“Quanti anni hai?”chiedo ad un bambino che gioca a piedi nudi in un cortile fangoso. La sua carnagione è scura, la costituzione minuta, l’andatura della camminata timida e incerta. “Sette” mi risponde. Poi sorride, mostrando denti poco curati e guance scavate, mi guarda dritto negli occhi e dice: “Così mi hanno detto”.Da queste parti l’età è per molti una cosa incerta. Siamo nell’India meridionale, nelle campagne vicino a Bangalore, la terza città più popolosa del Paese. Una delle zone in cui il numero di orfani rispetto alla popolazione totale è tra i più alti al mondo. Nonostante non esistano censimenti ufficiali, le stime classificano questa come la regione con la massima intensità di orfani del pianeta dopo quella di Nairobi, in Kenya. Secondo queste stesse stime circa un terzo dei bambini di queste parti ha visto morire la famiglia oppure da essa è stato abbandonato.Essere orfani non è né una rarità né una condanna. E’ semplicemente la quotidianità per milioni di bambini indiani. Alcuni camminano per le strade polverose e poltigliose, davanti a case i cui cortili ospitano una densa e variegata fauna animale ed umana: bambini di fianco a cani randagi, galline, scimmie e pasciute vacche, simbolo di fertilità e di benessere che per questo gli indiani espongono sull’uscio di casa. Dopo la morte o l’abbandono dei genitori alcuni bimbi vengono affidati a zii e parenti. Altri vengono invece venduti o regalati dal parentado a famiglie di caste superiori, che li utilizzano generalmente come addetti alle pulizie di casa. Instaurando un vero e proprio rapporto di schiavitù nel quale il bimbo è a totale disposizione del padrone. Che può fare di lui qualsiasi cosa.E’ il caso di Lavinia, che quando aveva tre anni è stata frettolosamente regalata dalla zia ad una famiglia più agiata. La padrona, però, non è rimasta soddisfatta del modo in cui la bimba faceva le pulizie e per punirla le ha versato addosso una pentola di acqua bollente. Lasciata poi in mezzo ad una strada, è stata accolta da padre Sibi, sacerdote cattolico e animatore di un orfanotrofio e di una scuola che ha chiamato il Tempio dell’Educazione.Nel Tempio dell’Educazione vivono circa 100 bambini ai quali viene data un’istruzione che possa garantire loro un domani anche l’accesso all’università. Scuola e orfanotrofio sono finanziati soprattutto da donazioni volontarie che arrivano attraverso Shanti International, una onlus italiana che raccoglie fondi in tutto il mondo per poi investirli nel futuro dei bambini. “Purtroppo i posti a nostra disposizione sono limitati e non possiamo accettare tutti” spiega Sibi, “il numero di orfani e di figli abbandonati è troppo alto”.Questi ultimo casi, secondo Sibi, sono sempre più frequenti. E sono dovuti soprattutto ad un impoverimento materiale ma soprattutto morale della società indiana. Nonostante tutti i dati economici mostrino un trend di crescita notevole – Bangalore produce il 12per cento del Pil nazionale indiano – l’aumento del ‘benessere’ ha generato un profondo impoverimento delle masse popolari e un aumento della discrepanza tra le classi abbienti e quelle povere. A poche centinaia di metri dai lussuosi palazzi high tech del centro di Bangalore , che da qualche anno è stato trasformato nella “Silicon Vallery indiana”, ci si imbatte in una realtà permeata da gerarchie strettamente tradizionali e divisa in caste, in cui gli stipendi sono di circa 100 volte inferiori rispetto al centro – un impiegato guadagna mediamente 200 dollari mensili – e dove le risorse scarseggiano. In questo contesto sempre più bambini vengono abbandonati o svenduti come schiavi.L’impatto della globalizzazione sulla società indiana sta spesso avendo effetti molto negativi. Secondo padre Sibi con la modernità è arrivata anche una forte mentalità individualistica. La presa di coscienza da parte delle masse dell’esistenza del benessere materiale e la concentrazione di esso nelle mani di una ristrettissima elite ha generato una concorrenza tra le persone e diminuito drasticamente la solidarietà reciproca. L’abbandono dei bambini e la loro messa in schiavitù ne è una delle manifestazioni più tragiche. Ma non è l’unica.Come avviene all’interno di ogni società in fase di frammentazione anche in quella indiana molti giovani cadono nelle grinfie del terrorismo. Nei soli ultimi 15 anni Bangalore è stato luogo di tre grossi attentati di matrice islamista, che ne hanno colpito soprattutto gli aeroporti. Oltre alla maggioranza hindu, infatti, sul territorio vivono anche delle nutrite comunità musulmane e cristiane. Che per millenni hanno convissuto in pace ed armonia, ma che oggi non sono esenti da episodi di intolleranza reciproca. Alcuni degli attentatori di Bangalore provenivano dal Pakistan, Stato musulmano da decenni in costante conflitto con Dehli alla quale contesta la sua annessione del Kashmir, regione settentrionale dell’India a maggioranza islamica. L’origine della discordia risale al 1947, quando Londra concesse l’indipendenza al suo impero indiano. Dalla vecchia India britannica nacquero l’India, a maggioranza hindu, e il Pakistan, prevalentemente