L’Indonesia è il paese musulmano più popoloso al mondo. Secondo le stime ufficiali, la sua popolazione arriva a superare i 255 milioni di abitanti, e di questi, l’87% della popolazione è di fede islamica, mentre solo l’8,5% è cristiano, in maggioranza protestante. La sua capitale, Jakarta, vive al suo interno le stesse dinamiche del Paese, con una maggioranza musulmana ed una minoranza cristiana che però ha un ruolo primario all’interno dei luoghi di potere e nei flussi di denaro.Nelle ultime settimane, queste dinamiche confessionali si sono trasformate in questioni politiche nella capitale dell’Indonesia. Il motivo è stato dettato dalle elezioni per la carica di governatore. Qui, infatti, il tema della divisione religiosa è diventato nel tempo il cardine e il centro del dibattito elettorale. Perché il governatore uscente, è di etnia cinese e di religione cristiana, e dunque di per sé rappresentava l’espressione più elevata di una minoranza. Fino alle scorse elezioni però non era stato un problema. La sua etnia e la su religione non erano state tanto importanti, né oggetto di perplessità, tanto è vero che fu eletto con un altissimo numero di voti.In questa campagna elettorale però, tutto è cambiato. Sia nel primo turno sia nel ballottaggio, il governatore uscente, Basuki “Ahok” Tjahaja Purnama, è stato oggetto di duri attacchi dalle frange più radicali dell’islamismo indonesiano che hanno fatto della sua appartenenza religiosa ed etnica un motivo di disprezzo e di attacco personale. Attacchi continui e mirati, con una propaganda fitta e capillare che ha reso la campagna elettorale, il terreno di scontro di faide religiose che sembravano non dover attecchire in Indonesia.Eppure non è stato così. Jakarta si è trasformata in un ring confessionale dove agli attacchi settari, si è unito un processo per blasfemia nei confronti del governatore cristiano, reo, secondo gli accusatori, di aver detto frasi offensive sul Corano lo scorso settembre. La blasfemia, in realtà, sarebbe dovuta all’aver citato un versetto del Corano in un comizio. In particolare, il versetto 51 della quinta sura del Corano in cui si dichiara di non avere come alleati cristiani ed ebrei. Tanto è bastato per chiedere un processo per blasfemia. A questo processo, si è aggiunto poi, in parallelo, un altro procedimento religioso per cui gli ulema indonesiani, uniti, hanno dichiarato che effettivamente il votare non musulmano è proibito ai musulmani. Da questo momento, quindi, Ahok non è stato solo il simbolo di una minoranza nella minoranza, perché cristiano e cinese, ma anche un perfetto esempio di un divieto imposto dal Corano di sostenere i nemici della fede.In particolare, tra questi detrattori, il Fronte dei Difensori dell’Islam ha assunto un ruolo guida negli attacchi al governatore. Per mesi, la propaganda ha sostenuto che un popolo come quello indonesiano, musulmano e sunnita, non poteva essere governato da un cosiddetto kafir, un infedele. Per mesi hanno detto che un musulmano non avrebbe mai dovuto votare un infedele, perché proibito, e per mesi hanno sostenuto questo con manifestazioni contrarie alla sua candidatura e perfino gli imam appartenenti al ramo del Fronte hanno parlato apertamente contro di lui nelle moschee.Questa propaganda e il giudizio per blasfemia hanno quindi giocato un ruolo molto importante. E per questo il risultato ha dato ragione alla frangia islamica. Ahok ha perso, nonostante nessuno se lo aspettasse, e con uno scarto di voti molto importante. Anies Baswedan, il rivale musulmano, sembra stia vincendo con una cifra intorno al 58% di voti. Ed è una vittoria che avrebbe del clamoroso, se si pensa che al primo turno i voti percentuali furono il 43% per Ahok e il 39% per Baswedan. Un segnale molto importante di come la propaganda abbia colpito duramente sull’opinione pubblica e su quanto abbia influito il processo per blasfemia.Il Jakarta Post ha definito questa campagna elettorale come la campagna più sporca e radicalizzata che si ricordi in Indonesia. In particolare, molti analisti sono preoccupati dal crescente impegno delle frange fondamentaliste islamiche nell’agone politico. L’Indonesia è stata per anni un terreno di ottimi rapporti fra islam e cristianesimo, nonostante le cifre parlino di una stragrande maggioranza musulmana rispetto a una minoranza cristiana di poco più dell’8%. Queste elezioni di Jakarta potrebbero però essere un pericoloso laboratorio per le prossime presidenziali, che si terranno nel 2019. Se sarà il fondamentalismo a prevalere ancora una volta, allora il rischio è che l’Indonesia si trasformi in un Paese non più tollerante, ma tendenzialmente a impronta islamica. E cambieranno i parametri della vita non solo del Paese ma di tutto il Sud Est asiatico. Un rischio che, se inserito in un contesto globale, va preso molto attentamente, se si pensa che almeno duemila foreign fighters provengono dallo stato indonesiano

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