Israele torna a attaccare il Vaticano ed entra a gamba tesa su Parolin

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Un intervento in gamba tesa, come un fallo di reazione: Israele ha attaccato il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, titolare della diplomazia vaticana, dopo che il porporato veneto in un’ampia intervista ai media della Santa Sede ha dichiarato di ritenere “inumana” la “carneficina” in atto a Gaza.

L’intervista di Parolin a due anni dal 7 ottobre

Parolin, intervistato da Andrea Tornielli e Roberto Paglialonga, ha parlato difendendo la linea di Papa Leone XIV sulla terzietà del Vaticano tra israeliani e palestinesi e descritto la situazione a Gaza a due anni dal 7 ottobre 2023, rivendicando come di fronte al “massacro indegno” compiuto da Hamas “la Santa Sede ha espresso immediatamente la sua totale e ferma condanna, chiedendo subito la liberazione degli ostaggi e manifestando vicinanza alle famiglie colpite”. Non abbastanza, però, per Israele che ha criticato duramente la denuncia di Parolin su una guerra che riduce le persone a numeri e a statistiche, a danni collaterali, e sull’uso della fame come arma.

L’ambasciata israeliana presso la Santa Sede ha infatti criticato le parole del cardinale, che a suo avviso “rischia di compromettere gli sforzi per porre fine alla guerra a Gaza e contrastare il crescente antisemitismo”.

Peccato che Leone XIV abbia di recente espresso la condanna contro l’antisemitismo nel mondo e che Parolin nell’intervista esprima solidarietà per il piano di pace del presidente Usa Donald Trump.

Il massimalismo di Israele

Per Israele qualsiasi lettura del conflitto che provi a mettere anche solo in dubbio l’idea di un’esclusiva responsabilità palestinese appare da censurare e criticare, e il comunicato ufficiale dell’ambasciata di Tel Aviv in Oltretevere è palese: “Ciò che preoccupa di più è l’uso problematico dell’equivalenza morale laddove non è pertinente”.

Non sembra star dando i suoi frutti la strategia di ricucitura di Leone XIV con Tel Aviv, che è tornata a lanciare duri strali contro il Vaticano dopo i tormentati ultimi mesi del pontificato di Papa Francesco. Jorge Mario Bergoglio fu la più tonante tra le voci dei leader globali che chiedevano la fine del massacro di Gaza, arrivando a pronunciare, seppur in forma dubitativa e non assertiva, la parola tabù: “genocidio“.

Tutto questo nel quadro di una diplomazia vaticana che non ha mai mancato di promuovere la medesima agenda: fine della guerra, ritiro di Israele da Gaza, rilascio degli ostaggi e soluzione a due Stati (che per il Vaticano dovrebbe complementarsi con lo status internazionale e autonomo di Gerusalemme).

L’eredità di Papa Francesco

Papa Francesco ha, letteralmente fino all’ultimo giorno della sua vita, condannato tanto i massacri di Gaza quanto l’antisemitismo, è sempre e solo stata la malizia nell’occhio di chi guardava in forma pregiudizievole a Bergoglio, in Israele e non solo (grande stampa italiana compresa), e alla sua posizione a far dimenticare il secondo punto.

Leone XIV l’ha maggiormente esplicitato, sono scomparsi gli appelli diretti per sottolineare l’eccesso della violenza israeliana ed è addirittura giunto in Vaticano il presidente Isaac Herzog, ma per Israele e il suo governo nazionalista non è abbastanza: la mitezza di Leone e la cautela di Parolin non sono state corrisposte. E tutto questo dopo che nei mesi scorsi l’Idf è arrivata a bombardare la parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza, suscitando l’ira del Patriarca di Gerusalemme dei Latini, Pierbattista Pizzaballa.

L’entrata dura dell’ambasciata su Parolin interrogherà Leone XIV circa l’effettiva buona volontà di Tel Aviv di ascoltare la moral suasion vaticana? Domande importanti alla vigilia del primo viaggio apostolico del Santo Padre, che lo porterà in Turchia per i 1700 anni del Concilio di Nicea e in Libano, nel cuore della tempesta mediorientale alimentata dalle armi di Israele. Un passaggio cruciale sul piano politico, diplomatico, religioso. Sperando che possa creare ponti laddove tutti hanno solo innalzato muri.

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