In un paese frastornato e parzialmente distrutto dai vari conflitti degli ultimi anni come l’Iraq, c’è una comune ragione per la quale la guerra non può dirsi conclusa e, al contempo, la pace non può dirsi iniziata: vendette trasversali tra le varie componenti etniche del paese, battaglie prolungate esasperate dalla mancanza di un forte potere centrale dopo la caduta di Saddam Hussein, voglia di rivalsa reciproca tra gruppi che si contendono il potere in determinate zone e tanto altro ancora sono elementi che attualmente impediscono all’Iraq di poter guardare verso il futuro con occhi diversi rispetto a quelli del passato. E così, il paese non riesce a liberarsi di due gravi piaghe importanti: da un lato la mancanza di sicurezza, dall’altro l’uso della tortura come mezzo per rivendicare la vittoria di una battaglia o la propria forza sull’etnia o gruppo rivale; accadeva già nelle carceri di Saddam, è stato ripetuto dagli americani ad Abu Ghraib, adesso nulla di diverso sembra accadere nei territori liberati dall’ISIS.
Le foto di Ali Arkady
Il contesto iracheno, come si sa, è molto complesso ed il mosaico di forze che hanno contribuito a liberare Mosul ne è piena testimonianza: all’interno della vasta coalizione, si trova ovviamente l’esercito di Baghdad in primo luogo che, dopo le disfatte dell’estate 2014 e le umiliazioni inferte ai soldati dall’ISIS, si è repentinamente organizzato creando sia forze dell’elite che forze speciali molte delle quali addestrate dagli USA; in secondo luogo, vi è la Polizia Federale anch’essa di molto rafforzatasi dopo l’impressione destate dal video con il quale il defunto califfo Al Baghdadi ha proclamato da Mosul la nascita del Califfato Islamico; infine vi sono le tante milizie sciite che hanno una base popolare molto forte e radicata le quali, all’interno, hanno anche componenti cristiane, yazide e sunnite moderate con la benedizione non tanto velata di Teheran e degli Hezbollah libanesi.
Nessuno certo di aspettava che la liberazione di Mosul fosse una passeggiata, né tanto meno che gli stessi liberatori della terza città iracheno fossero immuni dal tutto dalle brutali pratiche compiute dall’ISIS; il quadro che però vien fuori da diversi reportage, appare molto più drammatico di quanto possibile immaginare. Le testimonianze più importanti provenienti dal fronte a pochi mesi dall’inizio dell’operazione volta a liberare Mosul, sono arrivate dal fotografo iracheno Ali Arkady: il reporter è tra i più esperti del paese, occupandosi da vicino dei tanti conflitti e delle tante battaglie che hanno imperversato in Iraq negli ultimi anni; il suo intento era quello di seguire essere al seguito dell’esercito e documentare le fasi di ripresa del controllo in varie parti del nord del paese mesopotamico. Il reportage pubblicato su Der Spiegel che è però venuto fuori è tutto fuorché confortante: in esso, si parla di ripetuti e continui abusi e torture rivolte a persone solo sospettate di appartenere all’ISIS, con processi meramente sommari.
Per pubblicare il reportage, Ali Arkady è dovuto fuggire dall’Iraq ma la sua testimonianza è preziosa e vitale per capire la situazione e far emergere le prime responsabilità; nel suo servizio, non a caso chiamato ‘Non eroi ma mostri’, si evince che le sezioni dell’esercito a partecipare alla liberazione delle zone limitrofe alla provincia di Ninive prima ed all’interno della stessa poi, sono state quelle contenenti non soltanto ovviamente i soldati semplici ma anche le ‘Gold Division’ e la ERD (Emergency Response Division), ossia la divisione speciale dei servizi segreti al cui interno vi sono attualmente sia gli investigatori che i cecchini. È proprio all’interno dell’ERD che Ali Arkady ha potuto notare il maggior numero di abusi e torture spesso volte a dare vita a confessioni forzate; processi sommari, stupri, violenze e rapimenti, il fotografo ha filmato ed immortalato un contesto non certo diverso da quello messo in piedi dai miliziani dell’ISIS.
“Erano stati addestrati in particolare dagli americani – racconta Arkady – Il comandante della Erd, il colonnello Thamer Muhammad Ismail, mi diede il permesso di accompagnare le forze in missione e ogni vittoria era un’iniezione di fiducia per i soldati”; ma proprio quella fiducia ha fatto perdere ogni criterio e pudore ai membri dell’ERD: “Il 22 ottobre, gli uomini di Omar – si legge ancora nel reportage di Arkady – tornarono con due giovani prigionieri alla base. Li ho fotografati senza sapere cosa sarebbe successo loro. I soldati mi dissero, dopo averli torturato per tre giorni, che erano membri dell’Isis. Una settimana dopo, furono uccisi”. L’Omar di cui si parla nel reportage corrisponde al capitano Omar Nazar, autore e mandante di diverse torture compiute dal suo squadrone dell’ERD; il capitano non era però sciita, era sunnita proprio come coloro che venivano torturati. La composizione della divisione infatti era ed è tuttora mista: all’interno vi sono sia sciiti che sunniti addestrati dopo la caduta di Mosul dalle forze USA ancora presenti nel paese.
Il video che ha destato scalpore in tutto l’Iraq
Il reportage di Arkady mostra anche foto di gente appesa con le braccia al soffitto ed abusata per diverse ore, racconti macabri che hanno imbarazzato le autorità governative; ad effettuare queste torture infatti, non sono state le milizie popolari il cui controllo di Baghdad non è diretto, bensì le stesse forze d’elite dei servizi segreti e dell’esercito. Ma purtroppo le foto di Arkady non sono le uniche: nei giorni scorsi, a poche ore dalla liberazione di Mosul, un altro video mostra come gli abusi e le torture raccontate dal fotografo iracheno non sono un caso isolato: nelle immagini, si vedono uomini con l’uniforme dell’esercito che catturano un ragazzo sospettato di appartenere all’ISIS e torturato fino a quando gli stessi soldati non lo gettano da un precipizio. Un video molto crudo, che ha destato l’indignazione dell’opinione pubblica irachena ed ha costretto il Ministero della Difesa di Baghdad ad aprire un’inchiesta.
La pressione ed il nervosismo non solo derivante dalla guerra contro il califfato ma anche da 14 anni di totale devastazione, certamente non rendono l’Iraq un posto ideale dove poter iniziare a parlare di unità nazionale e di superamento delle difficoltà: pur tuttavia, nulla può giustificare le diffuse torture compiute dall’esercito e da quegli stessi soldati chiamati a ripristinare condizioni di civiltà dopo il passaggio della barbarie dell’ISIS. Le violenze sono trasversali: in tanti si aspettavano vendette da parte delle milizie sciite, le quali però sembrano essere estranee ai tanti reportage che hanno catturato gli abusi effettuati sui prigionieri; quel che più fa riflettere, è che a compiere queste macabre azioni sono soprattutto uomini dell’esercito e delle divisioni di Baghdad, segno per l’appunto che, come detto ad inizio articolo, lì dove in Iraq finisce una battaglia non inizia la pace e questo sembra allontanare qualsiasi tentativo di riconciliazione del paese.
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