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Laddove fino al 2017 sventolavano le bandiere nere del Califfato, oggi invece appaiono in modo preponderante le bandiere del Vaticano e i vessilli che annunciano la visita di Papa Francesco. Il clima di speranza che si respira nella piana di Ninve, fa apparire lontana quella persecuzione subita dai cristiani a partire dal 2014. In quell’anno l’Isis conquistando buona parte delle province settentrionali irachene, ha iniziato lo “sterminio” dei cristiani.

2014: l’inferno piomba sull’Iraq

Era il 5 luglio 2014: a Mosul, seconda città del Paese e capoluogo della provincia di Ninive, Abu Bakr Al Baghdad, fondatore e leader dell’Isis, saliva sul podio della grande e storica moschea di Al Nuri. Le sue parole, pronunciate davanti ai seguaci, segnavano in quel momento l’inizio della tragedia: veniva infatti ufficialmente proclamato il califfato. L’Isis, che già da alcuni anni controllava parte del territorio siriano, provava a strutturarsi come Stato. E nelle zone conquistate ha imposto una rigida interpretazione della legge islamica, che non contemplava la presenza di minoranza religiose.

Un incubo capace di inghiottire tutti, anche quei musulmani che non accettavano l’impostazione delle bandiere nere. L’Iraq in quei mesi è stato colto di sorpresa. Da tempo si pensava che la guerra civile siriana potesse incidere anche all’interno del suo territorio. Ma a Baghdad mai si era arrivato a contemplare un Isis in repentina avanzata in tutto il nord del Paese. L’esercito iracheno si è sciolto nella provincia di Al Anbar e in quella di Ninive come neve al sole. Lì dove da secoli risiedono migliaia di cristiani, il califfato ha dettato le sue rigide e crudeli regole. Per tre anni, fino al 2017, le zone settentrionali dell’Iraq sono state sede di un autentico inferno. A farne le spese sono stati soprattutto i cristiani.

La fuga dei cristiani

Le persecuzioni attuate nei confronti dei cristiani non potevano di certo essere subite passivamente da parte delle vittime, le quali si sono ritrovate di fronte ad una inevitabile scelta: andare via dalla propria terra. Una decisione dolorosa quella di abbandonare la stabilità personale su un territorio dove i cristiani avevano dato vita a duemila anni di storia. Un tentativo di fuga necessario per mettere in salvo la propria vita, il bene più prezioso. E così i cristiani iracheni, privati di tutto ciò che possedevano a causa delle persecuzioni, hanno abbandonato le città del Nord per trasferirsi nel vicino Kurdistan iracheno, un’entità federale autonoma rispetto a Baghdad.

Qui, si sono ritrovati senza le proprie case, senza gli effetti personali, senza basi solide per iniziare una nuova vita, ma in un territorio che conosceva il significato delle persecuzioni ed era in grado di manifestare solidarietà con ogni mezzo a disposizione. Nella capitale Erbil, si è concentrata la stragrande maggioranza di rifugiati. Più di 1.600 i campi profughi istallati per garantire l’accoglienza agli sfollati a fronte di più di 2milioni di ospiti. Alcuni di loro hanno avuto la fortuna di trovare posto nelle case di parenti, ma la situazione è stata davvero molto difficile da gestire. Il Kurdistan iracheno ha spesso fatto appello di aiuto all’Europa, rimanendo solo nella gestione dell’emergenza.

L’inizio della ricostruzione

Mosul, assieme alla circostante piana di Ninive, oggi è libera dall’oppressione del califfato. Anche se però l’Isis non è mai scomparso. I terroristi minacciano ancora sia i militari che i civili e in particolar modo i cristiani. Qualcosa però ha iniziato a muoversi: “Il 45% delle persone che sono dovute andare via durante l’occupazione dell’Isis – ha dichiarato su InsideOver il direttore di Aiuto Alle Chiesa che Soffre, Alessandro Monteduro – oggi sono ritornate”. Molte chiese sono state ricostruite. I cristiani nelle città dove storicamente hanno sempre avuto un ruolo sociale e culturale importante hanno ritrovato dei luoghi in cui poter andare a messa.

Subito dopo la fine della guerra contro il califfato, è stato costituito il Nineveh Reconstruction Committee. Il compito era proprio quello di ridare dei luoghi di culto ai cristiani: “Non è stato semplice – ha affermato Monteduro – Anche perché occorreva mettere d’accordo i rappresentanti di tutte le confessioni cristiane presenti nel nord dell’Iraq”. Una strada in salita, che però da quattro anni a questa parte viene costantemente percorsa: “Noi di Acs – è la testimonianza del direttore Monteduro – come simbolo di rinascita abbiamo adottato l’iniziativa di piantare un albero di ulivo per ogni chiesa ricostruita”. La speranza è che questo lembo di medio oriente possa in futuro avere sempre più angoli ricoperti dagli alberi di ulivo.

E adesso si aspetta l’arrivo del Pontefice

Oggi, a guardare le immagini di gioiosa attesa che arrivano dalle province del Ninive, sembra che quei terribili anni siano adesso davvero molto lontani. L’arrivo di Papa Francesco è l’emblema di questo grande cambiamento: un sigillo al ritorno dei cristiani iracheni in Patria e alla prosecuzione della loro storia rimasta interrotta per circa tre anni. Essi tornano ad essere parte fondamentale dello Stato iracheno. I villaggi dei cristiani sono pieni di immagini raffiguranti il Pontefice e le bandiere del Vaticano sventolano assieme a quelle irachene.

Chiese gremite di fedeli, donne che preparano i cori per la messa che verrà celebrata dal Santo Padre, sono immagini di una normalità raggiunta dopo anni di sofferenza e che fanno quasi dimenticare i momenti più terribili. Ma vi è sempre la consapevolezza di non dar nulla per scontato. L’attenzione rimane alta. Sarà questa la prima volta che un Pontefice metterà piedi in Iraq. In passato Giovanni Paolo II aveva provato a far visita nel territorio iracheno ma le precarie condizioni di sicurezza hanno fatto saltare tutto. Papa Francesco si muoverà a bordo di un’auto blindata, mentre la “papamobile” sarà usata domenica 7 marzo nello stadio di Erbil per la Santa messa. Anche queste precauzioni servono a far ricordare a tutti quanto accaduto in Iraq tra il 2014 e il 2017.