La millenaria storia della chiesa cattolica insegna che i pontefici vengono eletti non per soddisfare esclusivamente interessi strettamente estemporanei ma, soprattutto, per anticipare i tempi e gettare nuove fondamenta. Fu così con Giovanni XXIII e Paolo VI, che seguirono le trasformazioni sociali e culturali del secondo dopoguerra ma si occuparono anche della globalizzazione della chiesa, fu così con Giovanni Paolo II, che prima si dedicò alla caduta dell’impero sovietico e poi lottò contro le deformità del capitalismo e denunciò i rischi della guerra al terrore, ed è così anche con Francesco I.

Il papa argentino ha compreso che i tempi sono maturi per la transizione dell’ordine internazionale dall’unipolarismo al multipolarismo e ha fatto una scelta di campo rischiosa nello scontro egemonico in pieno corso fra l’Occidente guidato dagli Stati Uniti e l’Oriente guidato da Russia e Cina, che lui stesso ha ribattezzato la “terza guerra mondiale a pezzi”. Il Vaticano ha deciso di fiancheggiare quest’ultimo blocco, perciò è stata data nuova linfa al dossier ecumenico con la cristianità ortodossa ed è stato affidato all’influente segretario di stato Pietro Parolin l’obiettivo di condurre ad una rivoluzione diplomatica con Pechino.

Verso il viaggio apostolico in Cina

Il 7 dicembre il Global Times, uno dei megafoni del Partito comunista cinese, ha confermato un’indiscrezione che era nell’aria da alcuni anni: le diplomazie di Vaticano e Cina stanno lavorando all’organizzazione del viaggio apostolico del pontefice nel paese e allo ristabilimento delle relazioni diplomatiche. Dal 1951, infatti, i due paesi hanno chiuso ogni canale ufficiale e la pratica religiosa, cristiana e non cristiana, è strettamente sorvegliata e controllata attraverso organismi di emanazione statale.

Nel caso del cattolicesimo, la gerarchia ecclesiastica e la vita comunitaria sono gestite dall’Associazione patriottica cattolica cinese. Questo significa, fra le altre cose, che il papa è privato di alcuni diritti fondamentali come la nomina dei vescovi e la supervisione e la regolazione della vita spirituale dei fedeli. Ma il 22 settembre dell’anno scorso è avvenuta la svolta: Santa Sede e Pechino raggiungono un accordo preliminare teso a eliminare la controversia della nomina dei vescovi. Si è trattato del risultato più importante conseguito dalle diplomazie segrete dei due paesi, l’evento che ha spianato la strada verso il vero obiettivo: l’arrivo del Papa in Cina.

La chiesa del futuro parla cinese

La questione multipolare gioca un ruolo rilevante nella spiegazione dell’agenda cinese del Vaticano, ma il quadro è molto più complesso. Realismo politico e analisi di scenario si intersecano nella visione sul futuro del mondo del duo Bergoglio-Parolin, una visione in cui il cattolicesimo è destinato a scomparire in Europa, che procede a ritmi serrati verso un’epoca post-cristiana, e a diventare sempre più irrilevante nelle Americhe, schiacciato dall’espansione delle confessioni protestanti, ma a crescere e prosperare in Africa ed Estremo oriente, Cina in particolare.

Il cristianesimo è, da vent’anni circa, la seconda religione più seguita nel paese, dopo il buddismo, ma si stima che potrebbe diventare la prima entro il prossimo decennio. Circa 60 milioni di persone fanno parte delle chiese ufficiali, ma la maggior parte dei cristiani vive la propria fede in segreto, nelle cosiddette “chiese sotterranee“, ascoltando messe in streaming, leggendo Bibbie scritte all’estero (quindi non censurate) e partecipando a riunioni fai-da-te di volta in volta aventi luogo in posti diversi per sfuggire al controllo delle autorità.

Ed è proprio a questa comunità, nascosta ma florida e in tremenda crescita, e verosimilmente composta fra i 50 e i 130 milioni di fedeli, che vuole rivolgersi il Vaticano. Il cristianesimo crescerebbe ad un tasso del 7% l’anno secondo i ricercatori Rodney Stark e Xiuhua Wang, ossia più dell’economia, sostanzialmente su spinta delle conversioni al protestantesimo – circa un milione di battesimi annualmente – e se la tendenza fosse confermata, entro il 2040 quasi 600 milioni di cinesi potrebbero essere cristiani. Ciò farebbe della Cina il paese, paradossalmente, il paese più cristiano del mondo.

La conseguenza di una simile rivoluzione religiosa è palese: il comunismo potrebbe cadere a causa delle pressioni provenienti da una società profondamente cambiata, proprio come accaduto durante la guerra fredda. Ma l’obiettivo del pontificato potrebbe anche essere un altro: nessun cambio politico ma costruzione di una sfera d’influenza nel più grande bacino di anime dell’Estremo oriente, sfruttando la rendita di posizione derivante dai numeri per avere una leva sul governo, facendo di Pechino un partner con cui portare avanti un’agenda comune nel pianeta. Il futuro delle relazioni internazionali, e del cristianesimo, si gioca in Cina.

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