Quando si scrive e si parla di geopolitica della religione in America Latina il discorso è sostanzialmente monopolizzato dallo scontro fra Stati Uniti e Vaticano, ossia dal tema della protestantizzazione del subcontinente guidata dal proselitismo feroce delle megachiese evangeliche, megafoni di nuove visioni del mondo, soprattutto politiche, e considerabili l’appendice spirituale dell’imperialismo statunitense.

La fine del “continente cattolicissimo”

È chiaro ormai che il fu “continente cattolicissimo”, virtualmente prono al successore di Pietro da Città del Messico fino a Buenos Aires dal 16esimo al 20esimo secolo, e capace di destare preoccupazioni in seno al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel post-conferenza di Medellin con la diffusione della pericolosa teologia della liberazione e dei suoi preti-guerriglieri, come Camilo Torres, rappresenta un ricordo e si appresta a divenire una regione religiosamente eterogenea, in cui il cattolicesimo giocherà un ruolo significativamente inferiore, sepolto sotto i colpi della secolarizzazione e della protestantizzazione.

Neanche la decisione di far salire al soglio pontificio un papa argentino sembra aver portato ad una inversione della tendenza, ormai stabilmente diffusa il tutto il subcontinente. Nessun effetto Francesco nella terra di Francesco. Un sondaggio cileno ha curiosamente evidenziato che nonostante l’alto indice di gradimento di Jorge Mario Bergoglio tra i latino-americani, nel periodo 2013-17 i cattolici nel subcontinente sono diminuiti del 4%.

Fra il 1970 ed il 2014 la popolazione latino-americana di appartenenza cattolica si è ridotta drasticamente, passando dal 92% al 69% del totale, controbilanciata dall’ascesa del blocco eterogeneo evangelico e pentecostale, dal 4% al 19%. Se la tendenza dovesse continuare, entro il 2030 il continente non sarebbe più a maggioranza cattolica: un evento storico, alla luce dell’egemonia multidimensionale esercitata ininterrottamente per cinque secoli con la cristianizzazione delle civiltà autoctone e grazie al duraturo dominio coloniale iberico.

L’islam in America Latina

Ma sarebbe sbagliato considerare l’America Latina come una terra di conquista soltanto per gli evangelici, perché altre potenze mondiali hanno da decenni compreso l’importanza dell’arma religiosa, avviando disegni intelligenti di proselitismo con i quali procacciare nuovi seguaci nel quarto mercato della fede più vasto del mondo, dietro Asia, Africa ed Europa.

Si tratta delle principali potenze del mondo islamico, ossia Arabia Saudita, Turchia, Iran, e la Libia dell’era Gheddafi. Ciascuno di questi paesi ha, o aveva nel caso libico, messo in piedi una gigantesca macchina di proselitismo, basata sul finanziamento di moschee, scuole coraniche, gruppi islamici e centri culturali, in ogni grande città dell’America Latina, per diffondere la versione dell’islam più aderente ai propri valori e interessi nazionali, dallo sciismo duodecimano dell’Iran al wahhabismo saudita, fino all’integralismo sunnita di diverso stampo promosso da Turchia e Libia.

La Libia, all’apice del confronto tra Gheddafi e gli Stati Uniti negli anni ’80, aveva iniziato a dirottare fondi verso un paese dei Caraibi a maggioranza afrolatina e in cui l’islam era storicamente una delle religioni maggioritarie, un caso unico nel panorama a maggioranza cattolica latino insieme a Guyana e Suriname, che oggi è tristemente noto perché principale “fabbrica di jihadisti” dell’emisfero occidentale: si tratta di Trinidad e Tobago.

Sarebbe proprio la Libia ad aver finanziato la nascita e l’espansione del gruppo terroristico Jamaat al-Muslimeen (JaM), basato su una piattaforma ideologica mescolante fondamentalismo islamico a suprematismo nero, con l’obiettivo di creare un bastione di antiamericanismo, e focolaio di insurgenza islamista, nel cortile di casa degli Stati Uniti.

Jam è passato alla storia per un tentativo di colpo di stato fallito durante il 1990, il primo ed unico mai tentato da una sigla islamista nel continente, e la paura delle istituzioni di una guerra civile, probabile per via delle crescenti tensioni religiose ed etniche, ha permesso al gruppo di evitare ogni scioglimento e continuare indisturbato ogni attività illecita, senza mai abbandonare il proposito di creare un nuovo ordine politico e culturale islamo- ed afro-centrico.

