Cresce l’attesa per l’arrivo di Papa Francesco in Iraq il prossimo 5 marzo. Un evento storico poiché è la prima volta che un Pontefice si reca in questa parte del Medio oriente. Si sa che il Paese arabo è stato scosso negli ultimi anni da conflitti interni che hanno coinvolto soprattutto i cristiani, perseguitati  con maggiore accanimento durante l’occupazione dell’Isis. Da allora com’è cambiata la situazione?

I problemi iniziati dopo la caduta di Saddam Hussein

Sono stati anni difficili e all’insegna della persecuzione quella che hanno vissuto i cristiani da quando, nel 2003, ha avuto fine l’era di Saddam. A partire da quel momento infatti l’islamismo è diventato sempre più radicalizzato fino al punto da non accettare la presenza di minoranze religiose, comprese quelle formate dai cristiani che rappresentavano circa il 6% della popolazione. In un primo momento, la discriminazione verso un altro tipo di credo si celava dietro la Costituzione irachena la quale garantisce il rispetto verso la libertà religiosa, seppur non ammettendo leggi contrarie all’islamismo. Poi, piano piano, si è passati agli atti di persecuzione veri e propri. Negli anni successivi, i cristiani non hanno avuto più pace e sono stati anche costretti ad abbandonare le proprie abitazioni per spostarsi in altri territori e mettersi in salvo. Il culmine dell’intolleranza verso i cristiani è stato raggiunto nel 2014 con l’avvento dell’Isis e la proclamazione del califfato islamico nel nord dell’Iraq e nella provincia dell’Al Anbar.

La maggioranza dei cristiani, che allora si trovava concentrata a Mossul, ha dovuto fare i conti con torture, violenze ed esecuzioni. Essi dovevano scegliere fra l’immediata conversione o la morte. Le loro abitazioni venivano contrassegnate da un “marchio” di condanna, ovvero la “Nun”, che in italiano corrisponde alla lettera “N”. Questo, come precisa l’Ispi (l’Istituto per gli studi di politica internazionale), significava che in quelle case vi abitavano i nazareni, termine che tradotto nella versione coranica, voleva dire cristiani. Proprio per questo motivo il capoluogo del governatorato di Ninive si è “svuotato”: i professanti la fede cristiana si sono messi in fuga verso altre Regioni dove sono rimasti per diversi anni.

Dalla distruzione alla ricostruzione

Periodi di persecuzione, di terrorismo, di fughe senza tregua quelle che hanno caratterizzato la storia recente dei cristiani in Iraq. In quel periodo la comunità  storica di Mossul si era disgregata dopo quasi duemila anni di storia perché era necessario cercare la salvezza. Nel frattempo l’Isis, oltre a perseguitare le vittime di questo sterminio, prendeva di mira anche i luoghi simbolo del culto cristiano. Le chiese sono state bombardate e ridotte in scheletri. Quelle rimaste integre sono state trasformate in luoghi adibiti a prigioni o addirittura a scuole coraniche.

Ogni angolo del territorio raccontava del passaggio dell’Isis con segni eloquenti. E oggi qual è la situazione? A rispondere a questa domanda su InsideOver è Alessandro Monteduro di “Aiuto alla Chiesa che Soffre”: “Circa il 45% di cristiani fuggiti dal nord dell’Iraq dal 2014 in poi – ci dice –  hanno fatto ritorno in Patria”. Quando 3 anni dopo l’intera area è stata liberata dall’Isis, molti cristiani iracheni hanno deciso con coraggio di ritornare nelle proprie Regioni d’origine con l’obiettivo di ripristinare la loro storia e tutto quello che nel frattempo avevano perso. Un percorso non facile non solo da un punto di vista prettamente logistico o materiale ma anche sotto il profilo psicologico: niente era ed è più come prima.

Sicurezza, discriminazione e disoccupazione: i problemi mai domati dei cristiani in Iraq

L’Isis non controlla più un territorio in modo stabile, ma la sua presenza è ancora molto significativa. Centinaia di cellule sono attive soprattutto nel nord dell’Iraq, pronte ad entrare in azione e ad effettuare nuovi attacchi terroristici: “La sicurezza – ha commentato infatti Alessandro Monteduro – è uno dei problemi più importanti che i cristiani devono ancora affrontare”. Lì dove i luoghi di culto sono stati ricostruiti, andare a messa potrebbe diventare un’operazione rischiosa: i fedeli vivono infatti con la costante minaccia di ritrovarsi nel mezzo di un attacco da parte dei miliziani islamisti. L’Iraq è quindi un territorio ancora molto vulnerabile, specialmente lì dove le bandiere nere del califfato hanno sventolato per tre anni fino al 2017.

Se questo è vero per la sicurezza, lo è anche sul fronte prettamente economico: “Molti cristiani non trovano lavoro e non hanno rosee prospettive in chiave futura – ha evidenziato ancora il rappresentante di Aiuto alla Chiesa che Soffre – in tanti sono rientrati ma per loro la disoccupazione è una piaga pari a quella della sicurezza”. Anche perché c’è un altro elemento contro cui le comunità cristiane attualmente devono fare i conti, ossia la discriminazione: “Avviene anche ad opera delle milizie sciite – è il racconto di Monteduro – e questa è una constatazione ancor più dolorosa: coloro che hanno contribuito a liberare queste terre dall’Isis, oggi attuano forme di discriminazione. Minori rispetto ai terroristi, ma comunque ben presenti”. Tra chi è rientrato nella piana di Ninive, è forte la sensazione di essere considerato come un cittadino di serie B, impossibilitato ad avere ruoli importanti nell’Iraq che verrà.

La speranza riposta nella visita del Papa

L’arrivo del Pontefice viene visto come un segnale forte tanto in ambito interno alle comunità, quanto a livello nazionale in Iraq. Da un lato la presenza di Bergoglio per i cristiani è sinonimo di possibilità di tornare a credere a un futuro di pace nelle martoriate terre da cui sono dovuti scappare. Dall’altro, è il segnale di un invito a tutti gli iracheni a riconsiderarsi unitamente parte di una comunità nazionale: “La riconciliazione è un obiettivo indispensabile per il futuro del Paese – ha commentato Alessandro Monteduro – i cristiani sono tenuti a mettere in campo il loro ruolo di pacificatori”.

La visita di Papa Francesco non a caso è vista con interesse dall’intera opinione pubblica irachena, musulmani compresi. Ospitare il capo della Chiesa Cattolica è un modo per l’intero Paese di riaffacciarsi al mondo dopo anni di guerre. É una speranza inoltre affinché tutte le varie comunità religiose ed etniche ritrovino la propria armonia: “Molti cittadini non cristiani da giorni seguono i preparativi per l’arrivo del Pontefice, un segnale non indifferente e da non sottovalutare”, ha sottolineato il rappresentante di Acs. Un primo germoglio di speranza in mezzo a un deserto di guerre e persecuzioni che hanno reso l’Iraq sempre più lontano dalla normalità.

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