Il 28 marzo scorso due esplosioni hanno sconvolto la città di Makassar, in Indonesia. Le bombe non hanno scalfito soltanto la vicina cattedrale cattolica ma hanno anche fatto risvegliare la coscienza indonesiana. Ancora una volta il Paese asiatico si è trovato di fronte al suo più grande e grave paradosso: da una parte la Costituzione garante delle libertà religiose, dall’altra le difficoltà nel mettere in pratica questi principi.

La Costituzione garantista

L’Indonesia ha una particolarità: è il Paese musulmano più abitato del mondo. Tuttavia, almeno sulla carta, tutela le varie minoranze. Leggendo infatti le prime righe della Costituzione indonesiana, quello che emerge è la garanzia data alla libertà di fede e di culto. Andando avanti però lo stesso documento inizia a fare dei distinguo. Vale a dire, si tutelano soltanto le sei religioni ufficialmente riconosciute: Islam, Protestantesimo, Cattolicesimo, Induismo, Buddismo e Confucianesimo. Se quindi in un primo approccio si può pensare di essere di fronte ad uno Stato che tutela a 360 gradi la libertà religiosa, ci si accorge in un secondo momento che così proprio non è. I diritti di chi professa altre fedi, incluse le credenze tradizionali locali, o di chi è ateo, non sono allo stesso modo tutelati e protetti. Sull’ordinamento indonesiano a pesare è anche lo spettro della Sharia, la legge islamica. La Costituzione non la contempla, ma essa è presente a livello locale. Secondo il report redatto da Aiuto alla Chiesa che Soffre “Si stima che almeno 52 dei 470 distretti e comuni dell’Indonesia abbiano introdotto circa 78 regolamenti ispirati alla sharia”.

“Varie fonti – prosegue il report – sostengono che la cifra reale sia ancora più alta, con almeno 151 leggi locali ispirate alla legge islamica a Giava, Sulawesi, Sumatra e Nusa Tenggara Ovest”. Altro nodo centrale è rappresentato dal reato di blasfemia previsto dall’articolo 156 del Codice Penale, in base al quale chiunque si macchi di questo crimine dovrà scontare almeno fino a 4 anni di prigione. Chi commette questo reato? Chiunque “esprima pubblicamente sentimenti di ostilità, odio o disprezzo – si legge nel testo dell’articolo in questione – contro uno o più gruppi della popolazione dell’Indonesia”, laddove i gruppi sono definiti da “razza, Paese di origine, religione, origine, discendenza, nazionalità o condizione costituzionale”. Reclusione fino a cinque anni per chi  “abusi o offenda una religione professata in Indonesia”. Ci sono dei criteri per definire questi reati? In base a quello che accade pare che non sia proprio così.

L’accanimento verso le minoranze religiose

Oltre al discorso relativo alle incongruenze dell’ordinamento indonesiano, c’è da sottolineare anche un altro grave problema: sono infatti sempre più evidenti fenomeni di intolleranza verso le minoranze religiose. In un editoriale dell’11 maggio 2019 pubblicato Jakarta Post, uno dei quotidiani più seguiti, si legge che “l’Indonesia vive una profonda crisi di intolleranza”. Nel caso dell’articolo 156 del Codice Penale e del reato di blasfemia contemplato al suo interno, si può notare come identificare la commissione del reato sia alquanto arbitraria.

Nel 2019 tre donne sono state processate per blasfemia. Una di loro, Suzethe Margaret, cattolica, era anche affetta da problemi mentali riscontrabili nella schizofrenia paranoide. La sua colpa? Essere entrata in una moschea col cane. Un’altra donna, Meliana, buddista, ha subito il processo ed è stata condannata perché ha chiesto ad una moschea di abbassare il volume degli altoparlanti. In più parti dell’Indonesia i luoghi dedicati al culto sono oggetto di minacce e pressioni. “Nel 2018 – secondo il report di Aiuto ala Chiesa che Soffre –  il Setara Institute ha documentato 202 casi di abuso della libertà religiosa, in aumento rispetto ai 151 del 2017/18″. Dei 202 episodi, 72 sono stati commessi dal governo. Circostanza riscontrata anche dalla Fondazione Wahid, secondo cui si è passati dai 265 casi di violazioni della libertà religiosa del 2017 ai 276 del 2018, di cui 130 perpetrati dal governo”.