Negli anni dell’ascesa globale del terrorismo islamista, Jam ha siglato accordi di collaborazione con al-Qaeda e con il Daesh, giocando un ruolo fondamentale nel reclutamento di combattenti stranieri da inviare nei teatri di guerra. Ad oggi, Trinidad e Tobago è il paese americano con il più alto tasso procapite di combattenti stranieriIl resto del continente, dai Caraibi al cono sud, è invece territorio di battaglia tra Iran, Arabia Saudita e Turchia e dei loro rispettivi proxy, come Hezbollah, Al-Qaeda e Hamas. Nell’ultimo quindicennio l’Iran ha finanziato l’edificazione di oltre 80 centri culturali in tutto il subcontinente, ottenendo risultati modesti in Cile, Perù, Venezuela, Brasile, Argentina, dove l’aumento della comunità sciita è seguito di pari passo al radicamento di Hezbollah. Secondo il celebre stratega rumeno naturalizzato statunitense Edward Luttwak, l’area della triplice frontiera è divenuta il più grande centro operativo di Hezbollah al di fuori del Libano, come palesato dal trasformarsi di luoghi come Ciudad del Este, Paraguay, in nascondigli per latitanti internazionali come Imad Mugniyah, accusato da Israele e Stati Uniti di essere dietro gli attentati di Buenos Aires degli anni ’90.

Paesi come Cile e Perù, dove la popolazione islamica era considerabile virtualmente inesistente, ospitano oggi delle comunità fiorenti e prospere, legate profondamente con l’Iran da viaggi-studio e formativi a Qom per approfondire la conoscenza della lingua e della religione. In Perù la questione sciita ha iniziato ad attirare l’attenzione nazionale per via del controverso personaggio di Edward Quiroga Vargas, ex comunista convertitosi all’islam, che ha intrapreso la carriera politica e ha aperto sei centri culturali, grazie al denaro della fondazione Imam Khomeini, accusati di veicolare messaggi antiamericani e antisemiti. Gli sforzi di Vargas hanno permesso di portare l’islam sciita in ogni angolo del paese, inducendo piccole trasformazioni nel panorama religioso nazionale come palesato dal caso di Abancay, la città cilena con il più alto numero di musulmani.

Il caso del Brasile

Un altro caso emblematico è quello del Brasile. Dal 2000 al 2010 la popolazione musulmana è aumentata del 29,1% per effetto del forte proselitismo di associazioni islamiche con sede all’estero che viene fatto in rete e nelle favelas – dove paradossalmente imam e pastori fanno concorrenza alla chiesa cattolica, storicamente radicata nell’indigenza. Il proselitismo eterodiretto da associazioni accusate di diffondere versioni estremiste dell’islam e di vicinanza a organizzazioni terroristiche, come la British Islamic Education and Research Academy e la turca İhh İnsani Yardım Vakfı – il cui portavoce per il Brasile, Murat Yilmaz, ha pubblicamente dichiarato di ambire all’islamizzazione del paese, ha creato effetti perversi in una comunità, quella islamica, tradizionalmente ben assimilata nella società.

Negli anni recenti l’opinione pubblica brasiliana è stata scossa dalle prime operazioni antiterroristiche dirette a sventare attentati di matrice islamista, come la celebre operazione Hashtag prima delle olimpiadi del 2016, e parole come radicalizzazione e Daesh sono entrate gradualmente nel lessico quotidiano. La scoperta dell’esistenza di brasiliani musulmani intenzionati a commettere attacchi in madrepatria contro dei connazionali, per ragioni “di fede”, ha scoperchiato un vaso di pandora: pur non essendoci dati verificabili sul numero di combattenti partiti per la Siria, secondo l’ex presidente dell’Associazione Nazionale dei Procuratori della Repubblica, Alexandre Camanho de Assis, il paese sarà chiamato ad affrontare, in futuro, le conseguenze della nascita di una generazione di giovani musulmani brasiliani radicalizzati.

Il proselitismo

Come in Occidente, il proselitismo è stato delegato a imam formatisi nei paesi di origine, inviati in missione all’estero, con al seguito cifre considerevoli con cui costruire moschee, centri culturali ed offrire viaggi-studio e formativi a tutti i potenziali interessati per imparare la lingua araba, turca o persiana, e studiare più approfonditamente l’islam sul campo. In ogni caso la propagazione dell’islam ha servito un’agenda specifica, fungendo da testa di ponte per l’espansione di Hezbollah nel caso iraniano, per indurre processi di radicalizzazione funzionali al reclutamento di soldati da inviare all’estero nel caso turco e saudita, e per creare reti di cooperazione dai profitti miliardari tra le organizzazioni terroristiche islamiste di recente arrivo e i tradizionali cartelli della droga, dal Messico al Brasile.

Mentre islam ed evangelicalismo si confermano le religioni con il più alto di tasso di crescita del continente, e non per la fertilità dei loro membri quanto per gli elevati tassi di conversione, il cattolicesimo arranca ovunque, e lo scenario che va disegnandosi è molto più variopinto di quanto tendenzialmente descritto. L’America Latina del prossimo futuro non vedrà soltanto meno statue dedicate alla Madonna e più megachiese, ma anche più minareti, perché è guerra totale per l’anima dell’ex baluardo della cattolicità nell’emisfero occidentale e le grandi potenze del mondo ne vogliono una fetta.