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Quando parliamo di Islam pensiamo subito al Medio Oriente. Eppure non è quella la regione al mondo che ospita il maggior numero di fedeli islamici. Questo primato, se così vogliamo definirlo, spetta all’Asia. Ed è sempre nel continente asiatico che molti cristiani devono fare i conti con brutali repressioni e persecuzioni. Non sempre viene dato risalto al fenomeno Islam nel suo adattamento asiatico, ma già i dati di fondo dovrebbero farci capire di che cosa stiamo parlando.

Come ha sottolineato Carlo Pizzati nel libro La tigre e il drone, in India vivono 172 milioni di musulmani, in Bangladesh 146 milioni, in Pakistan 210 milioni, in Afghanistan 35 milioni, in Nepal 1 milione. In tutti i Paesi del Sud-Est asiatico, invece, vivono complessivamente 242 milioni di musulmani, ovvero il 42% del totale della popolazione di questa regione. Calcolatrice alla mano fanno 806 milioni di musulmani: più del doppio di quelli che vivono in Medio Oriente (336 milioni circa).

L’estremismo islamico è dunque radicato anche nel cuore dell’Asia, dove non mancano Paesi in cui l’Islam è religione ufficiale e la percentuale di musulmani supera di gran lunga quella degli altri fedeli. È il caso, ad esempio, della Malesia. Qui i musulmani sono il 61% e, di fatto, fanno il bello e il cattivo tempo. Certo è che negli ultimi decenni abbiamo assistito allo sviluppo silenzioso di una sorta di arabizzazione dell’Islam in tutta l’Asia, alimentata da un proselitismo manicheo promosso dai sauditi e volto ad abbracciare la versione più estrema di questa religione.

L’islam sempre più al centro della Malesia

Parlavamo della Malesia. Il proselitismo arabizzante ha trovato terreno fertile dalle parti di Kuala Lumpur. Non solo: è anche riuscito a offrire l’identità islamica ai cittadini come valida risposta da opporre all’estrema occidentalizzazione della società (e ai valori a essa collegati). In altre parole, l’islam ha presto assunto un ruolo di primo piano nella vita pubblica di questo Paese.

Per sostenere i cristiani che soffrono potete donare tramite Iban, inserendo questi dati:

Beneficiario: Aiuto alla Chiesa che Soffre ONLUS
Causale: ILGIORNALE PER I CRISTIANI CHE SOFFRONO
IBAN: IT23H0306909606100000077352
BIC/SWIFT: BCITITMM

Oppure tramite pagamento online a questo link

La Costituzione malese garantisce la libertà di religione per i cittadini non malesi, ma a nessun cittadino malese è consentito rinunciare all’Islam. Nel Paese vige un doppio sistema legale. Per il momento la sharia si applica solo agli islamici, eppure le piazze si riempiono di migliaia di manifestanti che, di tanto in tanto, protestano per chiedere l’estensione della legge islamica. In Malesia, inoltre, non mancano le cosiddette brigate moralizzatrici come la Jawi, ovvero il Dipartimento religioso dei territori federali islamici adibito alla prevenzione del vizio, e il Jakim, il Dipartimento per lo sviluppo islamico della Malesia.

L’ostilità nei confronti dei cristiani

È interessante soffermarci sul ruolo giocato dal Jakim, che ha ricevuto centinaia di milioni di dollari in finanziamenti pubblici per censurare pratiche amorali. Ad esempio: vietare la parola hot dog, visto che “dog”, cane, è un animale impuro per l’islam, oscurare libri ambigui oppure impedire che i cristiani possano usare la parola “Allah”. Uno dei partiti più forti del Paese, il Pan Malaysian Islamic Party, ha fatto approvare pure un emendamento per aumentare le punizioni del codice islamico a ben 30 anno di prigione e cento fustigate.

In un clima del genere, già da diversi anni, in Malesia si è registrato un drammatico aumento dell’ostilità e dell’intolleranza nei confronti dei cristiani, ma anche dei non credenti, dei musulmani sciiti e degli omosessuali. Abbiamo parlato del divieto imposto ai cristiani di usare il termine Allah, parola da loro impiegata per indicare Dio nella locale lingua Malay. Ebbene, gli estremisti islamici hanno accusato la Chiesa cattolica di usurpare il nome di Allah, arrivando a bruciare chiese, minacciare giornali, sequestrare bibbie e portare in tribunale le gerarchie cattoliche. Già nel 2013 il Pew Global Attitudes Survey sottolineava come per il 40% dei musulmani malesi la violenza potesse essere giustificata contro i nemici dell’islam. Considerando che le piazze sono ancora spesso traboccanti di fedeli islamici che invocano la sharia, tutto lascia presupporre che la situazione possa essere addirittura peggiorata.

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