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Morte improvvisa per papa Francesco. Anche se era chiaro che la sua salute era minata in maniera irreversibile, al di là delle rassicurazioni ufficiali, non ci si attendeva un esito tanto ravvicinato, soprattutto dopo l’apparizione pubblica nella domenica di Pasqua.

Così la risurrezione del Signore è stata offuscata dal suo decesso, nonostante essa sia e resti l’avvenimento più importante, anzi decisivo, della fede cristiana, dal momento che “se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede”, come scrive san Paolo.

Quindi, tenendo ferma tale priorità, ci si può accostare alla scomparsa di Francesco con la relatività propria della fede cristiana, ricordata a tutti i pontefici al momento della loro elezione, quando il cerimoniere li ammonisce ripetendo per tre volte: sic transit gloria mundi.

Non si tratta di sminuire la tristezza originata dal decesso di Francesco, solo di metterla al giusto posto, dal momento che il Papa, come del resto lo stesso Francesco ha più volte sottolineato, non è il centro né il cuore della Chiesa, che resta il Signore, aspetto decisivo che certe derive proprie della papolatria imperante da diversi decenni offuscano, come evidenzia in maniera plastica l’uso sui media dell’espressione “la Chiesa di Francesco”, tanto ripetuta quanto tragicamente in contrasto con la fede cattolica.

Nel ripercorrere il pontificato di Francesco (e rammentando ai più ostili la saggezza del detto de mortuis nisi bene) non si può che ricordare la sua insistenza sulla predilezione del Signore verso i poveri e gli ultimi, con la precisazione d’obbligo che tale predilezione non è di questo o quel pontefice, come da considerazioni fuori registro, ma è propria della fede cattolica ed è stata declinata nella storia della Chiesa anche da tanti papi precedenti, oltre che da schiere di santi e sante.

Sempre alla sua sensibilità si deve il rilancio del sacramento della confessione – raccogliendo in questo  il testimone del suo predecessore – nel quale si manifesta in tutta la sua dolcezza la misericordia del Signore, aspetto della fede cattolica sul quale Francesco ha più insistito davanti ai fedeli e al mondo. Queste, a nostro avviso, le declinazioni più persuasive della sensibilità cristiana di Francesco, essendo altri aspetti meno rilevanti, anche se di impatto più forte e immediato a livello comunicativo per tanti fedeli.

Ma al netto della sensibilità di Francesco, che appartiene al transeunte, quel che resterà del suo pontificato sono alcuni cambiamenti che hanno inciso nel profondo nella vita della Chiesa. Mutamenti voluti o semplicemente autorevolmente recepiti, che resteranno, in via provvisoria o definitiva, anche quando si sarà placata l’emozione per la sua morte e l’iperventilazione verbale che ha innescato, tanto simile a quella registrata per la scomparsa di san Giovanni Paolo II.

Il primo e più importante, perché tocca l’unica preghiera insegnata da nostro Signore, è il cambiamento del Padre nostro, che da “non indurci in tentazione” è diventato “non abbandonarci alla tentazione”. Cambiamento in gestazione fin dai tempi di san Giovanni Paolo II, fatto proprio da alcune Conferenze episcopali straniere e recepito dalla Cei nel 2020.

Sotto il suo pontificato è cambiato anche il rito della lavanda dei piedi nella Messa in Coena Domini, con i prescelti che possono essere anche donne e ragazze, così che alla memoria del fatto accaduto, il gesto di Gesù nei confronti dei suoi, si unisce l’intento simbolico di manifestare l’amore infinito del Signore verso gli uomini, gli ultimi e gli esclusi in particolare (sintesi forse banalizzante, così rimandiamo al testo ufficiale).

Sempre nella liturgia, l’inserimento dell’invocazione a san Giuseppe in associazione a quella rivolta alla beata vergine Maria. E ancora, per quanto riguarda i sacramenti, la decisione di rendere valida la confessione dei fedeli lefebvriani, presa all’inizio dell’anno giubilare straordinario del 2015 ed estesa poi ad libitum.

