Joseph Ratzinger, a distanza, “punge” il cattolico Joe Biden. L’unica concessione veramente politica del recente colloquio avuto da Benedetto XVI con Massimo Franco e Luciano Fontana, rispettivamente vaticanista e direttore del Corriere della Sera, è un rimbotto sussurrato dal Papa Emerito agli intervistatori in cui si mostra perplessità sulle posizioni del nuovo presidente Usa in diverse materie concernenti i diritti civili.

Biden guida un Partito Democratico fortemente eterogeneo nelle sue componenti interne, sulle cui posizioni si è dovuto gradualmente modellare per poter acquisire centralità e garantirsi la nomination presidenziale che ha preceduto la sua vittoria del novembre scorso contro Donald Trump. Secondo presidente cattolico della storia Usa dopo John Fitzgerald Kennedy in una nazione in cui l’elettorato fedele alla Chiesa di Roma si è recentemente polarizzato tra democratici e repubblicani.

Nell’intervista Ratzinger si muove con grande attenzione e con la classica cautela per evitare di dare la sponda a chi vorrebbe usare, a otto anni dall’abbandono al soglio pontificio, la sua figura contro Jorge Mario Bergoglio, rimbotta gli “amici un po’ fanatici” che vorrebbero vederlo ancora sul trono di Pietro, ma è sempre e con forza sé stesso sul fronte, da lui consolidato, dei valori non negoziabili che ritiene la Chiesa debba tutelare a tutto campo. E proprio su questo Biden viene rimbottato: “È vero – ha detto Ratzinger parlando di Joe Biden – è cattolico e osservante. E personalmente è contro l’aborto. Ma come presidente, tende a presentarsi in continuità con la linea del Partito democratico… E sulla politica gender non abbiamo ancora capito bene quale sia la sua posizione”. Posizione che riteniamo, in realtà, il Papa emerito abbia ben intuito: la guardia della vicepresidente Kamala Harris, paladina dei diritti civili, controbilancia quello che agli occhi di molti democratici è il ruolino di marcia assai complesso di Biden su questioni come l’aborto, le unioni omosessuali, gli studi di genere, le adozioni gay e via dicendo.

Ratzinger parla del comandate in capo degli Usa e si rinnova, a distanza, la saga degli “imperi paralleli”. Che proprio Massimo Franco ha studiato in un interessante libro sulle relazioni storiche tra Vaticano e Stati Uniti. Un impero economico, militare e politico, gli Usa, e una superpotenza “immateriale”, religiosa e culturale come la Santa Sede si sono a lungo cercati, non capiti, studiati da distanza. E proprio nel solco del dibattito sui valori non negoziabili si è sviluppato parte del dibattito tra Washington e l’Oltretevere. Causa di alcuni “cortocircuiti” apparenti che si spiegano con le diverse sensibilità religiose che connotano la cultura europea e quella americana, plasmata sul rigorismo del protestantismo e dell’evangelismo. I candidati cattolici alla presidenza Usa sono sempre stati stretti tra i retaggi della velata accusa di “papismo” (che a inizio Novecento era un vero e proprio marchio di “non americanicità”) e la necessità di confrontarsi con un mondo episcopale estremamente frastagliato nelle sue componenti interne. Il Vaticano, nella sua neutralità, ha sempre mandato in un modo o nell’altro indizi precisi sul “partito” preferito di volta in volta.

E così nel 2004, negli anni finali del pontificato di Giovanni Paolo II, nonostante le durissime contrapposizioni dell’anno precedente nel contesto della guerra in Iraq, la Santa Sede non vide di buon occhio la riconferma del repubblicano George W. Bush alla Casa Bianca, protestante, contro lo sfidante democratico e cattolico John Kerry. Bush, unilateralista e interventista in politica estera, trovò un comune denominatore col Vaticano sul tema dei “valori non negoziabili”. Come ricorda Franco nel suo saggio, il Vaticano approvava una visione politica “schierata come baluardo dei valori della famiglia, della vita, del no alla manipolazione genetica, ai matrimoni dello stesso sesso, all’eutanasia” contro quella del cattolico Kerry, “che andava a messa la domenica, certo, ma finiva per dare corpo a tutti gli incubi ecclesiastici fondati sul relativismo culturale”, avversario dichiarato del pensiero di Ratzinger che del pontificato di Karol Wojtyla era stato lo “stratega” e l’ideologo. Producendo la “Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica” (24 novembre 2002) che appare animare sia le critiche di allora a Kerry che quelle odierne contro Biden.

Parlando in questo modo, però, Ratzinger non si vuole affatto posizionare come oppositore a tutti i costi di Biden e, anzi, sembra voler spostare sul terreno valoriale il confronto tra Chiesa e politica negli Usa, togliendo terreno sotto i piedi a quel “trumpismo ecclesiale” che, mettendo Cesare davanti a Dio, ha dato connotazioni escatologiche alla battaglia presidenziale di novembre e ha il suo campione nell’ex nunzio Carlo Maria Viganò. Ma comprendendo anche le ragioni di chi nella Chiesa a stelle e strisce prova spaesamento nel definire Biden un cattolico a tutto tondo. Spaesamento, questo, ben evidente dalle dichiarazioni pubbliche espresse il 20 gennaio scorso, giorno dell’inaugurazione di Biden, dal presidente della Conferenza episcopale americana, l’arcivescovo  di Los Angeles, José Horacio Gómez, nominato nel 2011 proprio da Benedetto XVI: “il nostro nuovo Presidente si è impegnato a perseguire determinate politiche che promuoverebbero i mali morali e minaccerebbero la vita e la dignità umana, soprattutto nelle aree dell’aborto, della contraccezione, del matrimonio e del genere”.

Parole assai assonanti, per quanto più dure nei toni, di quelle riportate da Ratzinger al Corriere. Il Papa emerito resta un faro valoriale, religioso e umano per centinaia di milioni di cattolici nel mondo, inclusi quelli negli Usa, e appare logico pensare che le pur felpate dichiarazioni di Ratzinger daranno nuova linfa a future critiche a Biden portate sul terreno dei valori non negoziabili. Logica che potrebbe portare lo stesso presidente a cercare un compromesso interno al partito per evitare che l’ala progressista spinga troppo in là l’agenda “dirittista”, già al limite a causa delle risicate maggioranze democratiche al Congresso, per evitare al capo dello Stato imbarazzi potenzialmente forieri di problemi politici. Tentare di contestare un pontefice emerito e un teologo sopraffino come Ratzinger su cosa voglia dire essere davvero cattolici potrebbe essere un’impresa ardua anche per chi occupa la carica politica più rilevante del pianeta.

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