Oramai dunque è ufficiale: a febbraio per la prima volta un Pontefice atterrerà nella penisola arabica. Il viaggio è storico, la portata in termini di importanza ovviamente massima. Da qui al prossimo febbraio, attorno alla visita apostolica di Papa Francesco nel golfo potrebbe crearsi la stessa attenzione mediatica di quando, nel 1998, Papa Giovanni Paolo II si è recato da Fidel Castro a Cuba. Dopo alcune settimane di indiscrezioni, dalla Santa Sede hanno ufficializzato la visita: Bergoglio sarà ad Abu Dhabi dal 3 al 5 febbraio prossimi. Dunque si recherà negli Emirati Arabi Uniti, una delle “petromonarchie” più ricche ed attive politicamente della penisola arabica. Sette emirati che dal 1971 compongono uno Stato con Abu Dhabi quale capitale e che, rispetto ai vicini, risulta avere alcune peculiarità importanti che forse fanno intuire il motivo per il quale il Papa argentino toccherà proprio quelle terre. 

Il forum a cui parteciperà il Papa

Come detto in precedenza, gli Emirati Arabi Uniti sono di formazione piuttosto recente. Dopo l’amministrazione del Regno Unito, Londra nel 1971 decide di passare la mano. Gli emirati inizialmente sono nove: il Bahrein decide di diventare indipendente poco dopo l’annuncio dei britannici, il Qatar lo segue a ruota a distanza di poche settimane. I rimanenti sei il primo dicembre sempre del 1971 formano la federazione degli Emirati Arabi Uniti. Una storia come Stato indipendente piuttosto giovane, infatti sono soltanto due i sovrani che si sono alternati sul trono di Abu Dhabi: il fondatore Zayed bin Sultan Al Nahyan, morto nel 2004, ed il figlio Khalifa bin Nayef Al Nahyan, al trono ancora oggi. Ma negli Emirati il vero leader appare il principe ereditario, una situazione non dissimile da quanto si verifica nella vicina Arabia Saudita: Mohammad bin Nayef. Si tratta del fratello del sovrano, più giovane di lui di tredici anni. 

E ci sarebbe proprio Mohammad bin Nayef dietro l’invito rivolto al Papa. Il principe ereditario viene descritto come una persona dal carattere molto forte, paragonato più volte all’omologo saudita Mohammad bin Salman, paragone però che oggi dopo il caso Kashoggi potrebbe risultare non molto comodo. Anzi forse è il rampollo dei Saud ad aver “studiato” ed appreso dal principe emiratino. Mohammad bin Nayef infatti viene visto come un riformatore, in grado di progettare per il paese importanti aperture sia economiche che sociali. Proprio per questo motivo, il principe ereditario ha voluto organizzare dal 3 al 5 febbraio un forum sul dialogo interreligioso ad Abu Dhabi. Ed è proprio a questo forum che Bergoglio è stato invitato. Da qui dunque il via ai preparativi di quello che potrebbe essere, come detto ad inizio articolo, un viaggio storico. Il primo, in ogni caso, di un Pontefice in questa area del mondo. 

Perché proprio Abu Dhabi

L’approdo tra il deserto ed il golfo di un Papa, fino alle scorse ore sembra un qualcosa di molto lontano dalla realtà. Ma chi, prima dell’annuncio ufficiale, riesce ad immaginare un viaggio apostolico nella penisola arabica avrebbe certamente scommesso proprio sugli Emirati Arabi Uniti. A prima vista questo Stato sembrerebbe uno dei fidi alleati dei Saud. Ed in effetti Abu Dhabi si condivide con Riad le sorti economiche, essendo entrambe le nazioni ricche di petrolio, così come i due rispettivi governi appaiono allineati su molti fronti. Quando a maggio l’Arabia Saudita decide di isolare il Qatar, da Abu Dhabi arrivano i primi messaggi di adesione alla strategia (non certo vincente e lungimirante) voluta dai Saud. Eppure, a veder bene, delle differenze ci sono e gli Emirati presentano alcune importanti peculiarità. 

Da anni si parla, su tutti, della tolleranza religiosa molto più accentuata qui che altrove nella penisola arabica. Attenzione però a non confondere alcuni concetti: gli Emirati Arabi Uniti tutto sono, tranne che uno Stato laico. L’Islam è la religione i cui precetti regolano le norme principali dell’ordinamento, anche qui è in vigore la Sharia, ossia la legge islamica posta alla base della giurisprudenza locale. Per di più anche dietro gli aspetti moderni dei grattaceli di Abu Dhabi e Dubai, si nasconde una società non esente da wahabismo e da rigide interpretazioni del Corano. Ma, a differenza che in Arabia Saudita, qui la popolazione locale è in minoranza. Più dell’80% dei cittadini è di origine straniera, a Dubai e nelle città più grandi gli emiratini in alcuni quartieri sono meno del 15%. Questo fa ben comprendere il fenomeno del boom demografico degli ultimi 20 anni: Dubai, ad esempio, fino a 40 anni fa era poco più di una cittadina di pescatori, non certo la metropoli di oggi. 

Petrolio, edilizia, commercio: l’andamento molto forte dell’economia nelle ultime due decadi, riesce ad attrarre milioni di persone da tutto il mondo. Gli emiratini sono tutti musulmani e cambiare la religione è persino vietato. Ma gli emiratini sono minoranza. L’Islam dunque non è praticato da tutta la popolazione, ma dal 76% di essa. Di necessità, gli sceicchi fanno virtù. Impossibile rinunciare alla manodopera filippina ed indiana, impossibile fare a meno di chi proviene da paesi non musulmani o da paesi sciiti. E così ecco che il governo inizia a tollerare le altre religioni. Vengono edificate chiese, quelle cattoliche sono sette nel paese, al pari di templi indù. Può capitare ad Abu Dhabi di vedere una Chiesa dirimpettaia ad una moschea. Non vengono segnalati episodi di persecuzioni od intolleranza, né si rischiano punizioni se si viene sorpresi a leggere la Bibbia come in Arabia Saudita. 

Gli Emirati si presentano dunque come un paese sì fortemente islamico, ma con varie minoranze al suo interno lasciate libere di professare la propria fede. Più che apertura mentale, tutto questo sembra mera convenienza economica ma i fatti dicono, in ogni caso, che un cristiano che vive qui è di gran lunga più libero di uno che vive in Arabia Saudita od in Qatar. Ecco perché dunque la prima visita di un Pontefice in terra arabica non poteva che essere negli Emirati. Ed Abu Dhabi inizia a preparasi ad un evento che anche le tv locali, a partire da Al Arabiya, presentano anch’esse come storico.