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L’annuncio ha sorpreso tutti, anche se poi le diverse fonti hanno confermato che i preparativi sono già avviati: entro dicembre papa Leone XIV dovrebbe recarsi in visita in Libano. Anzi, “nell’amatissimo e sofferente Libano, che rimane al centro delle nostre preghiere”, come lo stesso Pontefice ha detto pochi giorni fa ricordando il quinto anniversario dell’esplosione che devastò il porto di Beirut e avviò nel Paese dei Cedri una crisi profondissima e non ancora risolta.

Dalla sorpresa, però, si è rapidamente passati all’analisi, e di certo la scelta del Libano è di quelle che sembrano fatte apposta per sollecitarci a pensare. La prima osservazione è stata che il viaggio in Libano consentirà al Papa di farsi sentire vicino alla crisi di Gaza senza “sfidare” direttamente Israele. E questa, come spiegazione, pur essendo valida e interessante sembra per certi versi limitativa. Il dramma della popolazione palestinese, in questi primi quattro mesi di papato, è sempre stato presente alla sensibilità di Leone XIV, e il Libano è peraltro il Paese in parte ancora occupato e regolarmente bombardato dalle forze armate israeliane. Il Papa, quindi, entrerà nella crisi, non si accontenterà di avvicinarla.

Anche perché lo stesso Libano, che per molti anni è stato un laboratorio privilegiato per le migliori ipotesi di convivenza interetnica e interreligiosa (una maggioranza di musulmani equamente divisa tra sciiti e sunniti e una corposa minoranza di circa il 30% di cristiani, in gran parte cattolici maroniti), vive oggi tempi di grande tensione in cui religione e politica come sempre si intrecciano. Il Parlamento ha varato la decisione di disarmare Hezbollah, per evitare al Paese ulteriori sofferenze, ma il progetto non sarà facile da realizzare, visto il peso specifico che il movimento politico-militare sciita ancora conserva, e rischia di fare da detonatore a nuove violenze.

Le ansie per la Siria

Oltre che con quelle di Gaza e del Libano, Leone XIV entrerà in contatto anche con la crisi della Siria, che si trova a un passo da Beirut e che in tempi ancora recenti ospitava una corposa (circa il 10% della popolazione totale) e influente comunità cristiana. I cristiani di Siria, come l’attentato del 23 giugno alla chiesa greco-ortodossa di Mar Elias, a Damasco, ha ben dimostrato, vivono mesi di grande preoccupazione, per la violenza che sul Paese si riversa dall’esterno (le truppe di Israele sono arrivate fino a 10 chilometri dalla capitale Damasco) ma anche e soprattutto per quella che si genera all’interno, con le violenze del regime sugli alawiti, la guerra con i drusi, la non risolta situazione con i curdi e il rischio sempre impellente di una serie di rappresaglie settarie. Non è di consolazione, anzi, quanto si sente dire della nuova Costituzione in via di elaborazione, che sembrerebbe contenere elementi di radicalismo islamico che peraltro non potrebbero sorprendere troppo, viste le origini qaediste di Hayat Tahrir al-Sham, il movimento che esprime l’attuale Governo, e del suo leader, il presidente ad interim Mohammed al-Shara.

Il primo viaggio fuori dall’Italia, quindi, porterà Leone XIV a immergersi negli spasmi infiniti del Medio Oriente, in cui proverà a iniettare gli anticorpi di un messaggio di tolleranza e convivenza pacifica. Una mission impossibile, all’apparenza. Ma anche una mission che, oggi, solo un Papa può tentare.

Il viaggio in Libano sarà affiancato, e con ogni probabilità preceduto, da una tappa in Turchia, dove Leone XIV ricorderà i 1.700 dal concilio di Nicea (oggi Iznik), il primo concilio ecumenico della cristianità. I particolari sono ancora da definire ma non è difficile vedere in questo appuntamento anche un’altra delle vocazioni di questo papato, quella di assicurare alla Chiesa un governo stabile e sicuro. Proprio come il fine del Concilio di Nicea era stato quello di ristabilire la pace religiosa e l’unità dogmatica nel mondo cristiano.

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