I sacramenti dei ministri lefebvriani, infatti, benché celebrati in via illecita secondo la disciplina della Chiesa, erano validi per i fedeli, eccezion fatta per la riconciliazione che non poteva esserlo a motivo del distacco da Pietro, al quale è stato affidato il potere di sciogliere e legare. Il successore di Pietro ha deciso di sciogliere e ha aperto vie di riconciliazione nuove a diatribe future.

A tale proposito non si può non citare il grande dilemma del pontificato di Francesco, che riguarda la messa in rito latino e, più in generale, le tante querelle riguardo la Tradizione della Chiesa, che tante lacerazioni hanno suscitato in ambito ecclesiale. Si spera che prima o poi si riesca a trovare un modo per placare i laceranti dissidi, al di là delle pretestuosità e della faziosità dei campi contrapposti, entrambi abitati anche da fede viva e sincera.

Inoltre, c’è l’aggiunta dell’invocazione a Maria come “sollievo dei migranti” nelle litanie lauretane, iniziativa che riecheggia l’analoga del suo predecessore san Giovanni Paolo II, che vi introdusse l’invocazione “Regina della famiglia”. Poco impatto pubblico, invece, per la ridefinizione, peraltro da annuario pontificio più che da documenti ufficiali, dei titoli del Papato, a differenza della gradita sorpresa iniziale quando, appena eletto, definì se stesso come vescovo di Roma.

Invece, non si può ignorare l’altra rilevante decisione con cui il Papa ha tagliato di netto l’annoso nodo gordiano della Chiesa cinese, che vedeva la Chiesa ufficiale contrapposta a quella clandestina (che poi negli ultimi anni tanto clandestina non era).

In un quadro di grave conflittualità sia interna che geopolitica, Francesco ha avocato a sé la decisione di accogliere nella comunione cattolica anche la Chiesa ufficiale. Una decisione che all’inizio ha registrato polemiche e scosse telluriche che nel tempo sembra si siano ridimensionate. Da vedere se il rinnovato duello geopolitico tra America e Cina andrà a turbare ulteriormente le acque.

A proposito di America, da registrare che l’ultima personalità pubblica alla quale aveva dato udienza Francesco è stato il vicepresidente J. D. Vance. Il filmato che rimanda il dialogo cordiale tra i due, benché fosse evidente la fatica di Francesco, segnalava una sorta di rivoluzione copernicana se si tiene presente l’espressione più che contrariata con la quale il Papa accolse Trump al suo primo mandato.

Un incontro che poteva dar frutti, sia in America, moderando l’approccio brutale sull’immigrazione clandestina da parte dell’amministrazione Usa, sia nel mondo, favorendo le politiche di de-escalation messe in campo da Washington nei confronti di Russia e Iran e forse anche in altre latitudini (ad esempio quella Palestina che Francesco ha portato nel cuore fino alla fine – per la Palestina l’ultimo suo appello per la pace – e dove è pianto più che altrove). Non c’è stato tempo per vedere emergere possibilità in tal senso.

Infine, e al netto di quanto ora non rammentiamo, ci è caro ricordare come papa Francesco abbia ripetutamente esortato i sacerdoti a fare delle omelie brevi, evitando di annoiare i fedeli. Tanti di essi che oggi lo piangono non hanno neanche preso in considerazione un’esortazione così intelligente quanto cruciale per la partecipazione dei fedeli alle loro messe (e tanto altro). Tant’è.

Nell’accompagnare il transito di Francesco con un eterno riposo, rammentando peraltro come egli abbia sempre concluso i suoi interventi chiedendo preghiere per sé, resta l’incerto futuro della Chiesa, tanto insidiato in questi tempi tenebrosi. Nonostante le nubi oscure, la risurrezione del Signore invita i fedeli a riporre la speranza nella Sua iniziativa e non in altro. Tutto così diventa chiaro, tutto più facile.

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