Gli attentati che hanno sconvolto l’Indonesia

Il tarlo dell’estremismo islamico nel Paese asiatico si è insinuato già da anni. La prova non è soltanto nei comportamenti di una parte delle istituzioni o della società, ma anche nell’attivismo di alcuni gruppi terroristici. L’episodio più grave è risalente al 12 ottobre 2002: sull’isola di Bali un kamikaze si è fatto esplodere all’interno del Paddy’s Pub, uccidendo 202 persone. È stato quello un attentato che ha avuto una lunga eco mediatica non solo per l’alto numero di vittime, ma anche perché è stato compiuto a poco più di un anno dall’11 settembre 2001. Tre anni più tardi sempre a Bali un altro kamikaze ha ucciso 35 persone. La furia islamista e la violenza ceca operata dal fanatismo hanno mostrato ancora una volta il volto più cruento e nefasto.

Ma se nei due casi in questione il terrorismo ha agito contro i turisti, essendo Bali un rinomato paradiso per i vacanzieri provenienti da ogni parte del mondo, diversi sono anche gli attacchi diretti esclusivamente contro i cristiani. Il 29 ottobre 2005, in una località delle Solawesi meridionali, un gruppo armato ha bloccato e decapitato tre giovani studentesse cristiane, ponendo successivamente le teste delle vittime davanti l’ingresso di una Chiesa. Nel maggio 2018 a Surabaya, seconda città più popolosa dell’Indonesia, tre attentatori hanno ucciso 13 fedeli attaccando simultaneamente tre chiese cristiane. Il 28 marzo scorso è stata presa di mira la cattedrale di Makassar, a morire in questo caso sono stati i due kamikaze. Le preoccupazioni tra i cristiani stanno aumentando: “Ciò che più preoccupa – ha dichiarato una fonte diplomatica su InsideOver – è l’attivismo di numerose cellule che si dichiarano affiliate all’Isis, ma che agiscono in solitaria”.

Alcuni spiragli positivi

Eppure qualche margine di miglioramento inizia a intravedersi. Nel suo rapporto, Aiuto alla Chiesa che Soffre ha sottolineato come sempre più associazioni e leader religiosi locali sono impegnati nella costruzione di un vero dialogo tra le diverse comunità. In tal senso è stata giudicata positivamente anche la rielezione, nell’aprile del 2019, dell’attuale presidente Joko Widoso, il quale in campagna elettorale ha rilanciato la questione della convivenza pacifica tra le varie fedi che compongono il Paese e ha sfidato una coalizione che comprendeva al suo interno anche partiti islamisti: “Gli elettori – si legge nel rapporto di Acs – hanno ascoltato il suo messaggio di tolleranza religiosa”.

Da un lato le influenze islamiste, in crescita in tutta la regione del sud est asiatico, dall’altro gli spiragli provenienti dalla reazione di una parte importante della società: “Attualmente, l’Indonesia si trova di fronte ad un bivio”, si è sottolineato ancora nel report di Acs. Una strada porta a un maggior insediamento delle istanze più radicali tanto nello Stato quanto nella società, l’altra invece a un lungo ma necessario cammino verso il superamento dell’intolleranza religiosa specialmente nelle zone più remote del Paese. L’Indonesia deve riscoprire sé stessa e la sua vocazione di Paese unitario, pilastro peraltro dell’ideologia che nel 1945 l’ha portata all’indipendenza dai Paesi Bassi. Per farlo il contributo dei cristiani risulta fondamentale.