Papa Francesco pensa che l’Asia possa giocare un ruolo centrale per il futuro del cattolicesimo. Jorge Mario Bergoglio è partito alla volta del Giappone e della Thailandia, dove il capo della Chiesa cattolica si recherà in visita apostolica sin quasi alla fine di questo mese.

Un viaggio atipico, considerando le mete ventilate in questi mesi, che rientra però nella strategia del pontefice argentino: le due nazioni asiatiche, da un punto di vista confessionale, sono comunque “periferie esistenziali”. Da quando l’ex arcivescovo di Buenos Aires è stato eletto sul soglio di Pietro, è divenuto evidente come il baricentro della confessione cristiano-cattolica si sia spostato: il continente sudamericano – lo dicono le statistiche – è la nuova realtà predominante. Brasilia, nello specifico, rappresenta il presente. L’Asia, invece, può essere importante per il futuro.

Non è un caso che quando si è trattato di ragionare su un possibile successore “bergogliano”, il vaticanista Sandro Magister abbia fatto anche il nome del cardinale Luis Antonio Tagle. L’arcivescovo di Manila, che è molto apprezzato dalle giovani generazioni, è già dato come papabile. Perché la “questione asiatica” non è solo di natura formale: la Chiesa asiatica è in crescita vertiginosa. Le ultime statistiche raccontano di come la base cattolica di quelle zone di mondo si stia progressivamente allargando: 11.975.000 asiatici si sono avvicinati alla fede cattolica negli ultimi tempi. Il vescovo di Roma e la segreteria di Stato conoscono bene questi aspetti. Sarà un caso ma, prima di divenire “ministro degli Esteri” della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin era incaricato proprio di relazionarsi con alcuni paesi asiatici e sudamericani.

La Russia e l’Argentina, che sono le due grandi nazioni in cui il Papa dovrebbe andare nel corso dei prossimi anni, possono aspettare. Il Giappone e la Thailandia, invece, potrebbero fare da ponte con la Cina, sulla quale il Vaticano ha investito, tramite un “accordo provvisorio” biennale, quello per la nomina dei vescovi, nel tentativo di normalizzare i rapporti tra i fedeli e la Repubblica popolare cinese.

Una delle chiavi di lettura della visita apostolica che inizia oggi è proprio questa: atterrare sul suolo giapponese significa sfiorare quello cinese, dove il Papa è stato da poco riconosciuto come autorità religiosa. Da un punto di vista diplomatico, il viaggio in Giappone e in Thailandia può quindi fare da preambolo ad una seconda tappa asiatica, quella nel “dragone”, che avrebbe un tenore storico. Ma questa è la prospettiva, peraltro del tutto ipotetica. Le cronache raccontano di come il Santo Padre, che visiterà per prima la Thailandia, stia per essere accolto da suor Ana Rosa Sivori, che è imparentata con Bergoglio e che farà da guida al Santo Padre nel corso delle prime fasi.

I cattolici, nelle due nazioni interessate, non sono molti, almeno non in proporzione al numero complessivo dei residenti. Ma l’attesa per l’arrivo del vertice della Chiesa cattolica è in ogni caso percepibile. In Giappone, con ogni probabilità, il Papa volgerà lo sguardo indietro nel tempo, condannando – come peraltro ha già fatto poco prima di partire – l’utilizzo delle armi atomiche. Le due città bombardate al termine della Seconda guerra mondiale (Hiroshima e Nagasaki) fanno parte del programma papale.

Un focus – immaginiamo – verrà posto sul dialogo interreligioso con la religione buddista, che è maggioritaria tanto in Thailandia quanto nel Sol Levante. Volendo operare una sintesi attorno ai motivi di questa visita apostolica, però, conviene sottolineare quanto annotato in precedenza: il cattolicesimo, che in Europa vive una fase di crisi, deve attecchire altrove se vuole sopravvivere all’avvento del relativismo e della confessione musulmana. E l’Asia sembra un terreno molto fertile.