Si sono dati appuntamento nella capitale malesiana Kuala Lumpur i leader dei più grandi paesi islamici del mondo. A presiedere il meeting, il primo ministro malese Mahathir Mohamad: almeno 250 rappresentanti stranieri provenienti da 52 paesi e 150 delegati malesi inclusi funzionari governativi, studiosi e leader di vari settori non governativi. Presenze illustri come il presidente iraniano Hassan Rouhani e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. In cima alla to do list dell’Internazionale islamica la lotta all’islamofobia e alla povertà che attanaglia numerosi paesi a maggioranza islamica, soprattutto in Africa. “Stiamo tentando di iniziare in piccolo e se queste idee, proposte e soluzioni sono accettabili e si sono dimostrate realizzabili, speriamo di prenderle in considerazione su una piattaforma più ampia”: così il leader malese ha salutato i suoi ospiti dando l’avvio ai lavori. Ma ci sono anche notevoli assenze, tra cui i leader di Indonesia, Arabia Saudita e Pakistan. Da Karachi pare giunta la notizia il primo ministro pakistano Imran Khan ha annullato il suo viaggio dopo una visita in Arabia Saudita nel fine settimana. Da parte sua, Rouhani, ha invece affermato che la sua presenza a Kuala Lumpur fa parte di uno sforzo per perseguire “legami più stretti con i principali Paesi asiatici”.

5 battaglie “islamiche”

Cinque sono i temi critici all’ordine del giorno: il dramma degli Uighuri in Cina, il conflitto in Yemen, la crisi dei Rohingya, il gap di genere ed economico che affligge numerose realtà islamiche. Nella regione occidentale del Xinjiang, in Cina, persone appartenenti alla minoranza uigura e ad altri gruppi etnici turchi musulmani sono detenuti in campi che il governo cinese ha descritto come centri di formazione necessari per combattere l’estremismo, negandone la matrice politica volta a epurare la Cina dalla presenza islamica. Venendo alla crisi yemenita, a novembre, il governo dello Yemen riconosciuto a livello internazionale e i separatisti sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti hanno firmato un accordo di condivisione del potere per fermare i combattimenti, ma il conflitto continua mentre la parte settentrionale del paese rimane sotto il controllo degli Houti. Persiste, poi, nell’agenda del mondo islamico la crisi nell’ex Birmania: più di 730mila Rohingya sono fuggiti dal Myanmar da una brutale repressione militare nello stato occidentale di Rakhine nell’agosto 2017. Molti di loro vivono ora nel vicino Bangladesh, un Paese a maggioranza musulmana con 161 milioni di persone. Il Myanmar ha ripetutamente giustificato la repressione dei Rohingya come necessaria per sradicare il “terrorismo” e, durante il processo della scorsa settimana, la leader del Myanmar Aung San Suu Kyi ha difeso l’azione militare affermando che il caso imbastito contro il suo Paese all’Aja è assolutamente inesistente. Last but not least, analfabetismo femminile e gender gap, temi destinati a dividere i convenuti tra riformisti e ortodossi: sfide particolarmente pronunciate nei Paesi a maggioranza musulmana, dove circa il 65% delle donne è analfabeta secondo uno studio delle Nazioni Unite. Nei Paesi arabi, inoltre, gli alti tassi di disuguaglianza di genere coincidono con la mancanza di opportunità economiche tra le donne.

Assenti illustri e le accuse di Rouhani

L’assenza di Pakistan e Arabia Saudita ha suscitato immediatamente sospetti e rumors, oltre che un vespaio di polemiche: sarebbe in corso, infatti, all’interno della comunità musulmana, una competizione emergente con l’Organizzazione della Cooperazione islamica (Oic). Il suo segretario generale Yousef al-Othaimeen ha affermato che “non è nell’interesse di una nazione islamica tenere vertici e riunioni al di fuori della struttura, specialmente in questo momento in cui il mondo sta assistendo a molteplici conflitti”. Martedì, anche il Pakistan ha annunciato di essere uscito dal vertice, citando le preoccupazioni dell’Arabia Saudita secondo cui l’evento potrebbe “dividere” il mondo musulmano. Inizialmente, era stato riferito che il primo ministro Imran Khan, che in precedenza aveva confermato la sua presenza all’evento, stesse inviando il Ministro degli Esteri Shah Mahmood Qureshi a rappresentarlo. Ma il Paese si è ritirato del tutto solo due giorni prima dell’inizio. Anche il presidente indonesiano Joko Widodo, che era stato precedentemente elencato come relatore all’evento, ha dato forfait. Il suo vicepresidente, Ma’ruf Amin, ex leader supremo del più grande gruppo musulmano indonesiano, Hahdlatul Ulama, annunciato come suo sostituto, ha annullato all’ultimo minuto per motivi di salute. Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, anche i suoi vertici hanno deciso di disertare l’evento. Risposta secca da parte di Mahathir che ha spiegato che il vertice è stato convocato non per discutere di religione, ma per lo stato delle cose nel mondo musulmano, in una prospettiva, paradossalmente, laica. Mathir si è soffermato sulle violenze perpetrate verso il mondo musulmano ma anche, e soprattutto, sulle violenze attuate da frange estremiste del mondo musulmano, colpevoli di screditare l’Islam stesso e di seminare terrore. Una responsabilità particolare Mathir l’ha indirizzata agli stessi cittadini del mondo islamico: “È l’Islam ad ostacolare lo sviluppo e il successo o sono i musulmani ad impedire che i loro Paesi siano ben governati?”.

Dall’inizio del vertice non sono mancati gli interventi al vetriolo da parte della delegazione iraniana la cui presenza potrebbe essere, con una buona dose di malizia, la vera ragione dell’assenza saudita: nel suo discorso di apertura di giovedì, Rouhani ha puntato prima il dito contro Israele nell’annoso conflitto in Palestina, ritenuto ancora la questione più importante nel mondo musulmano, per poi passare alle velate accuse contro la petromonarchia saudita. Rouhani ha affermato che il “radicalismo mentale e comportamentale” in alcuni paesi musulmani ha spianato la strada agli interventi stranieri in Medio Oriente, sostenendo che  la guerra in Siria, Yemen e le rivolte  in Iraq, Libano, Libia e Afghanistan sono il risultato della combinazione di estremismo interno e intervento straniero.