musulmano. La regione del Kashmir rimase sotto il controllo dell’India che inglobò così 125 milioni di musulmani, pari all’80per cento della popolazione locale, che per millenni aveva vissuto in pace e armonia con i vicini induisti. La divisione diede vita allo scoppio delle ostilità religiose: i musulmani massacrarono gli hindu, gli hindu massacrarono i musulmani. Gli appelli di Mahatma Gandhi contro le stragi non riuscirono ad evitare milioni di vittime.Il conflitto, mai risolto fino ad oggi, ha generato una radicalizzazione anche tra alcuni giovani hindu e musulmani sparsi per tutto il Paese. La distruzione dei reciproci santuari ha tristemente caratterizzato la storia dell’India contemporanea. Il santuario di Sharar-i-sharif era per esempio in simbolo della tolleranza religiosa e della possibile coesistenza tra diverse fedi, perché sorto intorno alla tomba di Sheik Nurudin, profeta islamico e predicatore della non-violenza. “Siamo venuti insieme sulla terra, perché non spartire gioie e dolori?” scriveva. La tomba e il santuario sono stati distrutti dalle truppe indiane in nome della ‘protezione’ contro l’Islam. Ottenendo però il drammatico effetto di allontanare molti fedeli dalla visione non violenta della religione per abbracciare lo jihadismo armato. Le forze di intelligence sospettano che dietro gli attentati di Bangalore vi sia la mano pakistana, hanno dovuto però riconoscere che le cellule jihadiste sono presenti anche tra i giovani musulmani autoctoni.Il Tempio dell’Educazione ha anche la funzione strappare le nuove generazioni dagli estremismi politico-religiosi. Secondo padre Sibi i giovani non si allontanano dagli estremismi garantendo loro solo il benessere economico – i disastrosi effetti dell’arrivo della globalizzazione lo confermano. E’ necessario invece offrire loro un’alternativa spirituale che riempia il vuoto dentro di loro e dia un senso alle loro vite. La sua missione, racconta, è quella di fare mantenere ai propri studenti le rispettive fedi, accettando però quelle degli altri tramite di un forte senso di spiritualità comune e attraverso il rispetto profondo del senso del sacro.“Ogni religione riconosce la natura riflessiva e spirituale dell’essere umano” spiega. “Ognuna di esse ha come obiettivo la ricerca della pace in se stessi, che si può raggiungere tramite la meditazione. Questa aiuta a capire che ognuno di noi nasconde dentro di sé un forte desiderio di comunità, che conduce all’unione – biologica ma non solo – delle persone e alla conseguente creazione delle comunità”.Tanto i cristiani, quanto gli induisti, i musulmani e i buddisti possono fare della meditazione un mezzo per arrivare alla riconciliazione con le altre fedi. E’ per questo che all’interno del Tempio dell’Educazione padre Sibi ha creato una cappella all’interno della quale possano pregare le persone di tutte le religioni. E in cui siano sintetizzati gli elementi di diverse confessioni. Prima di entrare ci si toglie le scarpe e le si lascia all’ingresso. Varcata la soglia ci si imbatte in una stanza cosparsa di bassi cuscini uno di fianco all’altro, molto simili a quelli presenti nei templi buddisti per la meditazione. Su di essi i fedeli possono sedersi per pregare. Uno di fianco all’altro, come nelle moschee. In fondo alla stanza un altare è sovrastato da un grosso crocifisso, sotto di esso si scorgono una serie di mazzi di fiori colorati, simbolo della tradizione hindu. La parete posteriore, invece, è coperta da una libreria che ospita i libri sacri di tutte le religioni: la Bibbia, Il Corano, il Bahauad Gita. Ognuno può usufruirne per le preghiere, esattamente come avviene nelle moschee sia sciite che sunnite.La preghiera con i fedeli di altre religioni deve però essere un punto di arrivo e non di partenza. Secondo padre Sibi, infatti, l’obiettivo non deve essere quello di fondere le diverse religioni, ma di capire quali sono le diversità reciproche e quali invece i punti in comune. Quello di studiarsi a vicenda per arrivare a pregare e convivere insieme, non il contrario.“La cosa migliore è seguire la propria religione” diceva il Dalai Lama intervistato da Tiziano Terzani. “Il buddismo può essere di aiuto ai cristiani, ma è bene che i cristiani rimangano cristiani”.La meditazione, la spiritualità e la ricerca di comunità ed identità sembrano essere gli elementi che oggi tutte le fedi contrappongono all’arrivo dell’individualismo occidentale. “In Europa sento la mancanza di qualcosa che sono venuto a cercare qui”, dicono la maggior parte dei pellegrini che partono per l’Oriente. Secondo padre Sibi, anche se un giorno si estingueranno le religioni di oggi e con esse l’insieme di valori e tradizioni a loro connesse che permeano le società, rimarrà invece intatta la natura dell’essere umano e il suo desiderio innato di ricercare una comunità nella quale identificarsi. Non è un caso, infatti, che di fronte all’affermazione del modello occidentale che non offre sbocchi comunitari cresca il numero dei credenti in quelle fedi che creano comunità basate su chiare leggi. Considerate superiori ai diritti individuali.@luca_steinmann1