Dalle volte costolonate ad arco acuto della chiesa anglicana di St. Jax, eretta 150 anni fa nel centro di Montreal, in Canada, può capitare di veder penzolare di tanto in tanto gli acrobati del circo, accompagnati da fumi, luci a led e rulli di tamburi. Sono alcuni protagonisti dello spettacolo di cabaret organizzato dalla compagnia Le Monastère, che affitta il luogo di culto dal pastore anglicano Graham Singh in questo strano connubio tra sacro e profano. Il tutto per consentire alla comunità ecclesiastica di sopravvivere generando qualche introito extra, utile per pagare le bollette e finanziare qualche lavoro di ristrutturazione. Una scelta pragmatica ma obbligata, per evitare che St. Jax faccia la stessa fine delle migliaia di chiese che stanno chiudendo battenti in tutto il Canada. Nel 2009, c’erano 27.601 edifici di culto, formazione o promozione di proprietà di organizzazioni religiose sparse per il paese, ma l’ente benefico National Trust for Canada stima che 9000 tra questi sono destinati a scomparire nel prossimo decennio. Circa un terzo del totale.

Il responsabile del progetto di rigenerazione del Ntc, Robert Pajot, dice a Cbc News che ogni comunità del Paese vedrà almeno uno dei vecchi edifici ecclesiastici chiusi, venduti o demoliti. Insieme a loro andranno persi non solo notevoli esempi di sacralità e la bellezza secolare, ma anche l’inestimabile senso di comunità che rappresentano.

Le chiese infatti non sono un semplice punto di riferimento domenicale, ma ospitano senzatetto, rifugiati, alcolisti anonimi, lezioni di pianoforte e incontri politici. Oltre, ovviamente, a matrimoni e funerali.

“I luoghi di fede sono stati, per generazioni, i centri di gran parte della vita comunitaria. Svolgono de facto un ruolo di hub comunitario, un ruolo di servizio alla comunità”, confessa Pajot.

Nelle zone rurali le comunità si stanno riducendo a causa del passare degli anni e dell’abbandono delle campagne. Nelle città, invece, i luoghi di culto restano deserti per via della secolarizzazione della società, unita alla comparsa di nuove pratiche spirituali. Con meno persone sui banchi e meno soldi nelle casse, l’aumento dei costi di manutenzione dei vecchi edifici ha costretto molte congregazioni ad alzare bandiera bianca. Tante altre, invece, si stanno arrangiando.

Detto dell’esperimento delle chiese-circo, il National Trust for Canada sta collaborando con un gruppo no-profit di Toronto chiamato Faith & the Common Good per tenere sessioni di formazione e insegnare alle congregazioni come gestire il patrimonio immobiliare a disposizione. Sulla scia di questi insegnamenti il reverendo Victoria Scott della chiesa anglicana di St. Luke a Ottawa ha deciso di demolire un’intera ala dell’edificio per far spazio ad appartamenti e garage. Così le messe della domenica, pur ristrette, sono sopravvissute e il piano interrato è stato riallestito a mensa per poveri e centro per programmi diurni per il supporto degli emarginati.

Altri edifici invece sono stati venduti ai privati e riutilizzati come biblioteche, sale concerti e addirittura fabbriche di birra.

La Hazlet Lutheran Church, a nord-ovest di Swift Current, Sask., è rimasta vuota per quasi 25 anni, finché due amici, Lindsay Alliban e Erin McKnight, l’hanno acquistata nel 2016 e l’hanno trasformata in uno spazio di musica dal vivo. Will e Victoria Sutherland, invece, hanno acquistato la chiesa anglicana di San Giovanni sconsacrata cinque anni fa e hanno trasformato il vecchio edificio in una casa con quattro camere. In qualche modo è comunque un salvataggio, visto che il precedente proprietario voleva utilizzarlo come magazzino.

“Abbiamo avuto persone che bussano alla porta e dicono: Mi sono sposato in questa chiesa, posso vedere cosa state facendo? – dice Victoria -. Se le persone hanno un legame emotivo con questo luogo e sono grate per quello che facciamo mi sento quasi obbligata a lasciarle entrare nel nostro spazio perché, in un certo senso, è anche il loro spazio”.

È il messaggio che intende promuovere il National Trust for Canada, per cui qualsiasi riutilizzo resta bene accetto pur di evitare la demolizione.

“Vedere un edificio che viene abbattuto finisce per essere un momento straziante per la comunità – conclude Pajot -. A volte c’è si percepisce un misto di vergogna, imbarazzo e rabbia. Si tratta di un vero e proprio cocktail volatile, un mix di emozioni che deve essere, molto delicatamente, elaborato e gestito”.

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