Il primo pontefice nella storia del cattolicesimo a provenire dal Sud del mondo non si sta occupando soltanto di globalizzare la chiesa con l’agenda focalizzata sulle “periferie del pianeta”, come Asia orientale e Africa nera, ma anche di realizzare uno dei più grandi sogni reconditi di ogni suo predecessore: porre fine al grande scisma con i fratelli ortodossi.

L’asse Roma-Costantinopoli

Non c’è leader del mondo cristiano con il quale Papa Francesco abbia un rapporto tanto stretto e cordiale come con il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I. Furono i papi del secondo dopoguerra a decidere di riesumare l’antico legame con Costantinopoli, che è uno dei patriarcati più longevi del mondo, in quanto presente dalla storia delle origini, iniziando dallo storico incontro fra Paolo VI e Atenagora I, che produsse la dichiarazione comune del 1965 sulla volontà di riconciliazione.

Dopo il paragrafo di Benedetto XVI, essenzialmente focalizzatosi sui problemi interni al Vaticano, il nuovo pontefice ha ripreso in mano il dossier ecumenico e fatto proprio il sogno di finalizzare il percorso di riunificazione fra la cristianità occidentale ed orientale. Il Papa ha avviato un intenso dialogo epistolare e diplomatico con la gerarchia di Costantinopoli, raggiungendo accordi di collaborazione in numerosi campi culturali e politici, e rendendosi protagonista di gesti eclatanti, come ad esempio il recente dono di reliquie appartenenti a San Pietro a fine giugno.

Negli ultimi mesi hanno subito un’incredibile accelerata i lavori delle tavole di discussione cattolico-ortodosse in materia teologica e gli incontri interconfessionali patrocinati dal Vaticano e da Costantinopoli, sullo sfondo dei viaggi apostolici di Jorge Bergoglio in paesi a tradizione ortodossa, come Bulgaria e Romania.

Il dono delle reliquie di San Pietro ha, in particolare, avuto un grande impatto su Bartolomeo I che, da quella data, ha aumentato la propria campagna lobbistica sul mondo ortodosso, tentando di dissuadere colleghi e fedeli che l’attuale frattura non è frutto di differenze teologiche quanto di un preciso percorso storico e che, perciò, la riunificazione “è inevitabile“. Della stessa opinione è anche Papa Francesco che, nella lettera inviata alla controparte per la festa di Sant’Andrea, il 30 novembre, ha espresso il proprio ottimismo circa la futura, piena comunione.

I limiti

Sebbene il patriarcato di Costantinopoli goda di grande prestigio all’interno del mondo ortodosso, poiché ritenuto “primus inter pares” e perciò avente vari diritti, fra cui la giurisdizione in tema di autocefalie, l’agenda ecumenica condivisa con il Vescovo di Roma è destinata a non avere sbocco fintanto che sarà appoggiata la campagna scismatica in corso nella cristianità orientale.

Proprio Bartolomeo, infatti, ha sancito l’inizio dello scisma ortodosso garantendo l’autonomia da Mosca alla chiesa ortodossa ucraina che non è nata per soddisfare un’esigenza popolare od ecclesiastica ma in quanto parte di un preciso disegno geopolitico elaborato fra Kyev e Washington in chiave antirussa.

La decisione del patriarca ha spinto le massime autorità ortodosse russe a rompere la comunione con Costantinopoli, dando vita ad una crisi che si sta gradualmente espandendo, minacciando adesso l’unità religiosa dei Balcani. Le chiese di Montenegro e Macedonia del Nord, infatti, sono intenzionate ad ottenere la piena indipendenza dalla Serbia, anche in questo caso non per ragioni dottrinali ma politiche.

Se anche Bartolomeo riuscisse a convincere le chiese fedeli alla linea di Costantinopoli a riunirsi definitivamente con Roma, accettando quindi l’esercizio supremo dell’autorità petrina su di loro, a pesare non è soltanto l’incognita scismatica ma anche il fattore Russia, ossia le scarsissime probabilità di convincere il patriarcato di Mosca e di tutte le Russie – con i suoi satelliti al seguito, come Serbia, Bielorussia, Romania, Etiopia, Gerusalemme – a fare lo stesso.

I rapporti fra la Prima e la Terza Roma sono buoni ed in costante miglioramento sin dal dopo-guerra fredda e il pontefice ha mostrato lungimiranza decidendo di non esporsi nella crisi fra Costantinopoli e Mosca, preferendo la linea della non interferenza, ma in gioco ci sono interessi che vanno al di là dell’orizzonte religioso e che rientrano in ambito geopolitico. Per questo motivo è altamente improbabile che i sogni ecumenici di Francesco, e di chi gli succederà, si realizzino.