa italiana

I numeri di cui sopra dipingono un quadro chiaro, magniloquente, e non necessitante di ulteriori approfondimenti perché autoesplicativo. E quel quadro parla di una popolazione di cattolici sull’orlo dell’estinzione, poco praticanti, che credono più per tradizione che per fede e che, non a caso, quando posti dinanzi alla prova dei fatti – che può essere una legge od un referendum in contraddizione con gli insegnamenti e con i dogmi della Chiesa – non hanno remore nel preferire Barabba.

La Chiesa cattolica italiana, in sintesi, se non troverà un rimedio alla crescente secolarizzazione degli italiani, rischia di non sopravvivere al 21esimo secolo. Nel peggiore degli scenari, dando per scontata la continuazione della tendenza nel prossimo futuro, la Chiesa potrebbe non arrivare alla metà del secolo, perché priva di fedeli, composta da volubili credenti per cultura e accerchiata da politici, intellettuali e influenzatori sociali irriducibilmente anticatttolici. E non possedere strateghi in grado di formulare agende per l’evangelizzazione, in simultanea alla presenza eccessiva di elementi tossici, non potrà che accelerare quel declino definitivo di cui le guerre culturali di questi anni sono precorritrici.